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 2012  febbraio 28 Martedì calendario

Il mestiere del futuro? Il risolviproblemi - Secondo la strategia europea, nel 2020 dovremo avere il 40 per cento dei trenta-trentaquattrenni laureati o con istruzione universitaria

Il mestiere del futuro? Il risolviproblemi - Secondo la strategia europea, nel 2020 dovremo avere il 40 per cento dei trenta-trentaquattrenni laureati o con istruzione universitaria. Francia e Regno Unito ci sono già arrivati. La media Ue è al 33 per cento. L’Italia dovrà conquistare un punto in più per ogni anno, per arrivare al 27% programmato, visto che ora siamo sotto il 20%. Anche così si legge la distanza, un vero «spread» formativo, che ci separa dai nostri primi competitor. Inutile dividersi tra fautori della cultura umanistica e di quella tecnico-scientifica di fronte a questa arretratezza, figlia di una domanda di lavoro qualificato ancora troppo debole. Ma il fatto che le imprese privilegino ancora il diploma alla laurea, eredità di un modello di sviluppo che dovrà cambiare, non deve produrre un effetto ottico discorsivo: laurearsi a tre-cinque anni sarà sempre una buona polizza assicurativa per il futuro. Allora, la domanda è, semmai: quale laurea? È su questo punto che dovremmo ragionare, al di là degli slogan a volte stucchevoli e dei consigli dell’acqua tiepida che diamo ai nostri figli, quando diciamo loro che è meglio scegliere le discipline tecnicoscientifiche rispetto a quelle umanistiche. Ben venga su questo punto la parola chiave più volte invocata dal ministro dell’Università, Francesco Profumo: l’orientamento, necessario per evitare la strage degli innocenti nei primi due anni di università. E ben venga la sua decisione di anticiparlo al quarto anno delle superiori precocizzando la stessa scelta universitaria. L’orientamento rischia però di diventare l’Araba fenice: che ci sia o ci debba essere tutti lo dicono, ma che cosa sia nessuno, o pochi, lo sa. Non c’è orientamento se non è collegato al mercato del lavoro, alla domanda di figure professionali richieste dalle imprese e dalla pubblica amministrazione. Ed è qui che gli slogan non reggono più. Da un lato cresce la domanda aziendale di laureati, soprattutto in economia e ingegneria: due laureati assunti su tre appartengono a questi due gruppi. Ma se guardiamo che cosa chiedono le imprese per gli altri gruppi, le sorprese non mancano. Per le aziende che assumono (campione Excelsior) un laureato su dieci esce dalle facoltà scientifiche (soprattutto chimica, molto meno matematica e fisica); ma oltre uno su dieci (11 per cento) porta in dote una laurea umanistica. Inoltre, un’assunzione su due negli ultimi due anni ha privilegiato il diploma alla laurea. È quindi necessario far uscire da minorità e vaghezza l’orientamento, per accompagnare giovani e imprese ad incontrarsi. Serve anche un dialogo continuo e disincantato: a volte i giovani hanno dell’impresa, e dell’industria, un’immagine distorta; ma le stesse imprese devono dismettere gli stereotipi sui giovani, e ascoltarli per conoscerli meglio. Le contraddizioni stanno in entrambi i campi. Mentre risuona il mantra delle discipline scientifiche e tecniche, le imprese richiedono «problem solver». Così, mentre il laureato tecnico e scientifico viene allevato a segmentare e a suddividere la realtà in parti per raggiungere la cultura del dettaglio, agli aspiranti lavoratori e professional si richiedono capacità cognitive e connettive, competenze tipiche degli umanisti. Dal taylorismo culturale alla visione e al senso: è questo il passaggio e il nuovo «mood» della domanda delle imprese, che richiedono sempre più collaboratori imprenditivi e neo-artigiani, più che esecutori fedeli e discepoli. Mettere insieme i tasselli della crisi per un nuovo sviluppo: questo chiedono le imprese. Che forse hanno finalmente appreso la lezione di Montaigne, quando diceva: meglio una testa ben fatta che ben piena.