Stefano Feltri, il Fatto Quotidiano 29/2/2012, 29 febbraio 2012
IL TETTO IMPOSSIBILE
Sono cinque anni che i governi fanno e i parlamentari disfano: il tetto agli stipendi dei manager pubblici sembra impossibile da applicare. Mario Monti aveva annunciato un limite massimo a 300 mila euro circa, la retribuzione del primo presidente della Cassazione, senza eccezioni. Però il suo decreto della presidenza del Consiglio deve essere sottoposto a un parere delle Commissione competenti (Lavoro e Affari costituzionali), poi il governo lo emanerà tenendo conto delle considerazioni. Ed è a questo passaggio che le cose cominciano ad andare storte.
A UN PRIMO sguardo tutto sembra tranquillo: alla Camera i due relatori Silvano Moffa (Responsabili) e Donato Bruno (Pdl) oggi presenteranno la loro bozza di “parere favorevole”. Il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi, titolare della pratica, assicura che le limitazioni agli stipendi dei manager pubblici sono “sono immediatamente applicabili”. Peccato che il “parere favorevole” di Bruno e Moffa sia in realtà un lungo elenco di tutte le ragioni per cui la norma, così come è scritta dal governo, non può funzionare. I due parlamentari suggeriscono talmente tante modifiche che alla fine ne resterebbe ben poco. Sono cavilli giuridici, “ma non vogliamo che il primo manager che ricorre alla Corte costituzionale faccia saltare il tetto”, dice zelante l’onorevole Bruno. C’è un pasticcio formale, nel decreto di palazzo Chigi, non è chiaro se i membri delle authority (Consob, Isvap, ecc.) e i manager sanitari sono vinco-lati dal tetto a 300mila euro. Poi c’è il problema eterno della “reformatio in peius”, cioè la revisione verso il basso degli stipendi garantiti da contratti in essere. Buone ragioni, per carità, lo dice la Corte costituzionale dal 1985: “il divieto di una siffatta reformatio è ormai talmente consolidato che non occorre neppure menzionarlo nelle disposizioni di legge”. Quindi i tagli, forse, possono valere soltanto per i contratti futuri. Ma qui si pone il problema di “evitare ingiustificate disparità di trattamento”, cioè di non pagare in modo diverso persone che fanno mansioni analoghe. Oppure quelli discriminati faranno ricorso. I due parlamentari, che non agiscono motu proprio ma riassumono il dibattito di questi giorni nelle commissioni parlamentari, notano che il governo non ha previsto deroghe e lasciano intendere che sia scontato esentare le “posizioni di più alta responsabilità”, cioè proprio quelle che oggi comportano retribuzioni di gran lunga superiori a 300mila euro. “Tra un anno guadagneranno tutti 300 mila euro tranne quelli che ricoprono funzioni apicali”, si sbilancia Donato Bruno. “Il testo del parere formulato dalle due commissioni che si conclude con un parere favorevole non è in alcun modo accettabile perchè le premesse e le valutazioni contenute contraddicono palesemente l’espressione di un parere favorevole”, nota Gianclaudio Bressa del Pd che con Renato Brunetta (Pdl) sta lavorando a un contro-parere. La linea del Pd, comunque, è che le eccezioni per i manager di vertice si possono comunque fare.
Finora il governo non è riuscito neppure a sapere quanto ci sarebbe da tagliare: Patroni Griffi ha chiesto ai top manager di dire qual è il loro reddito complessivo. Hanno risposto citando soltanto quello della carica principale che ricoprono. Antonio Manganelli, capo della polizia, oltre 600 mila euro, il ragioniere generale dello Stato Mario Canzio 562 mila, 364 mila il capo della protezione civile Franco Gabrielli. Ma sommando le varie voci dello stipendio (per non dire le pensioni), c’è chi come Antonio Mastrapasqua (Inps) arriva sopra il milione di euro.
Un dossier del servizio Studi del Senato ripercorre tutti i tentativi dal 2007 a oggi di mettere un tetto: prima non si riesce a stabilire lo stipendi-parametero (anche i presidenti della Cassazione hanno scatti di anzianità), poi si prova a uniformare tutto a una indefinibile media europea, infine ci si scontra col problema di non creare disparità tra amministrazione centrale e Regioni. Il lettore arriva a una sola conclusione: l’ordinamento italiano si è costruito, strato dopo strato, in modo da impedire ogni taglio agli stipendi dei superburocrati.