Vittorio Feltri, il Giornale 28/2/2012, 28 febbraio 2012
Buffon, capitano del Paese dei furbi - La vicenda del gol fatto dal Milan contro la Juventus, domenica notte al Meazza, e non visto dall’arbitro e dal guardalinee, è molto istruttiva
Buffon, capitano del Paese dei furbi - La vicenda del gol fatto dal Milan contro la Juventus, domenica notte al Meazza, e non visto dall’arbitro e dal guardalinee, è molto istruttiva. Non mi riferisco agli aspetti tecnici, che altri hanno affrontato con competenza superiore alla mia, quanto, piuttosto, al comportamento, nella circostanza, del portiere Gigi Buffon, capitano della Nazionale italiana. Il quale, intervistato dopo la partita sull’episodio, ha dichiarato senza arrossire di non essersi accorto di aver afferrato il pallone quando questo era già mezzo metro oltre la linea di porta. E ha aggiunto con stupefacente franchezza: quand’anche mi fossi reso conto che quello di Muntari era un gol bello e buono, mi sarei ben guardato dall’avvertire l’arbitro. Ammazza che capitano, pare Schettino. Intendiamoci, scherzi a parte, non sarebbe giusto dare addosso a Buffon, se non altro perché così fan tutti. Inoltre bisogna riconoscergli di aver compensato la bugia («non mi sono accorto») con una botta di sincerità nell’ammettere che («qualora mi fossi reso conto...») in ogni caso avrebbe taciuto. Il portiere è poco sportivo e per nulla ipocrita. Non è molto, ma è qualcosa in un mondo, non solo quello del calcio, nel quale la menzogna e la doppiezza vanno di solito a braccetto. Fatte le necessarie precisazioni sull’uomo, passiamo a considerazioni più generali. Oggi infuriano ancora le polemiche sull’inadeguatezza degli arbitri e dei loro collaboratori, accusati di essere orbi o, peggio, di avere occhi di lince ma di chiuderli spesso per favorire una squadra e danneggiare l’altra. Venduti? Questo è il complimento che da sempre viene rivolto, da chi sta in tribuna, al cosiddetto direttore di gara. Un luogo comune, dunque. E, proprio perché tale è diventato nel tempo, significa che esprime, se non tutta, almeno una parte di verità. Ma il problema è un altro. Il fatto che gli arbitri sbaglino, talora in malafede, è assodato. Così come sbagliano i giocatori, gli allenatori e i dirigenti delle società. E non alludo né a calciopoli né ai ricorrenti scandali relativi a scommesse e a partite truccate. Mi limito a osservare quel che succede sistematicamente in campo, dove 22 calciatori- minimo per 90 minuti- si danno da fare allo scopo di ingannare l’arbitro, salvo stracciarsi le magliette se questi viene poi ingannato e, di conseguenza, commetta errori. In area si calpestano, si spintonano, si strattonano, si gettano a terra senza che qualcuno li abbia sfiorati, nella speranza di lucrare un rigore immeritato. Una delle principali attività degli atleti, in sostanza, è l’imbroglio. Vi si dedicano con crescente abilità attaccanti, difensori e centrocampisti. Non è un’interpretazione della realtà, bensì la fotografia di ciò che avviene nei nostri stadi. La storia di Buffon in questo senso è paradigmatica. Lui stesso ha confessato con sfrontatezza mista a candore: l’arbitro non solo non va aiutato a fare bene il suo mestiere, ma semmai va truffato, inducendolo ad assumere decisioni sballate che falsino l’andamento della competizione. Il calcio a suo modo riflette una mentalità piratesca assai diffusa nel Paese in cui beffare l’autorità è motivo di vanto. La furbizia del mascalzone è applaudita. Aggirare le regole, da quelle sportive a quelle civili e perfino quelle del codice penale, è un’arte che si tramanda di padre in figlio. L’imperativo non è essere corretti, ma farla franca. E gli arbitri? Se abboccano e mi fa comodo, sono bravi; se abboccano dando così una mano ai miei avversari, sono cornuti. I giocatori sono come certi clienti dei bar. Se la cassiera sbaglia a dare il resto come reagiscono? Se ci smena lei, stanno zitti e intascano. Se ci smenano loro, protestano e la insultano.