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 2012  febbraio 28 Martedì calendario

“Che tragedia il 3+2 Il Paese dei geometri ha solo ingegneri” - Giuseppe De Rita, presidente del Censis: il ministero dell’Istruzione chiede all’Italia un «grande investimento» sull’istruzione tecnica e professionale

“Che tragedia il 3+2 Il Paese dei geometri ha solo ingegneri” - Giuseppe De Rita, presidente del Censis: il ministero dell’Istruzione chiede all’Italia un «grande investimento» sull’istruzione tecnica e professionale. «Era ora. In passato la nostra forza è stata proprio la dimensione intermedia della formazione e dell’industria. L’Italia è stato un Paese soprattutto di geometri e piccole imprese più che di ingegneri e grandi industrie. Negli ultimi venti anni c’è stato uno slittamento verso l’alto invece di continuare a puntare su quelli che ormai erano considerati profili più bassi». I genitori hanno investito nello studio dei figli. Li vogliamo condannare per questo? «Hanno sbagliato ma non solo loro. Anche le università e la politica hanno finito per considerare i processi formativi alla stregua di di accumulazioni finanziarie: più anni si studia maggiore è la formazione che si ha. Non è così, invece». Il problema è anche che cosa si studia. «Per 15-20 anni gli istituti tecnici sono stati considerati luoghi non adatti. Erano i licei soltanto i luoghi dove si poteva studiare e andare avanti. Il ministero dell’Istruzione venti anni fa aveva tentato di dare il via libera a un diploma universitario post-diploma destinato a chi aveva frequentato i tecnici. L’idea era di creare dei super-geometri o dei super-periti. Forse non era meravigliosa ma di sicuro era preferibile al 3+2 che poi l’ha superata. Era pensata per garantire un’offerta di lavoro intermedio». E com’è andata? «È arrivato il 3+2 che ha sconvolto ogni piano. Abbiamo creato tanti ingegneri generici, il mercato non sapeva che farsene. L’Italia non ha bisogno di geni: la gran parte di chi accede alla formazione deve poter garantire una risposta ad un’offerta di lavoro intermedia, non di eccellenza. La nostra struttura imprenditoriale è per il 95% costituita da piccole imprese con al massimo dieci addetti, non ci è consentito altro. Anche oggi non abbiamo bisogno di geni, e nemmeno più di super-geometri o super-periti. Abbiamo bisogno però di super-tecnici che sappiano tutto di tecnologia, di informatica, del mondo digitale». Tutto questo è giusto ma in Italia nessuno ha ben chiari i ruoli: le aziende accusano le università di sformare laureati troppo generici e le università di non assumere i loro laureati. Mentre loro litigano i giovani restano disoccupati. «Le aziende sono colpevoli perché dovrebbero investire nei giovani: puntare su uno o due e formarli al loro interno. Ma le università italiane sono cresciute troppo e creano folle di persone frustrate perché si sono laureate ma non trovano lavoro o perché non hanno le idee chiare e frequentano corsi a caso senza sapere bene perché. Spesso gli studenti mi danno l’idea di andare in facoltà come se andassero a fare una passeggiata all’Ikea: vanno lì, danno uno sguardo in giro, se c’è un corso interessante lo frequentano ma è tutto molto vago. La formazione non può prescindere dalla specificità. È possibile avere tremila corsi di laurea?» Si potrebbe anche avere tremila corsi di laurea, ma se fossero super-specializzati e formassero gli studenti sulla base delle richieste delle aziende. «Invece ne abbiamo tremila che sono pensati dai professori per i professori o per far crescere il sistema universitario invece che per offrire agli studenti una vera formazione». Come uscire da questa impasse? «Con finanziamenti che permettano alle aziende di investire nei giovani ma anche cambiando il sistema di finanziamento delle università: finché sarà legato al numero degli iscritti non si otterrà altro che un allargamento quantitativo della formazione».