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 2012  febbraio 29 Mercoledì calendario

Hemingway, la mia vita per una barca - La barca di Hemingway si chiamava Pilar , come la figlia che avrebbe vo­luto avere

Hemingway, la mia vita per una barca - La barca di Hemingway si chiamava Pilar , come la figlia che avrebbe vo­luto avere. Ebbe invece tre maschi, per sempre schiacciati dal peso del suo mito. Il più giova­ne di essi, Gregory, il più talentuo­so agli occhi del padre, pluri-divor­ziato e transessuale, morì d’infarto dieci anni fa fra le quattro mura di un carcere femminile dove, regi­strato come Gloria, era finito per at­t­i osceni e resistenza a pubblico uf­ficiale. Tutto nella vita degli He­mingway sa di morte. Si sparò il pa­dre di Ernest, Clarence, si suicida­rono per overdose di barbiturici due delle sorelle, Ura e Marcelline, si sparò il fratello minore, Leice­ster, e quanto a Ernest, lo scrittore, la fine è nota. Eppure, niente come in quelle esistenze, sa di vita, rac­conta di un combattimento per la vita e con la vita intorno a un io iper­t­rofico che le accomuna e le annul­la, si illude di trionfare e invece crol­la. «A me la vita piace molto» aveva scritto Ernest quando era ancora giovane e già famoso: «Perciò sarà veramente uno schifo quando do­vrò spararmi». Hemingway’sBoat ( Knopf edito­re, pagg 532, dollari 30) di Paul Hen­drickson r­acconta la storia dell’uni­ca costante che dagli anni Trenta si­no in pratica alla morte lo accom­pagnò, fra matrimoni falliti, amici­zie spezzate, incidenti aerei e stra­dali, depressioni e successi: una barca, appunto, cantieri Weeler, due motori, 16 nodi di velocità mas­sima, 38 piedi, sei posti letto in poz­zetto, altri due nella cabina di pilo­taggio, 7.495 dollari il prezzo finale dopo una serie di accorgimenti ri­chiesti dal compratore. In quell’ar­co di tempo, sempre e comunque Pilar rimase lo spazio per esultare nel mare, pescare i più grandi pe­sci che vi si potessero trovare, bere e ubriacarsi, ospitare celebrità e gente comune, sedurre donne e af­fascinare uomini, stare con i figli. Ma fu anche, via via che il malesse­re della fama lo attanagliava, il luo­go dove inveire contro i suoi critici, vedere dissolversi amori e legami, sentire svanire la propria vena cre­ativa. Lavorando su materiale ine­dito, riportando alla luce contribu­ti dimenticati, intervistando testi­moni minori, ma non per questo se­condari, nonché gli stessi membri del clan Hemingway, Hendrick­son ricostruisce l’immagine quasi bipolare di un uomo alle prese con i propri demoni artistici ed esisten­ziali e insieme capace di generosi­tà, affettuoso, gentile, allegro. Pilar esiste ancora. Come una balena spiaggiata sta nel campo da tennis e di fronte alla piscina di quella che una volta era la residen­za cubana di Hemingway, la «Fin­ca Vigìa», e ora è un museo. Morto il suo proprietario, se ne prese cura Gregorio Fuentes, che era il suo marinaio, e poi il governo di Ca­stro. Negli anni si è speculato sul fatto che quella tirata in secco e messa in mostra come si fa con un’opera d’arte, fosse una copia, un rifacimento della vera andata in malora. Hendrickson è scettico in proposito e portato a credere al­la sopravvivenza, pur fra riparazio­ni, sostituzioni,aggiustamenti,del­l’originale. E però, scrive, «se devo dire la verità, provo un segreto pia­cere a non esserne assolutamente certo: si difende dal farsi conosce­re così come fece il suo capitano. E questofadi Pilar la miglior metafo­ra e il miglior veicolo di narrazione che avrei potuto desiderare». Il libro Hemingway’sBoat ha per sottotitolo «Tutto ciò che amò nel­­la vita, e perse»,una sorta di varian­te del titolo di un racconto hemin­gwayano che suona Chi vince non prende nulla . Quello del successo fu sempre un tarlo segreto nella psi­cologia di Hemingway, la consape­volezza che nel corpo a corpo con la vita si va comunque al tappeto e alla fine non ci si rialza più. Francis Scott Fitzgerald osserverà nei suoi Diari che lui e Ernest non avrebbe­ro «potuto più sedere allo stesso ta­volo. Lui parla con l’autorità del successo, e io con l’autorità del falli­mento ». In realtà parlavano la stes­sa lingua, tanto i due estremi fini­scono per toccarsi e tanto in un arti­sta non basta la luce del primo a scongiurare l’ombra del secondo. E poi, bastava l’arte per salvarsi la vita? Ventenne, Gregory, il figlio tanto amato, tanto disprezzato e mai abbandonato, scriverà a quel padre tanto ammirato, tanto odia­to, mai rinnegato: «Quando si farà il riassunto, sarà: scrisse alcune buone storie, ebbe un occhio nuo­vo e fresco sulla realtà e distrusse cinque persone: tre mogli, un figlio e forse anche un altro, il sottoscrit­to. Cosa pensi sia più importante, la tua merda egocentrica, le storie o le persone?». Hendrickson sta bene attento a non fare della psicoanalisi un tan­to al chilo: il machismo come omo­­sessualità nascosta e/ o latente, il fi­glio travestito e transessuale come proiezione vendicativa e disvela­mento della reale indole paterna, i grandi pesci, tonni, marlini, squa­li, combattuti e vinti, come metafo­re sessuali... Pilar , sotto questo pro­filo, è un buon osservatorio per chi voglia avventurarsi verso quel ge­nere di pesca nei meandri di una mente.C’è Hemingway che,pieno di rabbia per non aver preso il mar­lino più grande, la sfoga sparando sui gabbiani che volteggiano sopra la barca. C’è Hemingway che, rac­conta un amico dimostratosi più bravo, per rovinargli la preda già ar­p­ionata si mette a sparare con il mi­tra agli squali che si avvicinano, scatenando così ancor più la frene­sia data dall’odore del sangue. C’è Hemingway che,nell’ansia di por­tare a bordo la preda ferita, finisce per spararsi nelle gambe... Eppure, al di là di ciò, resta il toc­co delicato con cui lo scrittore bul­lo e macho consola i Murphy a cui è morto un figlio di 16 anni, o scrive a un piccolo amico ricoverato in ospedale e che egli sa non uscirà vi­vo da lì. Frammenti di bellezza in mezzo a mucchi di rovine, un toc­co di grazia prima che la pressione diventi insopportabile.