Massimo Franco, Corriere della Sera 28/02/2012; Gian Guido Vecchi, ib., 28 febbraio 2012
2 articoli – I CORVI IN VATICANO E LA TENTAZIONE DI UN GESTO FORTE - Nelle ultime due settimane l’arma estrema di difesa è stata evocata e abbandonata più volte
2 articoli – I CORVI IN VATICANO E LA TENTAZIONE DI UN GESTO FORTE - Nelle ultime due settimane l’arma estrema di difesa è stata evocata e abbandonata più volte. Di fronte ai documenti riservati filtrati dal Vaticano alla stampa e alle tv «laiche», si è affacciata la tentazione di rispondere con un atto clamoroso, almeno a livello diplomatico: una protesta ufficiale nei confronti dello Stato italiano, per l’uscita di documenti interni considerati una sorta di attentato alla sicurezza della Santa Sede. Presto, però, le persone che avevano accarezzato una simile via d’uscita sono state invitate a un’analisi più fredda della situazione. Ci si è resi conto che un’iniziativa del genere era strampalata. Avrebbe incrinato i rapporti ottimi con il governo di Mario Monti, senza peraltro portare a nulla. Non solo: il governo italiano avrebbe avuto gioco facile nell’obiettare al Vaticano che andava difesa la libertà di stampa; rimandando il problema all’interno di quelli che sono tuttora chiamati i sacri palazzi. L’indiscrezione, però, è significativa perché permette di capire quanta confusione e agitazione regni in questi giorni OltreTevere; e come le gerarchie vaticane vivano quanto sta succedendo come un’aggressione alla quale è difficilissimo rispondere: anche perché proviene dalle sue stesse file. Il tam-tam contro il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, continua; e si configura come una vera offensiva. E illustri monsignori, decrittando quanto avviene, sentenziano: «Non è finita. Usciranno altre cose». Per paradosso, è vero che gli attacchi ripetuti potrebbero rafforzare Bertone: in casi del genere la Chiesa si chiude a riccio e aspetta che la bufera passi. Ma si tratta di una chiusura sempre più affannosa e sfidata dalla sensazione che sia in atto una vera e propria resa dei conti. Per un po’ si è coltivata l’illusione che potesse funzionare la strategia almeno del «sopire», visto che «troncare» è una pia illusione: lasciare che le acque si calmassero, dando nel frattempo qualche segnale interno, e andare avanti come se nulla fosse. D’altronde, gli uomini più vicini al segretario di Stato ribadiscono che Benedetto XVI continua a nutrire fiducia nel suo primo collaboratore e non lo vuole sostituire. Ma altri affermano invece che la decisione di scegliere il successore sarebbe già stata presa: il problema non è il «se» ma il «quando». Ma proprio il «quando» è sostanza. A spingere perché Bertone sia costretto a farsi da parte entro l’estate sono quelli del «partito dei 78 anni», che il cardinale compirà in autunno: l’età alla quale lasciò il predecessore, Angelo Sodano. I suoi difensori, invece, confidano che il rapporto stretto con Benedetto XVI lascerà scivolare le cose fino al compimento dell’ottantesimo anno, soglia canonica per tutti i cardinali. Ma più che scivolare, la situazione sta rischiando di precipitare. Quanto accade mostra una sfasatura fra la filosofia prevalente in Vaticano e chi in quelle stanze e fuori prevede un’accelerazione. Le lettere pubblicate ieri dal Fatto sullo scontro fra Bertone e l’ex arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, per il controllo dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Milano, «cassaforte» della Curia lombarda, uno dei crocevia delle strategie dell’episcopato, sono lette come un indizio vistoso. E non aiutano le voci velenose su dissensi crescenti fra il numero uno dello Ior, la «banca vaticana», Ettore Gotti Tedeschi, e uomini di Bertone come Giuseppe Profiti, oggi al vertice del San Raffaele. I monsignori che hanno dimestichezza con le questioni della Curia e dello Ior riferiscono di un contrasto lievitato proprio durante il salvataggio dell’ospedale. La determinazione con la quale Gotti Tedeschi, scelto dal papa e da Bertone, ha fatto presenti i rischi finanziari dell’operazione, non è piaciuta a tutti nella Segreteria di Stato. E in alcuni conciliaboli a margine dell’ultimo Concistoro sono state fatte girare voci inverosimili secondo le quali alcuni documenti dello Ior erano stati passati ai giornali da Gotti Tedeschi: un’operazione mirata a danneggiarlo. D’altronde, la nuova arma di lotta interna sembra questa. A mettere in fermento i piani alti della Santa Sede non è solo il contenuto di quanto esce, ma il fatto che si tratti di fogli autentici, forniti da chi in Vaticano lavora nei gangli più strategici. È come se qualcuno avesse accumulato negli anni un piccolo tesoretto di fotocopie imbarazzanti, e magari sconvolgenti; e le stesse centellinando, facendo emergere lo spaccato buio che affiora all’ombra di Benedetto XVI, «papa gentile» e intellettuale. Qualcuno sottolinea che appunti e dossier escono per lo più dalla Segreteria di Stato, e non dagli altri dicasteri vaticani. E questo alimenta la tesi di una diplomazia della Santa Sede che si starebbe vendicando per il modo in cui è stata trattata da Bertone: il caso della rimozione-promozione dell’ex segretario del Governatorato, Carlo Maria Viganò, trasferito come nunzio a Washington dopo avere denunciato episodi di corruzione e malaffare, ne sarebbe l’ultimo capitolo. Ma l’analisi, certo suggestiva, non riesce a spiegare tutto. L’ossessione di trovare il o i colpevoli di tanto trambusto porta qualcuno a ipotizzare provvedimenti radicali come una rimozione di quanti in Segreteria di Stato si occupano dell’ufficio del personale e dunque in teoria possono avere accesso alle schede più riservate. Ma le cose, in quei palazzi, risultano sempre meno scontate di quanto appaiono. Lo dimostra la genesi della lettera con la quale circa una settimana dopo le rivelazioni su Viganò e le sue accuse, i responsabili del Governatorato hanno difeso il proprio operato. Si è trattato di una reazione tardiva, collettiva, e per questo accompagnata da molte perplessità. Si è accreditata la tesi che qualcuno dei firmatari in realtà non avesse neanche letto la nota; e che nella Segreteria di Stato qualcuno si fosse opposto fino all’ultimo. Pare che i contrasti ci siano stati davvero. Eppure, ad approvarla sarebbe stato il Papa in persona. Massimo Franco VATICANO, SPONDA «ESTERNA» PER I DOSSIER — L’ultima missione dei «corvi» arriva beffarda mentre l’intera Curia romana è chiusa con il Papa nel Palazzo Apostolico per gli esercizi spirituali di Quaresima: «Riflettiamo sul valore della comunione nella Chiesa» spiega il predicatore e cardinale di Kinshasa, Laurent Monsengwo Pasinya. Di per sé il contenuto dei documenti non è nuovo: lo scontro sul controllo dell’Istituto Toniolo, la potente «cassaforte» che controlla l’università Cattolica e il Gemelli, è noto dalla primavera scorsa, quando si seppe della lettera nella quale il segretario di Stato Tarcisio Bertone chiedeva al cardinale Dionigi Tettamanzi di lasciare la presidenza per fare posto all’ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick e della replica secca di Tettamanzi che scrisse al Papa per difendere la gestione e l’immagine dell’Istituto. La novità, ancora una volta, sta però nel testo delle lettere riservate — Bertone che a nome del «rinnovamento» voluto dal «Santo Padre» comunica: «Vostra Eminenza è sollevata da questo oneroso incarico»; Tettamanzi che scrive al Papa la sua «profonda perplessità» rispetto a «quanto viene attribuito direttamente alla Sua persona» e cioè il «dimissionamento» — fotocopie che sono state fatte uscire dalla sezione Affari generali (protocollo 194.135) della Segreteria di Stato e il Fatto quotidiano ha pubblicato ieri. Una «bassezza» che provoca sconcerto in Vaticano ma si accompagna a una convinzione: c’è una «sponda» esterna, in Italia, che sta centellinando i contenuti di un dossier uscito da più di un mese e ha come obiettivo immediato di colpire il cardinale Bertone, senza peraltro risparmiare veleni sullo stesso Benedetto XVI. Da quando, a fine gennaio, venne resa pubblica la lettera riservata dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò — nella quale denunciava al pontefice «corruzione» nel Governatorato — la Gendarmeria vaticana ha disposto una custodia e sorveglianza assoluta delle carte riservate. Per lo più uscite dalle due sezioni della Segreteria di Stato, Affari generali e Rapporti con gli Stati. Nella massima riservatezza, sono stati interrogati ecclesiastici e laici della Curia, le indagini si stringono, i sospetti di addensano sulla «vecchia guardia» curiale. Ma ormai la fuga di documenti c’è stata e si attendono nuove puntate. L’ultima ricalca uno schema opaco già visto con lo Ior: si rivela una situazione di scontro o tensione che intanto ha avuto sviluppi. La lettera di Bertone, datata 24 marzo 2011, è perentoria: in nome delle «Superiori intenzioni» scrive a Tettamanzi di indicare come successore il professor Flick, «già informato», e di non fare nomine. L’allora arcivescovo di Milano, il 28 marzo, denuncia al Papa gli «attacchi calunniosi» subiti dal Toniolo e difende una gestione che, scrive, ha messo fine «a un lungo periodo d’irrilevanza pubblica, di concentrazione patologica dei poteri e assoluta mancanza di trasparenza». Un mese più tardi Benedetto XVI ricevette Tettamanzi e Bertone e tutto venne congelato in attesa del nuovo arcivescovo. Il Papa ha incontrato a settembre Angelo Scola che a gennaio è entrato nel Cda del Toniolo, ora Tettamanzi resta presidente e nulla è cambiato ma la pratica è passata al suo successore. Anche la pubblicazione di due pareri diversi e precedenti del cardinale Attilio Nicora e del professor Giuseppe Dalla Torre sullo Ior è avvenuta quando già era stata raggiunta una soluzione con l’approvazione, il 25 gennaio, delle modifiche alla nuova legge di trasparenza finanziaria. Gian Guido Vecchi