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 2012  febbraio 27 Lunedì calendario

Il romanzo criminale non ha mai lieto fine In cella l’ultimo dei boss - La fama e l’infamia non vanno sempre a braccetto

Il romanzo criminale non ha mai lieto fine In cella l’ultimo dei boss - La fama e l’infamia non vanno sempre a braccetto. Lo sa bene Enrico Nicoletti, cassiere della banda della Magliana, straordinariamente ricco negli anni d’oro del sodalizio crimina­le e sopravvissuto al declino della gang,agli omicidi,alle vendette,ai pen­timenti solo per ritrovarsi, oggi, a 76 an­ni, di nuovo in una cella nel carcere ro­mano di Rebibbia. «Sono vecchio, non voglio morire in galera»,ha detto agli agenti che lo scor­tavano in clinica per accertamenti e poi in prigione, dove deve finire di scontare sei anni e sei mesi per usura, rapine ed estorsioni accumulate in va­rie condanne. Non ha niente dell’eroe o dell’antieroe, il cassiere Nicoletti,di­venuto suo malgrado celebre come «il Secco» nella fortunata coda letteraria, cinematografica e televisiva di «Ro­manzo Criminale», dedicata alla saga della Banda. Niente di epico, soprattut­to, ha il suo pingue alter ego, nato dalla penna di Giancarlo De Cataldo, inter­pretato da Stefano Fresi nel film e da Vincenzo Tanassi in tv. Sono altri i veri «boss», sono il «Freddo», il «Libanese», il «Dandi» a conquistare, grazie al gran­de schermo, una fama mainstream da corsari, da cow-boy più che da crimina­li. Quando erano materia da cronaca nera, il successo era inferiore. A settem­bre dell’80 la morte del «Libanese», al secolo Franco Giuseppucci, vero so­prannome «Er negro», ammazzato a colpi di pistola a Trastevere, finisce a pagina 7 della cronaca locale del Mes­saggero. Il mito è arrivato dopo, quando la cronaca si è fatta fiction. E ha lasciato, comunque, al «Secco» solo un ruolo da scaltro usuraio- un cravattaro , per dir­la alla romana - che ha messo il suo know-how al servizio di un’organizza­zi­one criminale per riciclare e moltipli­care i soldi della «Banda». E, natural­mente, i suoi. Nicoletti, il «vecchio» che non vuol morire in carcere, sarà anche solo un comprimario,nella saga.Ma nella real­tà­ha contribuito non poco all’aura leg­gendaria che ammantava, e amman­ta, la Banda della Magliana. Soprattut­to a lui si deve quell’immagine di sfar­zo pacchiano, quella capacità di coniu­gare il malaffare, tradizionalmente clandestino, con l’ostentazione, che nell’immaginario collettivo è più che mai legata alla gang romana. Un aspet­to che nel romanzo e nel film sembra prerogativa dei veri protagonisti della Banda, il «Libanese» e soprattutto il «Dandi», gente che aveva più familiari­tà con la pistola che con la calcolatrice. Ma a muovere i soldi, a spenderli con pochi ritegni, era proprio Nicolet­ti, che andò ad abitare a Villa Osio,resi­denza anni ’ 30 con parco di 25mila me­tri quadri lungo le Mura Aureliane, tra piscine,rubinetti d’oro e marmi.Com­pr­ò anche gli storici studios cinemato­grafici De Paolis, sulla Tiburtina,e il ter­reno su cui doveva sorgere l’università di Tor Vergata. Poi arrivarono i guai, e il declino. Un sequestro dopo l’altro, le fiamme gialle tra ’94 e ’95 confiscarono beni per oltre 1,1 miliardi di euro a Ni­coletti. Se il crimine non paga, lui in ga­rage aveva 3 Rolls Royce, una Lambor­ghini, una dozzina di Mercedes, due Porsche e tre Ferrari. Non male per un comprimario che somigliava a Paperone. La cui impor­tanza, strumentale nella banda-fic­tion, sembra riottenere “giustizia”pro­prio dalla cronaca nera e vera. «Affasci­nante », «convincente», «spietato», «abile e spregiudicato». Così racconta il «Secco» il pentito Maurizio Abbati­no, il «Freddo», in un’udienza del pro­cesso, nel 1994. Vanta amicizie altolo­cate, entrature politiche. E sopravvive a molti dei suoi compari, finiti sotto ter­ra (Dandi-De Pedis e Libanese-Giu­seppucci), pentiti (Freddo-Abbatino e Ricotta-Mancini) o in manicomio cri­minale (Bufalo-Colafigli) ben prima che libri e film ne narrassero le gesta. La Banda seminava cadaveri, lui rac­coglieva soldi e li moltiplicava. Ma la sua parabola è discendente, e arresto dopo arresto (prima di ieri era finito in cella a luglio scorso)il finale del suo«ro­manzo criminale » è meno romantico, è infame: un vecchio che ha paura di morire in cella. Il crimine, almeno per lui, non paga più.