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 2012  febbraio 26 Domenica calendario

Opus Dei in soccorso del Papa È il ritorno della sacra lobby - In tempi di Vatileaks, Papa Rat­zinger potrebbe tornare presto ad affidarsi ai gruppi storici che han­no fatto grande - anche a livello di governance - il pontificato del suo predecessore, Giovanni Paolo II

Opus Dei in soccorso del Papa È il ritorno della sacra lobby - In tempi di Vatileaks, Papa Rat­zinger potrebbe tornare presto ad affidarsi ai gruppi storici che han­no fatto grande - anche a livello di governance - il pontificato del suo predecessore, Giovanni Paolo II. Tra questi, l’Opus Dei, la prelatura fondata da San José Maria Escrivá la cui università Pontificia di Santa Croce - vi ha insegnato anche Ge­org Gänswein, segretario del Papa - offre un insegnamento molto ap­prezzato nell’appartamento papa­le. Sull’Opus si sono scritte molte co­se. Vittorio Messori vi ha dedicato un lungo lavoro: Inchiesta sull’ Opus Dei . Poi John Allen con Opus Dei. La vera storia e Patrice de Plunkette con Opus Dei. Tutta la ve­rità . Molta anche la «letteratura del complotto»,che dipinge l’Opus co­me una lobby che lavora nella se­gretezza, un gruppo di pressione che fa soldi alle spalle del Vaticano. Bruno Mastroianni è dallo scor­so 26 giugno direttore dell’Ufficio Informazioni dell’Opus. 32 anni, una laurea sul filosofo canade­se Charles Taylor, Ma­stroianni ha preso il po­sto di Pippo Coriglia­no, storico portavo­ce dell’Opera, oggi giornalista e scritto­re a tempo pieno. «Questa cosa del pote­re finanziario dell’Opus mi fa un po’ ridere» dice. «Se l’Opus avesse un reale pote­re finanziario sistemerebbe i bilan­ci in rosso di tutte le iniziative di ti­po educativo, sociale e assistenzia­le che i fede­li insieme ad altre perso­ne promuovono in tutto il mondo ». «Il denaro non è un bene o un ma­le in sé. Dipende da come lo usi usa», ha detto in passato al Corriere della Sera , Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior e, si dice, mem­bro dell’Opus. Concorda? «Sì, è ottima dottrina so­ciale della chiesa, di cui Gotti Tedeschi è esperto. E aggiun­go un piccolo spot in favore della vir­tù della povertà che poi significa di­staccodaibeni. Ognu­no di noi può­cascare nel­la trappola di provare attacca­mento verso ciò che ha. Come i gra­nai del Vangelo. Il tipo che accumu­la tutti i suoi tesori e poi si dice “ora posso stare in pace”. In realtà se prendiamo i beni terreni come un fine, ci auto condanniamo a una frustrazionecostante. Meglio accu­mulare tesori in cielo». Nessuno scrivendo dell’Opus ha fatto fortuna come Dan Brown. Se lo incontrasse cosa gli direbbe? «Mi verrebbe da ringraziarlo. È una battuta ovviamente. La sua è stata un’operazione economica di sfrut­tamento dell’immagine di Gesù e della chiesa cattolica, ma con essa ha ottenuto l’effetto opposto. Ricor­do ancora il cardinale Camillo Rui­ni che all’epoca invitava ad affron­tare il Codice da Vinci con una cate­chesi capillare su chi è veramente Gesù e la chiesa. I frutti sono venu­ti. Anche l’Opus ha avuto l’occasio­ne di mostrare qual è veramente il suo messaggio. Ma non abbiamo cominciato a comunicare in occa­sione del Codice, lo facevamo già anni prima. Il libro di Dan Brown ha solo spinto i giornalisti a metter­ci finalmente il microfono davanti alla bocca: e la canzone si è senti­ta ». Anni fa il Guardian dedicò all’ Opus una lunga inchiesta. Elencò i personaggi famosi aderenti all’ Opera. Parlò di Aznar, diversi mem­bri della Casa Bianca, del Pentago­no e anche dell’Fbi, l’ex regina del Belgio, Fabiola, Bernadette Chi­rac. Poi in Italia Ettore Bernabei, Al­berto Michelini, Giulio Andreotti, l’ex governatore di Bankitalia, Fa­zio. Si dice anche che Alberto Sordi regalò all’Opus il terreno sul quale sorge ora, a Roma, il Campus bio­medico. Oggi ci sono ancora altri nomi, ad esempio Lorenza Lei... Tutto vero? «Questa delle “liste” è una specie di fissazione giornalisti­ca che mi fa sorridere. Ce ne sono al­cune su internet da sganasciarsi... Essere dell’Opera equivale al dato se uno va a messa tutti i giorni o se si confessa. Un dato che riguarda le intime scelte religiose di cui non si può parlare se non è il diretto inte­ressato a farlo. Comunque non c’è bisogno: se uno è dell’Opus lo dice apertamente. Anche perché i fede­li­dell’Opera sono piuttosto aposto­lici e parlano di Dio e delle proprie scelte di fede a chi gli sta attorno. Al­berto Sordi, è vero, ha donato parte dei terreni del Campus in modo aperto e pubblico con tanto di ceri­monia nel 2000. È una storia bellis­sima che parla della generosità di Albertone e dell’impegno di tanta gente a favore della terza età». Si dice che i membri dell’Opus portino il cilicio e le «tute antima­sturbazione ».È vero?«Se li immagi­na cristiani che vivono in mezzo al mondo e che cercano di essere san­ti attraverso le occupazioni quoti­diane con una tuta del genere? Ma andiamo… Alcune persone dell’ Opera, invece, usano cilicio e disci­plina. Si tratta di forme di mortifica­zione che appartengono alla tradi­zione cristiana. Anche san Tomma­so Moro ( un laico) usava il cilicio. E anche don Orione, e Paolo VI... Nonènullachecorrispondaall’im­maginario sanguinolento di certi film, si tratta di mezzi che aiutano a unirsi alla passione di Cristo: non fanno male al corpo ma fanno tan­to bene allo spirito. Le persone dell’ Opera così come tutti i cristiani vi­vono uno spirito di mortificazione allegro e naturale, come i fioretti? La miglior mortificazione, insegna­va il fondatore, è quella che rende più gradevole la vita agli altri. Io ad esempio non uso né cilicio né disci­plina, ma talvolta passo l’aspirapol­vere a casa ». Stando a quanto si legge sui gior­nali non è questo il miglior momen­to della chiesa. Nel 1972 Escrivá de Balaguer disse che «il male viene dall’interno della chiesa e dai suoi vertici. Nella chiesa c’è una autenti­ca putredine e a volte sembra che il corpo mistico di Cristo sia un cada­vere in maleodorante decomposi­zione ». Cosa intendeva? «Rispon­do con un fatto: il 23 giugno del 1946 per la prima volta Escrivá arri­vò a Roma. Quando era ancora in viaggio vide in lontananza il cupo­lone che si stagliava all’orizzonte si commosse e recitò il Credo ad alta voce. Quella notte, nonostante un viaggio massacrante (da Genova a Roma in macchina nel ’46), la pas­sò sveglio a pregare rivolto verso le finestre del Papa che vedeva dalla casa dove alloggiava. Se c’è un san­to da cui im­parare l’amore e la devo­zione sconfinata per la chiesa e il Pa­pa quello è san Josemaría. Il resto sono chiacchiere».