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 2012  febbraio 29 Mercoledì calendario

Erano i tesori della scienza eppure sono svaniti nel nulla - Il carattere di Eduard Optisch non faceva che deteriorarsi e a un certo punto del 1974 l’ex proprietario di cave si convinse che nessuno doveva più rimettere le mani (e gli occhi) sul suo tesoro

Erano i tesori della scienza eppure sono svaniti nel nulla - Il carattere di Eduard Optisch non faceva che deteriorarsi e a un certo punto del 1974 l’ex proprietario di cave si convinse che nessuno doveva più rimettere le mani (e gli occhi) sul suo tesoro. Nemmeno il paleontologo Peter Wellnhofer, che tentava di cominciare una nuova, forse decisiva, indagine su un reperto unico al mondo. L’ultimo «no» risuonò, appunto, 38 anni fa e solo quando il signor Optisch morì, nel 1991, gli scienziati tornarono a sperare. Avrebbero finalmente riacciuffato il leggendario fossile di Archaeopteryx? Si frugò nella collezione del signor Optisch (anche sotto il suo letto, dove una voce sosteneva che nascondesse la creatura-chimera, mezzo dinosauro e mezzo uccello). Ma né dal materasso né dalle teche della casa della cittadina tedesca di Pappenheim emerse la foto su pietra risalente al Giurassico, a 150 milioni di anni fa. L’esemplare, noto come Maxberg, il più intrigante degli 11 mai trovati del dinosauro volante, era svanito. Rubato? Venduto segretamente? O perduto per un’imperdonabile distrazione? Ci fu perfino chi immaginò che Optisch l’avesse portato con sé nella tomba, costringendo l’Archaeopteryx a un secondo (e avvilente) viaggio nel tempo. Il diluvio di ipotesi, comunque, non ha mai scalfito il giallo. Il fossile, scoperto nel 1956, a lungo girovago tra musei e laboratori, è diventato un fantasma. Gli studiosi si dicono inconsolabili, anche se era stato ossessivamente analizzato e ne era stata fatta una copia. Secondo il professor Florian Heller, è nell’eloquenza silenziosa di quello scheletro incompleto, nelle ossa cave e nella conformazione del bacino, la prova di una discendenza: gli uccelli sono cugini dei dinosauri, forse i sopravvissuti sotto mentite spoglie dei giganti che dominarono la Terra. Ma si tratta di ricerche che appartengono alla preistoria dell’high tech paleontologico. Se oggi si materializzasse di nuovo, l’Archeaopteryx di Maxberg verrebbe trascinato sotto le radiazioni ionizzanti di una tomografia computerizzata e comincerebbe a raccontare una storia alternativa, svelando le sue segrete strutture in colorate elaborazioni tridimensionali. Peccato. E’ un sogno a occhi aperti, rievocato dalla rivista «New Scientist», che elenca una serie di tesori scientifici, trovati per caso e incomprensibilmente perduti: e così anche chi è abituato a corteggiare la ragione resta vittima delle trappole del rimpianto. Che cosa avrebbero potuto dirci che non sappiamo? Archaeopteryx a parte, c’è chi si mangia le mani per un ulteriore pezzo dal valore incalcolabile: apparso negli Anni 20, il teschio dell’Uomo di Pechino fu considerato all’epoca la più antica testimonianza di ominide, risalente a mezzo milione di anni fa. Anche allora furono eseguite delle copie e di nuovo con mezzi inadeguati. L’originale dell’Homo erectus pekinensis - sostengono gli antropologi era pronto a gettare un inedito fascio di luce sulle nostre controverse origini, per esempio sulla sensibilità alle frequenze del linguaggio parlato e sulle presunte inclinazioni al cannibalismo. E invece è scivolato in un buco nero, spalancatosi nel settembre 1941, quando il diligente dottor Hu Chengzhi, spaventato dall’idea di un raid giapponese, impacchettò la testa e la inviò negli Usa. La cassa cinese non arrivò mai, forse razziata prima dell’imbarco o catturata dalle truppe del Sol Levante e caricata sul cargo «Awa Maru», che però fu spedito in fondo al Pacifico da un siluro americano. E, mentre abbiamo polverizzato un tassello della nostra avventura primordiale, ne abbiamo smarrito anche uno ulteriore, quello che testimonia la più ambiziosa avventura nel futuro mai tentata dall’uomo: la conquista della Luna. Le missioni Apollo hanno riportato a Terra 380 kg di campioni di roccia e polveri e la maggior parte è custodita in un laboratorio a prova di intrusione, il «Lunar Receiving Laboratory» di Houston. Se molti documenti delle spedizioni non si trovano più e come ha ammesso Richard Nafzger, esperto del «Goddard Space Flight Center» - la Nasa non è stata capace di conservare i 45 nastri originali con le immagini dello sbarco del 1969, i materiali selenici hanno goduto di maggiori attenzioni. E non a caso. Preziosi più dell’oro, racchiudono tante informazioni sulla storia del Sistema Solare ancora da decifrare. Eppure anche in questo caso qualcosa è andato storto. Sulla scia dell’euforia l’allora presidente Richard Nixon regalò una serie di targhe commemorative, contenenti frammenti di suolo lunare prelevati dall’Apollo 11 e 17: quasi tutte le nazioni ne ricevettero una e spesso ne fecero un pessimo uso. L’investigatore della Nasa Joseph Gutheinz ha scoperto che 160 sono «missing» e sta conducendo una caccia sistematica. Ma nemmeno la sua fantasia poteva prevedere che, pochi mesi fa, un campione da 10 milioni di dollari tornasse alla luce da un fascio di documenti appartenenti a Bill Clinton: era stato abbandonato in un angolo polveroso della biblioteca pubblica dell’Arkansas.