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 2012  febbraio 27 Lunedì calendario

Gli anti Cav cambiano nemico: adesso è l’ora di Marchionne - Uno spettro si aggira per lo Stivale, da Mirafiori a Pomiglia­no, da Melfi a Termini Imerese

Gli anti Cav cambiano nemico: adesso è l’ora di Marchionne - Uno spettro si aggira per lo Stivale, da Mirafiori a Pomiglia­no, da Melfi a Termini Imerese. Un incubo per i sonni del sindaca­­to e della sinistra italiana. È lo spet­tro del «marchionismo», segnale d’allarme che rintocca come una campana, più che come una sire­na di fabbrica. Nell’era della co­municazione, il «marchionismo» s’impersona in un simbolo altret­tanto controverso e spiazzante, quello di un manager che ha butta­to alle ortiche grisaglie e orologi sul polsino per imbracciare ma­glione, sciarpone e persino (talvol­ta) barbone grigio come autenti­che armi di distru­zione di massa. La massa delle certez­ze assodate e del quieto vivere. Al­l’italiana. Sergio Mar­chionne, numero uno di Fiat Auto e Crysler , è anche il nuovo pericolo pubblico numero uno della sinistra italiana. In questo senso prende il po­sto lasciato libero da Silvio Berlusco­ni, e sarà interes­sante capirne il perché. «Molti ne­mici molto ono­re »,fu il motto del­l’o­rgoglio mussoli­niano. Ma se i ne­mici sono pressap­poco gli stessi, sa­rà facile scoprire solide uguaglian­ze tra gli oggetti di tanta «premura». Tra i destinatari di un rinnovato odio di classe. Ma il «caso Mar­chionne » deve per forza di cose partire dalla sua pe­culiarità, dall’esistenza di un «Marchionne uno», coccolato e vezzeggiato dalla medesima sini­stra negli anni che vanno dal suo arrivo al volante della Fiat, 2004, fi­no più o meno al 2009. Un lustro di autentica luna di miele, durante il quale il Nostro- calatosi a capofit­to nel salvataggio di un’industria «tecnicamente fallita» - riuscì a meritarsi una serie di autentici pri­vilegi (che mancarono, in effetti, al «Berlusconi ante-politica»). Fausto Bertinotti fu tra i più en­tusiasti nel tracciare la direzione di marcia: «Dobbiamo puntare ai borghesi buoni. Marchionne par­la della risposta ai problemi del­l’impresa, non scaricando sui la­voratori e sul sindacato, ma assu­mendola su di sé». Piero Fassino lo salutò come «vero socialdemo­cratico », il sindaco torinese, Chiamparino, lo elesse a compa­gno di scopone scientifico, Prodi lo definì «un grande», D’Alema e Veltroni nel suo nome trovarono inopinati momenti di unità. Quanta fretta, quanta distanza con le parole che da mesi risuona­no ogni qualvolta l’Amerikano (scritto con il redivivo «cappa») si produce in interviste e, soprattut­to, fatti. Decisioni che scardina­no, a giudizio unanime, l’intero modello di relazione industriale. Lo stesso Bersani, uno da frasi fat­te che arrivano a cose fatte, ora di­ce di essere «preoccupato alla grande». L’ex cultore Fassino, adesso sindaco torinese, si augu­ra che quelle dell’Uomo Fiat «sia­no solo suggestioni ». E non esita a pretendere, con quella ricono­sciuta vis graffiante che sfoggia quando parla di casa Fiat, «che il gruppo dia un quadro di certezze: lo chiedo tutte le volte che parlo con Marchionne». Ma lui, eviden­temente, non se ne avvede e non ri­sponde. «La modernità di Mar­chionne puzza di Medioevo», chiarisce Nichi Vendola, in con­formità con il giudizio del respon­sabile economico del Pd, Stefano Fassina. «Marchionne calpesta la dignità dei lavoratori, sta scriven­do le pagine più buie del mondo del lavoro nel nostro Paese», tuo­na il comunista Diliberto. Anto­nio Di Pietro sostiene che usa «i la­voratori come capro espiatorio», il socialista Bobo Craxi incita allo sciopero: «È un despota, fa ricatti da neocapitalismo primitivo». Questo per non dire ciò che pen­sano e dicono, di Lui, le sue contro­parti per così dire «naturali», Su­sanna Camusso e Maurizio Landi­ni, capi di Cgil e Fiom. Cose non sempre riferibili. Insofferente del­la vetusta macchina burocratico­politico- clientelare dell’indu­stria italiana, il personaggio pene­tra nella burrosa sinistra italiana con sottile voluttà (in un’intervi­sta a­l canale Bloomberg ebbe a cro­giolarsi di quanto fosse «un piace­re solido lavorare in un mercato flessibile come gli Usa»). Di sicuro ama far discutere, utilizzando co­me gatto con topini una comuni­cazione moderna, che autorevoli commentatori definiscono «a car­ciofo ». Significa «mettere sul piat­to una foglia per volta, così si discu­te della parte, non del tutto». Ma­nager formatosi all’estero, laurea in filosofia, in pratica un «marzia­no » piovuto dal cielo sul mondo dei minuetti interminabili, dei lac­ci e lacciuoli, del detto e non detto. Un «contro-italiano», secondo Sergio Romano, uno che parla chiaro e diretto, rifiutando il - per così dire - «teatrino dell’econo­mia ». Espressione che dovrebbe ricordarci qualcosa, e qualcuno.