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 2012  febbraio 28 Martedì calendario

La farsa del Nobel per la pace Ora in lizza pure il soldato spia - Che non fosse più una cosa se­ria lo si era capito già nel 2009, quando premiarono un allocchi­to Barack Obama che per primo si chiese se quelli di Oslo c’erano o ci facevano; ovvero se gli avanzava­no le palanche, o se erano a corto d’idee, o in vena d’umorismo, o che altro

La farsa del Nobel per la pace Ora in lizza pure il soldato spia - Che non fosse più una cosa se­ria lo si era capito già nel 2009, quando premiarono un allocchi­to Barack Obama che per primo si chiese se quelli di Oslo c’erano o ci facevano; ovvero se gli avanzava­no le palanche, o se erano a corto d’idee, o in vena d’umorismo, o che altro. Il Nobel per la pace al suo «stra­ordinario lavoro per rafforzare la diplomazia internazionale e la col­laborazione tra i popoli?» Poiché quella motivazione doveva essere giocoforza farlocca (all’epoca Obama non aveva ancora deciso neppure di che colore voleva la tappezzeria in camera da letto, al­la Casa Bianca) pensammo che il vero motivo risiedesse altrove; e andasse per la precisione cercato nel fatto che, per dirla con Berlu­sconi, Obama era il primo presi­dente «abbronzato» degli Stati Uniti d’America;o forse anche nel­la circostanza ( allora non precisa­mente nota all’universo mondo, come è ora) che fosse in grado di in­tonare correttamente «Sweet ho­me Chicago» con o senza B.B. King. C’era stato poi il caso, fra gli al­tri, della presidente liberiana El­len Sirleaf Johnson, una matrona africana (di africano, essendosi formata negli Usa, dove ha figli e ni­poti, ha solo gli abiti e il turbante a caramella) i cui émpiti pacifisti ri­sultarono meno noti alle crona­che di quanto non lo fossero, inve­ce, i brogli elettorali di cui venne platealmente accusata all’indo­mani del premio ricevuto. Ed eccoci alle comiche odierne. Il segretario del Comitato per la consegna del riconoscimento, Ge­ir Lundestad, ha spiegato -e come facesse a restar serio non si sa- che i candidati alla bazza interconti­nentale 2012, dotata di un appan­naggio di poco più di un milione di euro, sono 231. Non è il record del 2011, quando i condidati furono 241, ma siamo pur sempre ai mas­simi della sciàmbola. Tra vecchie lenze della politica, come Bill Clin­ton ed Helmut Kohl, figurarsi, ci so­no delle new entry così strane, se proprio non vogliamo usare l’ag­gettivo «imbarazzanti», da chie­d­ersi se non sia arrivato il momen­to di chiuderlo, questo sganghera­to baraccone del pacifismo inter­national. Imbarazzante, non sapremmo come dire altrimenti, pare ad esempio il caso del soldato Usa Bradley Manning, presunta talpa che passò a Wikileaks,l’organizza­zione di Julian Assange, migliaia di documenti top secret mentre era in servizio in Irak e che ora ri­schia l’ergastolo negli Usa. Non è strano che si rischi di premiare con il Nobel un soldato che tradi­sce il suo Paese: ovvero uno spio­ne, per rivelare poi cosa?, se non dei retroscena coloristici e inin­fluenti su una condotta militare già ampiamente sputtanata ed esecrata riferibile ad alcune peco­re nere dello U.S. Army? E che dire della candidatura di Al Jazeera , l’assai influente televi­sione pan araba di Hamid bin Kha­lifa Al Thani, padrone del Qatar? Possibile che le teste refrigerate di Oslo non sappiano, che non gli ab­biano detto, che Al Jazeera raccon­tò sì in modo magistrale la rivolta libica contro Gheddafi, soffiando però allegramente sul fuoco che circondava il colonnello ma glis­sando contestualmente, e talvolta tacendo, sui morti e sulle ribellio­ni che in­quello stesso torno di tem­po scoppiavano nel Bahrein e in al­tri paesi del Golfo cari a «sua emit­tenza il grande turbante Al Tha­ni »? E ad ogni modo: come si fa, con quali motivazioni si assegne­rebbe un Nobel per la pace al lavo­ro di un’emittente tv che nel mi­gliore dei casi avrebbe svolto solo il suo lavoro, in modo neutrale fra i contendenti, sugli insanguinati campi di battaglia del Maghreb? Insomma, quello di Oslo sta di­ventando un caravanserraglio in cui, a parte qualche nome noto, co­me quello della Timoshenko, l’eroina della rivoluzione arancio­ne ucraina, ultimamente al gab­bio, tutti gli altri, con rispetto par­lando, sono i soliti illustri scono­sciuti, un manipolo di illustri chi­cazzè in cui quelli di Oslo sono spe­cializzati da anni. Mancano guar­die giurate, ladri, gasisti, ruffiane asmatiche, ingegneri cornuti, me­dici delle budella e specialisti del perepepè (per dirla con l’ingegner Carlo Emilio Gadda). Per il resto, ci si trova di tutto.