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 2012  febbraio 28 Martedì calendario

2 articoli – TESORERIA UNICA, ACCORDO DOPO LO SCONTRO — Uno scippo, «una rapina di Stato», «il ratto di Monti»: le metafore, non solo delle Lega, nelle ultime ore come negli ultimi giorni, si sono sprecate

2 articoli – TESORERIA UNICA, ACCORDO DOPO LO SCONTRO — Uno scippo, «una rapina di Stato», «il ratto di Monti»: le metafore, non solo delle Lega, nelle ultime ore come negli ultimi giorni, si sono sprecate. Avvocati dei Comuni, delle Province, delle Regioni, pronti a fare ricorso, al giudice ordinario come alla Consulta, a diffidare la propria la banca dal versare un solo euro alla Tesoreria dello Stato. Dal Veneto alla Sicilia, dai leghisti ai dipietristi, sino a ieri pomeriggio, un solo coro: non toccate i nostri soldi, quella norma è sbagliata e incostituzionale. Sul decreto sulle liberalizzazioni (articolo 35) che ha introdotto la Tesoreria unica ieri è andato in scena l’ennesimo scontro fra governo ed enti locali, ma anche probabilmente uno degli ultimi atti. Un incontro interlocutorio fra Vasco Errani, presidente delle Regioni, e il presidente del Consiglio Mario Monti, a Palazzo Chigi, ha aggiunto una nota istituzionale alle incomprensioni. Ma alla fine, in serata, anche con la Lega, si è trovata una soluzione: il governo infatti ha accolto due ordini del giorno in cui si impegna a recepire i rilievi della commissione Bilancio del Senato; e non è escluso che la norma possa essere rivista, già nei prossimi giorni, attraverso modifiche al decreto fiscale, che sarà in esame alle Camere. Una conferma in questo senso è arrivata ieri anche dal sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo. Al di là del veicolo normativo, si apprende da fonti dell’esecutivo, è stata girata ai partiti più di un’assicurazione: il governo promette in sostanza di rivedere in modo più razionale, a breve termine, il sistema; ne assicurerà il carattere provvisorio; darà soprattutto il via libera a un sistema di compensazioni fra crediti e debiti, delle aziende e degli enti locali, cui dovrebbero essere destinati 7,4 miliardi di euro. Non è poco: in sostanza l’esecutivo non fa marcia indietro sul testo del decreto che il Senato si appresta ad approvare, ma sui principi che introduce lascia intravedere più di un ammorbidimento. E al contempo mette sul piatto della bilancia oltre 7 miliardi di euro che potranno andare — anche se in forma di compensazione con debiti fiscali — direttamente alle imprese, o a quegli enti locali che hanno debiti con le aziende e crediti che possono a loro volta essere compensati. Non solo: il governo si impegnerà a corrispondere, sui soldi degli enti locali depositati a Roma, un interesse leggermente superiore a quello oggi riconosciuto dagli istituti di credito che materialmente detengono le risorse finanziare di Comuni, Province e Regioni. La commissione Bilancio aveva chiesto che la norma sulla Tesoreria fosse formulata diversamente per «garantire l’equivalenza tra tassi di interesse attivi maturati presso le Tesorerie locali e quelli maturati presso la Tesoreria statale». Probabilmente si farà qualcosa di più. Resteranno ovviamente, almeno sino a quando le modifiche non saranno formalizzate, sia i contrasti che le parole grosse. Ieri l’Anci, alla vigilia di un Consiglio Nazionale che si terrà a oggi a Napoli, ha espresso le sue critiche, attraverso il presidente Graziano Delrio, dicendo che «è inaccettabile, oltre che incostituzionale, essere trattati come i bambini monelli che hanno sperperato». Ma una soluzione politica è ormai in dirittura di arrivo. Ieri sera il governo ha accolto due ordini del giorno in cui si impegna a «ridurre al minimo indispensabile l’efficacia temporale» della disposizione «anticipando a una data antecedente al 31 dicembre del 2014 il termine di scadenza del nuovo regime di tesoreria unica». Marco Galluzzo CHI COMPRA BOT, CHI PAGA I DEBITI. I PRIMI CITTADINI SVUOTANO LE CASSE — Comuni, Province e Regioni come un sol uomo: «No alla tesoreria unica». Il primo a sollevare la questione è stato Matteo Bianchi, sindaco leghista di Morazzone, 4.375 abitanti nel varesotto. Poi, il tema è stato fatto proprio da Luca Zaia e Roberto Maroni: oggi è il principale cavallo di battaglia del Carroccio di lotta. Eppure, l’abolizione delle tesorerie comunali prevista all’articolo 35 del decreto liberalizzazioni ha scatenato le ire di tutti i sindaci, senza distinzioni di casacca o appartenenza, maggioranza o opposizione. Il decreto governativo sancisce che le somme depositate presso le tesorerie di enti locali e Regioni vengano dirottate, in due tranches e direttamente dalle banche che gestiscono tali risorse, su una tesoreria nazionale. Il che — a prescindere da qualsiasi considerazione sull’autonomia dei territori — decurta in modo significativo gli interessi che i municipi fino a ieri maturavano sui fondi depositati. Oggi scade la prima delle due rate, e dunque ieri è stato il giorno della rabbia. Anche se una soluzione, resta da capire quanto condivisa dagli interessati, pare profilarsi: il governo ha accolto due ordini del girono che lo impegnano ad attuare la raccomandazione della commissione Bilancio di Palazzo Madama per una nuova formulazione della norma che garantisca «l’equivalenza tra tassi di interesse maturati presso le Tesorerie locali e quelli maturati presso la Tesoreria statale». Come dire: l’autonomia ne soffrirà, ma almeno non ci si rimetta. In ogni caso, la macchina della protesta è già partita. L’associazione dei Comuni (Anci) per «sostenere tutte le iniziative di contrasto alla norma che prevede il ritorno alla tesoreria unica tradizionale» ha messo a disposizione dei suoi associati uno schema di «intimazione e diffida» nei confronti delle banche che svolgono il ruolo di tesoreria affinché non versino una lira allo Stato. In pratica, si tratta del provvedimento avviato dal Comune di Venezia, guidato da Giorgio Orsoni (centrosinistra). Il quale non è meno tonico dei colleghi leghisti: «Obbligarci a trasferire le tesorerie presso la Ragioneria dello Stato è un insulto alla nostra autonomia. Il provvedimento manifesta una visione centralistica dello Stato che non possiamo accettare» Ma la protesta ha assunto forme anche fantasiose. Il presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro, qualche giorno fa, ha trovato una sua soluzione. Poiché ai rigori del decreto sfuggono soltanto le risorse investite in titoli di Stato, oplà: i conti correnti della Marca sono stati rapidamente svuotati e trasformati in Bot. Anzi, Muraro ieri ha fatto sapere che i trevigiani in 24 ore hanno già guadagnato 84 mila euro. In parte, frutto del differenziale tra il tasso dell’1,6% e quello del «modesto 1% che il Governo Monti ci avrebbe voluto riconoscere, attraverso l’imposizione del regime di tesoreria unica, con le nostre liquidità trasferite coattivamente in Banca d’Italia». Sul fronte delle Regioni, l’apripista è stato Luca Zaia, il quale sta agendo su tre fronti paralleli: impugnazione del decreto avanti la Corte Costituzionale, ricorso al Tribunale di Venezia ed ora anche diffida all’Unicredit dal trasferire le risorse venete alla tesoreria «romana»: «Se tutti gli enti locali faranno così, il governo avrà una bella gatta da pelare». Ma, appunto, a protestare non sono certo i soli leghisti. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris (Idv) osserva che «le amministrazioni locali non possono essere degli ammortizzatori sociali della crisi in atto» e dunque la norma, «decisa senza la consultazione degli enti locali stessi» sarà impugnata secondo quanto indicato dall’Anci. Assolutamente deciso anche Matteo Renzi, il sindaco (Pd) di Firenze: «Trovo allucinante che lo Stato decida di prendersi questi soldi che sono dei cittadini». Ma non è solo un fatto formale: «Io ricevo dieci email al giorno da parte di aziende che, pur avendo in cassa le risorse, non posso far lavorare a causa del "patto di stupidità"». Secondo il sindaco democratico, «il governo sta facendo bene ma deve stare attento a non sottovalutare l’impatto di quelle che non sono soltanto operazioni contabili ma incidono in maniera decisiva sulle vite dei cittadini». Ma c’è anche chi non si unisce al coro. Bruno Tabacci, assessore al Bilancio nella Milano di Giuliano Pisapia, se la prende anche con l’Anci: «Avrei di gran lunga preferito che insorgesse contro questa Imu che di municipale non ha quasi nulla. Questa è la battaglia vera per l’autonomia». L’ex presidente della Lombardia dice di «non avere alcuna intenzione di mettersi a strillare contro il governo Monti, che sta portando l’Italia fuori dal disastro. E non mi associo alla Lega, che soltanto pochi mesi fa ha imposto a un suo sindaco, il presidente dell’Anci lombardo Attilio Fontana, dal protestare contro le misure del precedente governo». Marco Cremonesi