Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 26 Domenica calendario

Il grande sconfitto De Pasquale furibondo coi colleghi - Il palazzo di giustizia di Milano è un microcosmo dove i segnali e gli umori si possono cogliere senza troppa fatica

Il grande sconfitto De Pasquale furibondo coi colleghi - Il palazzo di giustizia di Milano è un microcosmo dove i segnali e gli umori si possono cogliere senza troppa fatica. E così Fabio De Pasquale da almeno un paio di settimane si era quasi rassegnato. Il pro­cesso Mills, l’inchiesta a carico di Silvio Berlusconi cui ha dedicato dieci anni del­la sua vita, era destinato a venire inghiotti­to dalle sabbie mobili della prescrizione. De Pasquale ha dovuto prenderne atto. E ieri mattina si è presentato in aula sorri­dente e rilassato, come se non si trattasse dell’udienza chiave della sua carriera pro­fessionale. Ha ascoltato senza reazioni ap­parenti la lettura della sentenza. E se n’è andato liquidando i cronisti con un serafi­co «inutile commentare». Ma De Pasquale,dietro l’apparente fata­lismo, è arrabbiato come un puma. Per­ché è convinto che il destino del processo Mills fosse tutt’altro che ineluttabile. E in cuor suo ritiene responsabili di questo esi­to desolante non solo e non tanto l’imputa­to Silvio Berlusconi, il parlamento delle leggi ad personam , gli avvocati Ghedini e Longo con cui si è accapigliato a ogni pie’ sospinto, e con i quali anche ieri volano scintille. Il pro­blema è che De Pasquale è fermamente e risolutamente convinto che a salvare Berlu­sconi dalla condanna per corru­zione in atti giudiziari abbiano contribuito in modo decisivo anche dei magistrati, altre toghe in servizio a Milano che in un modo o nell’altro hanno aiutato il Cavaliere a sottrarsi al giusto verdetto, non facendo fino in fondo il loro dovere nella battaglia in corso. Di questa sorta di fellonia davanti al ne­mico non sono, secondo De Pasquale, esenti nemmeno i suoi colleghi del­la Procura della Repubblica, che lo hanno lasciato solo, affiancandogli in tutto il pro­c­esso solo un giovane e volonteroso sostitu­to di fresca nomina, Sergio Spadaro. Al suo collega storico di inchieste sulla Fininvest, Alfredo Robledo, De Pasquale non ha mai perdonato la dissociazione quando si trat­tò di iscrivere nel registro degli indagati Ma­rina e Piersilvio Berlusconi (poi, come pa­ventava Robledo, archiviati per manifesta innocenza). E anche dai capi della Procura il baffuto pm messinese si è mai sentito dav­vero tutelato fino in fondo: né da quello at­tuale, Edmondo Bruti Liberati, né tantome­no dal suo predecessore Manlio Minale, colpevole di avergli sottratto l’ennesima in­chiesta sul Cavaliere con la motivazione che «in questo ufficio non esistono pubbli­ciministeriadper- sonam». Ma, ancor più che ai suoi colleghi della Procura della Repubblica, è ai giudici del tribunale che De Pasquale attribuisce buona parte della mancata vittoria. Prima tra tutte Livia Po­modoro, presidente del tribunale milane­se, colpevole agli occhi del pm di essere scesa a patti con gli avvocati dell’allora pre­sidente del Consiglio, concordando con loro - quando il carnet dei processi a cari­co di Berlusconi aveva iniziato ad essere af­follato - un calendario delle udienze che tenesse conto da un lato delle esigenze del­la gi­ustizia e dall’altro degli impegni istitu­zionali dell’imputato. È il famoso «patto del lunedì», che prevedeva la disponibili­tà del Cavaliere ad essere presente in aula il pri­mo giorno di ogni settimana, o comunque a non impedire che le udienza si tenessero regolarmente: patto in realtà piuttosto effi­mero, ma cui De Pasquale imputa buona parte dei ritardi che hanno accompagna­to il processo Mills verso la prescrizione. E a Livia Pomodoro il pm addebita anche un’altra colpa: avere insistito perché a ce­lebrare il processo Mills, ripartito dopo l’annullamento della legge sugli impedi­menti istituzionali, fosse un giudice come Francesca Vitale, nel frattempo già trasfe­rita in corte d’appello, che di celebrare questo processo non aveva alcuna voglia. In mano ad un presidente più volonteroso e più grintoso, secondo De Pasquale, il processo Mills avrebbe potuto viaggiare dritto filato fino alla condanna dell’impu­tato. Mentre al giudice Vitale il rappresen­tante dell’accusa addebita i tempi lunghi con cui, soprattutto nella fase iniziale, ha gestito il calendario delle udienze, salvo accorgersi solo quando era troppo tardi che bisognava accelerare i tempi. Per non parlare di alcune decisioni «garantiste». Insomma, De Pasquale si è sentito la­sciato solo a combattere contro un avversa­rio superiore per uomini e mezzi. Incassa il risultato di ieri con disappunto, ma sa di avere ancora l’occasione per rifarsi.Il pros­s­imo 5 marzo riparte il processo a Berlusco­ni per i diritti tv, e il pm sarà sempre lui. E poi, in fondo, chi può impedire di apri­re nuove indagini?