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 2012  febbraio 27 Lunedì calendario

Coraggio Monti, aumenta gli stipendi - Eccolo allora il vero volto della crisi. Non si chiama spread

Coraggio Monti, aumenta gli stipendi - Eccolo allora il vero volto della crisi. Non si chiama spread. Non è soltanto il debito pubblico. Il suo nome è molto più concreto. È quel­lo che ti manca quando vai al su­permercato o fai i conti con il mu­tuo e l’ultima bolletta. La crisi è lì, nello stipendio, nel salario, nella busta paga, nel valore del tuo lavo­ro. Insomma, nei soldi. Quelli che arrancano a fine mese e sono sem­pre di meno. Siamo arrivati final­mente al nocciolo della questione e non serviva neppure andare a sbirciare i numeri dell’Eurostat o dell’Adoc. Si sapeva già, ce ne era­vamo accorti. Lo stipendio medio lordo degli italiani è la metà di tedeschi, olan­desi e Lussemburgo. Da noi 23.406 euro l’anno,lì oltre quaran­tuno, quarantaquattro, quarantot­to. Vabbè, magari nell’Eurozona c’è qualcuno che sta peggio. In Ir­landa, per esempio? No, guada­gnano più di noi. Spagna? Idem. Cipro? Stesso discorso. Grecia, al­meno in Grecia. Niente da fare. Perlomeno fino al 2009 anche la sfortunata Atene se la passa me­glio. Peggio di noi solo portoghesi, maltesi, sloveni e slovacchi. Non consola. Anche perché a leggere questi cavolo di dati sembra che non possiamo neppure contare sulla speranza. In Italia è come se il treno si fosse praticamente fer­mato. Negli ultimi quattro anni i sa­l­ari sono aumentati del 3,3 per cen­to. In Portogallo del 22%, in Spa­gna del 29,4%, in Olanda del 14,7%, in francia del 10%, in Belgio del 11%, in Germania del 6,2%. Le statistiche poi, come raccontava Trilussa con i suoi polli, sono anco­ra più beffarde. Basta pensare ai su­per stipendi dei manager pubblici (che non entrano nella ricerca Eu­­rostat) o al dislivello tra Nord e Sud. La verità è che questa crisi ti sfregia il portafoglio. Quel che resiste della ricchezza degli italiani è nei risparmi del pas­sato, nel «welfare familiare», nelle abitudini di un Paese un tempo ric­co, nella spesa pubblica che pur­troppo continua a finire nelle ta­sche dei furbi, lasciando nudi i de­boli e in­tutto quello che ci siamo la­sciati alle spalle. L’orizzonte oscu­ro è invece davanti, nel futuro. Bi­sogna uscire da questo clima da Apocalisse che ci siamo cuciti ad­dosso da parecchi anni. Dobbia­mo fare i conti con quanto ci è co­stato l’euro e con la paura di ri­schiare delle imprese. In Italia si guadagna poco perché non si inve­ste. Non si investe perché non ci so­no più soldi in giro. Non c’è credi­to. Le tasse sono mortali. E senza soldi, senza impresa, senza corag­gio non c’è neppure più lavoro. È un mercato fermo, ostruito da un muro, chi esce è fregato, chi è den­t­ro si accontenta di quello che pas­sa il convento. Monti e i suoi tecnici dovranno fare i conti con il volto reale della crisi. Qui a farci paura non sono più i mostri da videogame di Tre­monti. Fa paura il giorno dopo, an­dare avanti. Il ministro Elsa Forne­ro, che ha già pianto per i pensiona­ti, dice che «abbiamo salari bassi e un costo del lavoro elevato. Biso­gna scardinare questa situazione, soprattutto aumentando la pro­duttività ». Non ha neppure più senso dirlo. Le questioni che non si possono più rinviare sono la ri­forma del mercato del lavoro e di­minuire il peso fiscale sui salari. Lo stipendio dei dipendenti italiani per il 42,9 per cento finisce in tas­se, un po’ meno della Danimarca, lì almeno il Welfare bene o male funziona. Ergo: già si guadagna po­co, poi lo Stato finisce di rovinarti. Il risultato è che la sopravvivenza di questo Paese è affidata al lavoro nero. È un labirinto da cui non si riesce a uscire. Monti si sta muo­vendo sulla prima parte: ridurre il debito, castigare evasione e nero. Ma come l’exrettore sa benissimo il futuro dipende dalle tasse. Au­mentare la produttività. Peccato che lo Stato castighi anche gli stra­ordinari. Il paradosso è che chi rischia di più, i lavoratori precari, sono quel­li che stanno pagando il prezzo più alto della crisi.Non solo condivido­no il rischio d’impresa, ma guada­gnano poco e lo Stato non fa scon­ti. Su mille euro di stipendio lordo quello che ti resta in busta paga a fi­ne mese sono circa 643 euro. La beffa è che nessuno di loro avrà una pensione degna. Nel 2011 gli atipici hanno sborsato sette miliar­di di euro di previdenza. Le pensio­ni erogate non superano i 500 mi­lioni. Il resto, 6,5 miliardi di attivo, serve a non far deragliare l’Inps. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Ma quale?