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 2012  febbraio 28 Martedì calendario

Intervista Oliviero Toscani: chi mi ama mi segua - Quando un ragazzo compie 70 anni è normale stupirsi: ma come, non sei troppo giovane per un’età così venerabile? È quel che succede guardando e ascoltando Oliviero Toscani, nato il 28 febbraio 1942

Intervista Oliviero Toscani: chi mi ama mi segua - Quando un ragazzo compie 70 anni è normale stupirsi: ma come, non sei troppo giovane per un’età così venerabile? È quel che succede guardando e ascoltando Oliviero Toscani, nato il 28 febbraio 1942. Cambiato in niente dai tempi dell’esordio: ingegnoso, irrispettoso, impunito. «Svelto di testa, pronto di lingua, incline alla risata, amante della leggerezza che è cosa diversa dalla superficialità, impaziente di regole e regolamenti, a suo agio con se stesso», ha scritto il professor Fernando Gomez Herrero, ispanista, che gli ha dedicato un saggio entusiasta dopo averlo ascoltato parlare al Mit di Boston. Oggi, a poche ore dal compleanno, Toscani è diretto in montagna. Festeggerà sulla neve. Il primo elogio, però, il professore lo rivolge alle sue immagini. «Superbo fotografo», la definisce. Una vocazione precoce, la sua? «Nessuna vocazione. Ci sono nato, nella fotografia. Mio padre era fotoreporter, fondò l’agenzia Publifoto, mia sorella Maria Rosa a 19 anni s’era trovata a doverlo sostituire perché s’era ammalato - una pleurite presa al Giro d’Italia andando dietro a Coppi - e io ho maneggiato obiettivi fin da piccolo. Era normale che diventassi fotografo; i figli che ereditano il mestiere del padre, come nelle botteghe artigiane». Pentito? «Ogni tanto. Avrei fatto volentieri l’avventuriero». In un certo senso l’ha fatto. Ha corso le avventure che ha voluto, con sprezzo del rischio. «Mai avuto paura di perdere clienti». Perché non ha scelto il reportage? «Capii subito che non esiste il fotografo di reportage e il fotografo di bottoni. Esiste il fotografo come responsabile della memoria storica dell’umanità». Mi risulta che ha cominciato con la moda. «Ci si è messo anche il destino. All’inizio facevo di tutto come tutti, i Beatles al Vigorelli ecc. Poi qualcuno, a Annabella , mi chiede un servizio di moda. E lì ho capito delle cose. Voglio dire: in guerra uno non dev’essere il regista di niente, riprende quello che la sorte fa succedere. Ma se vuoi mettere insieme un servizio di moda decoroso, devi creare. Un conto è fare il documentarista, un conto fare Fellini. Io sono un immaginatore». Quel famoso sedere femminile fasciato da micro-jeans Jesus su cui Pirella stampigliò lo slogan «Chi mi ama mi segua» è stato il primo risultato «forte» di questa capacità di immaginare. «Pirella non c’entra niente con quello slogan». Ma era il direttore creativo della campagna! «No, la storia è diversa. Comincia il giorno in cui - all’epoca lavoravo per Vogue Italia - si presenta da me un giovanotto, Maurizio Vitale: “Voglio fare il tuo assistente”. Gli interessavano le modelle, in realtà, ma diventiamo amicissimi. I suoi avevano un’azienda vecchiotta, il Maglificio Calzificio Torinese, che faceva canottiere, mutande. Io gli ripetevo: “Dovete fare i jeans, è il momento di fare i jeans”». Dai e dai riuscì a convincerlo? «Dai e dai convinse i suoi. Nel 1972 mi viene a trovare a New York: “Oliviero, ce l’ho fatta!” Per strada c’erano i cartelli del musical del momento, Jesus Christ Superstar . Ebbi un’intuizione: “Jesus, così li dovete chiamare”. E così fu. A Pirella portammo foto e slogan già pronti, non ha mai contribuito alla campagna». Bisognerà correggere la storia di una réclame già molto controversa, che diede fastidio anche a Pasolini. Com’è che passò alla pubblicità? «Anche un servizio di moda è pubblicità, anche un reportage, se ci pensa, è pubblicità. Non sono mai “passato” alla pubblicità, ho sempre fatto il mio mestiere allo stesso modo». Lei ha inventato la pubblicità che parla d’altro, è diventato celeberrimo per le campagne Benetton dove tutto ciò che restava della committenza era il marchio. «Io odio la tv, mi fa incazzare e addormentare insieme, ottunde tutto. Come fotografo cerco di fare l’opposto, cerco di sorprendere, emozionare, dar conto del momento storico. Siamo qui a documentare la condizione umana». Cosa c’entra con la pubblicità? «Me ne infischio della pubblicità. Io ho fatto quello che ho fatto e quello che continuo a fare (anche dopo la fine del sodalizio con Benetton, nel 2002, ndr) perché mi interessano certi argomenti. E sono libero di occuparmene». Senza condizioni? «Per potere essere libero un artista deve arricchire il suo committente. Arricchirlo non solo economicamente, ma culturalmente. Così ho fatto, procedendo in modo opposto a ogni regola di marketing». Se dovesse affidare la sua memoria a un solo lavoro, quale sceglierebbe? «C’è un libro pubblicato da Feltrinelli che si chiama Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 1944. I bambini ricordano . È il risultato di una chiamata del sindaco di Stazzema, nel 2003. “L’anno venturo - mi dice - saranno 60 anni dalla strage (il più raccapricciante massacro compiuto dai nazifascisti, 560 donne vecchi e bambini ammazzati, ndr) e non esiste un documento. Vuole fare un reportage?” E io: “Ma come faccio?”. E lui: “Se lei è davvero così bravo, troverà la soluzione”». La trovò, evidentemente. «Andai a Sant’Anna, dove non c’è niente. Cominciai a parlare coi vecchi. Uno mi disse: “Sono Peri, avevo 10 anni, allora. Mi sono salvato perché sono rimasto sepolto dai cadaveri che mi cadevano addosso”. Registrai i racconti dei superstiti, a ciascuno feci il ritratto in bianco e nero, era come fotografare i loro ricordi. E in quel reportage c’è il senso di tutto quello che ho fatto».