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 2012  febbraio 29 Mercoledì calendario

I marò: «Siamo italiani, ci comportiamo da italiani» Ma l’India non li scarcera - Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha incontrato i due marò agli arresti,ma dall’India ripartirà con un pugno di mosche, altro che imminente liberazione

I marò: «Siamo italiani, ci comportiamo da italiani» Ma l’India non li scarcera - Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha incontrato i due marò agli arresti,ma dall’India ripartirà con un pugno di mosche, altro che imminente liberazione. Gli in­diani non hanno alcuna intenzio­ne di mollare i fucilieri del San Marco. Le prove come il calibro dei colpi che hanno ucciso i due pescatori, il colore del pescherec­cio coinvolto, che sarebbe diverso da quello respinto dai marò in ser­vizio antipirateria, non saltano fuori.Però si fa strada un’altra ipo­tesi: i pescatori sono stati uccisi in uno scontro con «concorrenti» dello Sri Lanka. Non si tratta di ca­si isolati. Gli stessi indiani hanno più volte denunciato, anche nei commenti agli articoli sul caso dei marò, che «500 pescatori del Ta­mil Nadu sono stati uccisi dallo Sri Lanka» per il controllo delle zone di pesca nell’area. La visita di Terzi in India era pro­grammata d­a tempo e doveva ser­vire a migliorare i rapporti, soprat­tutto economici, fra i due Paesi. L’attenzione si è focalizzata sul suo blitz a Kochi, dove sono dete­nuti i fucilieri di marina Massimi­liano Latorre e Salvatore Girone. A New Delhi, dopo l’incontro con il ministro degli Esteri S. M. Krish­na, la conferenza stampa congiun­ta è suon­ata come campana a mor­to per il caso dei marò. «Ho spiega­to molto francamente la posizio­ne del governo (italiano ndr), che è basata sul diritto internaziona­le. C’é una differenza di opinioni sulla giurisdizione del caso, che non è stata risolta» ha spiegato Terzi. L’Italia sostiene che i marò possono venir processati solo nel nostro Paese tenendo conto che erano in servizio antipirateria ap­provato dall’Onu e che l’inciden­te è avvenuto in acque internazio­nali. Secondo New Delhi i marò vanno giudicati in loco perchè le vittime sono indiane. Non è servi­to un editoriale del ministro Terzi pubblicato sul­l’ Hindu , il quoti­diano più letto nel sud del Pae­se, in cui si ricor­da che «marinai indiani ed italia­ni sono stati te­nuti ostaggio in­sieme in Soma­lia per mesi e la loro liberazione è avvenuta dopo gli incessanti sforzi del gover­no italiano ». Il ministro si riferisce al sequestro della petroliera «Savi­na Caylin», ma non spiega, aven­do­sempre negato che sia stato pa­gato un riscatto, cosa è veramente accaduto. I contractor incaricati dello scambio lanciarono da un piccolo aereo solo una parte dei soldi in mare ai somali controllan­do che l’eq­uipaggio indiano venis­se liberato per primo. I pirati vole­vano tenerseli per scambiarli con i loro amici catturati dalla marina di New Delhi. Poi gettarono le al­tre sacche per liberare gli ufficiali italiani e la nave. Il tutto davanti ad un’unità della nostra marina militare con a bordo incursori e marò pronti ad intervenire se qual­cosa fosse andato storto. A Kochi il ministro degli Esteri ha incontrato i marò detenuti per dieci minuti.«Mi hanno detto “sia­mo italiani e ci comportiamo da italiani”» ha dichiarato il mini­stro. Poi ha chiamato i familiari di Latorre e Girone per informarli che i due stanno bene. Terzi si è detto «profondamente colpito dal­la qualità di questi nostri uomini in armi» e di averli trovati «in otti­mo spirito, con grande coraggio e con ottimismo che questa situa­zione sia risolta rapidamente». La decisiva perizia balistica, pe­rò, è ancora in alto mare. Il Tg5 ha mostrato una foto del pescherec­cio parlando di fori di proiettile di calibro 7,62, ovvero Kalashnikov. Le armi dei marò hanno il calibro 5,56 della Nato. Non solo: la traiet­toria dei colpi appare dal basso verso l’alto, incompatibile con le raffiche sparate dal ponte di una petroliera decine di metri sopra il livello del mare. Anche per questo motivo si fa strada una nuova ipo­­tesi, secondo fonti militari del Giornale che lavorano al caso. Nel­la zona del tonno, dove pescava il Saint Anthony coinvolto nell’inci­dente, sono usuali gli scontri ar­mati tra indiani e cingalesi. Per il controllo del mercato ittico si par­la addirittura di 500 morti fra i pe­scatori indiani in anni di acredi­ne. I pescatori sono spesso armati anche per contrastare i rivali dello Sri Lanka ed il fucile più usato a quelle latitudini è il Kalashnikov.