Massimo Gaggi, Corriere della Sera 28/02/2012, 28 febbraio 2012
LA PARTITA DEL CUORE DEL SINDACO BING PER SALVARE DETROIT —
Jefferson North, uno degli stabilimenti della rinascita industriale di Detroit, sforna Jeep a pieni giri. La ripresa dell’industria automobilistica Usa restituisce un po’ d’orgoglio e voglia di combattere alla metropoli ferita, ma nessuno s’illude di rivedere la città vitale di un tempo, luogo dei trionfi dell’industria e capitale del ceto medio americano. Un’aria di benessere si respira ancora a Grosse Pointe, il quartiere residenziale a nord dello stabilimento della Chrysler, pieno di ville vittoriane affacciate sul lago Saint Clair. Ma basta scendere un miglio a sud della fabbrica per piombare nelle inferno dei quartieri abbandonati, pieni di capannoni sventrati, case bruciate, sterpaglia che invade i marciapiedi.
A fronteggiare, quasi a mani nude, una crisi senza precedenti, un uomo anziano e allampanato che, anziché godersi la pensione nella sua condizione di «ricco e famoso», tre anni fa si è buttato nella «mission impossible» di rimettere in sesto quella che è diventata la città più povera d’America: 20 per cento di disoccupati e 38 per cento dei cittadini che vivono al di sotto della soglia dell’indigenza, il doppio rispetto alla media nazionale. E anche la metropoli con maggiori problemi di criminalità, dove i leader religiosi protestano per l’impennata degli omicidi facendo sfilare un corteo di carri funebri vuoti.
Una città che è diventata il laboratorio della crisi del welfare dell’era industriale: 400 mila posti di lavoro manifatturieri persi in pochi anni e la necessità di ridimensionare — o smantellare — quella che era la rete di protezione sociale più generosa d’America.
Dave Bing, una grande gloria del basket americano (uno dei 50 migliori giocatori di tutti i tempi dell’NBA, consegnato all’immortalità della «hall of fame» dei cestisti), conclusa la carriera sportiva nel 1978 aveva fatto per trent’anni — e con molto successo — l’industriale siderurgico. Nel 2009 ha venduto tutto e, anziché godersi il patrimonio accumulato, si è fatto eleggere sindaco, convinto di poter salvare la sua città.
Una corsa a perdifiato, un lavoro duro e ingrato senza incassare un dollaro di stipendio. E un piano di rinascita dettato da una lucida, geometrica follia, giustificata dalle condizioni disperate della città: svuotare interi distretti trasformandoli in aree verdi, cercando di concentrare attività economiche e tessuto sociale in pochi quartieri. Una metropoli a «macchia di leopardo», insomma, come New Orleans. La città della Louisiana è stata devastata, e in parte desertificata, dall’uragano Katrina, che ha spazzato via interi borghi. Detroit ha vissuto lo «tsunami» dell’eclisse dell’industria insieme alla quale se n’è andata più della metà della popolazione: dei quasi due milioni di abitanti degli anni Cinquanta, ai 714 mila censiti l’anno scorso. Sparpagliati in una distesa urbana grande come San Francisco, Boston e Manhattan messi insieme.
Bing si è accorto subito che non poteva continuare a garantire elettricità, acqua, polizia, vigili del fuoco e agli altri servizi a un’area così vasta, ma il suo piano ha incontrato resistenze locali e, quando è decollato, ha subito trovato l’ostacolo della crisi delle finanze municipali. Bing è andato avanti lo stesso, con l’aiuto della New Economy Initiative, la federazione delle dieci principali organizzazioni filantropiche private, impegnate in vari sforzi di recupero del tessuto urbano.
Oggi, in un municipio decorato da statue imponenti che ricordano più il realismo socialista che l’epopea dei «padri fondatori», il sindaco-atleta rivendica orgogliosamente i suoi successi: quasi diecimila case demolite per far spazio a verde pubblico, un’amministrazione che ha chiuso con un passato di corruzione diffusa (il suo predecessore è finito in galera). E le centinaia di nuove iniziative economiche, soprattutto piccole imprese, che stanno rivitalizzando parti importanti di «midtown» e «downtown».
Un buon inizio che giustifica qualche speranza per il futuro: le zone risanate sono piccole «enclave» nell’oceano dei quartieri distrutti e di altri 80 mila edifici da demolire, ma la città, con un costo della vita ormai molto basso e un’alta concentrazione di ingegneri e manodopera qualificata, ha le sue carte da giocare.
Per Bing, però, la partita potrebbe finire qui: con le casse municipali ormai vuote e la difficoltà di contenere il costo di un pubblico impiego rappresentato da ben 53 sindacati, il sindaco democratico è ormai con le spalle al muro. Rischia di essere commissariato dal governatore (repubblicano) del Michigan, Rick Snyder, il cui ultimatum è scaduto sabato scorso. Il sindaco non è riuscito a presentare un piano praticabile e il governatore gli ha concesso un mese di proroga. Ritenterà, ma ha pochi spazi. Bing le ha tentate tutte: ha eliminato quasi duemila dipendenti pubblici, ha convinto i sindacati — riluttanti ma spaventati da un commissariamento che farebbe saltare molti contratti — ad accettare tagli di salari e pensioni. Ha proposto di privatizzare i trasporti municipali, le ambulanze, perfino l’illuminazione delle strade.
Ma, con la crisi che riduce anche gli introiti della città, i conti continuano a non tornare. «Ho preso il toro per le corna, adesso tocca al Parlamento dello Stato darci una mano» dice Bing, cercando di allontanare lo spettro dell’«emergency manager». Ma col municipio che oggi non ha nemmeno le risorse per pagare gli stipendi di marzo, per molti Bing è, ormai, un morto che cammina.
Massimo Gaggi