GIANNI RIOTTA, La Stampa 26/2/2012, 26 febbraio 2012
Miuccia Prada: “Cerco il bello per essere felice” - Il Diavolo veste Prada ma Miuccia Prada è andata a scuola da un futuro santo: «Al liceo Berchet, a Milano, il mio insegnante di religione era don Giussani
Miuccia Prada: “Cerco il bello per essere felice” - Il Diavolo veste Prada ma Miuccia Prada è andata a scuola da un futuro santo: «Al liceo Berchet, a Milano, il mio insegnante di religione era don Giussani. Non sono mai stata religiosa, ma la sua intelligenza era mostruosa, affascinava noi studenti con abilità dialettica, affabulava con energia fantastica», ricorda oggi la stilista. E il destino ha voluto che, negli stessi giorni di febbraio, l’ex professore don Luigi Giussani del Berchet 1954-1964, poi fondatore di Comunione e Liberazione, abbia visto aprirsi il processo di beatificazione che lo porterà infine agli altari, mentre la sua allieva Miuccia Prada presentava la mostra che - prima donna della moda nella storia - la porterà agli altari del Metropolitan Museum di New York. Solo Yves Saint Laurent era arrivato al Met da vivo, ora Miuccia Prada dividerà i saloni neoclassici della Fifth Avenue con Elsa Schiaparelli, icona dello stile «Generazione perduta» negli anni tra le due guerre mondiali. Elsa aveva come modelli artisti moderni, Salvador Dalì, Giacometti, Man Ray, Duchamp; Miuccia artisti postmoderni, il giornalista diventato architetto Rem Koolhass, lo scultore Eliseo Mattiacci, la tormentata maestra dei video Nathalie Djurberg. Della mostra Miuccia Prada è fiera, «Sono ambiziosa, è un onore certo», ma freme nel vedere il lavoro che la tiene avvinta al tavolo da disegno, «là sono sempre sola, lascio andare la fantasia, mi astraggo» già affidato alla critica severa della storia. Un po’ come quando, schizzato un abito, lo riconosce sulle spalle di una signora e si macera nell’autocoscienza del mestiere e della vita: «Non penso mai che i nostri vestiti verranno indossati nella realtà, disegnando non penso al corpo fisico. Mi illudo della sua bellezza, dello stile, un po’ come la città ideale, raziocinante, che sognavano nel Rinascimento Brunelleschi e gli altri, ogni edificio parte di un’armonia. Sa la verità? Al corpo penso sempre fuori dalla moda, penso al nostro corpo sofferente, martoriato, in pena». È la cifra della video artista e scultrice Djurberg, che ha lavorato con Fondazione Prada, il rovello del regista Almodovar nel film «La pelle che abito», culto della bellezza e mito del narcisismo nel nostro frenetico tempo. Forse per esorcizzarne la furia, Miuccia Prada insegue da sempre, da quando ha lasciato i banchi del Berchet e dopo la laurea in Scienze politiche, un miraggio di bellezza. «Detestavo l’idea di fare costosi vestiti per signore ricche, che fosse tutto un gran gioco di business e profitti. Mi buttavo nell’arte, per cercare estetica e principi, poi ho coinvolto le idee, i filosofi, abbiamo lavorato con Massimo Cacciari al San Raffaele, ma alla fine è come se negli intellettuali avessi riconosciuto scarsa generosità. Il bello mi sostiene di più, son tornata all’arte. E non solo contemporanea, ora penso di lavorare sui classici, i greci e i romani, qualcuno si stupirà». Al suo tavolo, nel complesso lineare e luminoso di via Bergamo, Miuccia Prada presenta due personalità. La Businesswoman i cui successi sono elencati dall’enciclopedia online Wikipedia, «Seconda donna più potente al mondo nella moda per la rivista Time, tra i venti magnati della moda e le 300 persone più ricche al mondo nelle classifiche di Fortune». E la Stilista che, a proposito della moda, confessa: «Tra l’odio teorico e l’amore nella pratica c’è tutto il percorso della mia vita, che è poi una fuga continua da un’apparenza che non L’evento al Metropolitan Sono ambiziosa e la mostra «Schiaparelli and Prada» è un onore, ma al tavolo da disegno sono sempre sola: lascio andare la fantasia condivido». Finché Prada indossa un suo piccolo paletot pezzato a colori vivaci, quasi omaggio ad Arlecchino - nel rito ambrosiano di Milano è ancora Carnevale - predomina la donna di azienda, razionale. «Da giovane contestavo i riti della moda, poi mi sono stufata, perché tanti, troppi, non ci prendono sul serio. Come se non esportassimo, come se non sostenessimo anche noi il Pil, come se industria fosse solo far bulloni. E allora, per provocazione, mi definisco perfino “modaiola”, un insulto di solito, ma così difendo il mio, e nostro, mestiere. La crisi economica ha cambiato il mondo, ma almeno per un anno un bullone resta un bullone, la moda invece si evolve ad ogni istante. Dobbiamo creare un modello che piaccia ad americani, europei, russi e cinesi. A cattolici e musulmani. Il politicamente corretto ci scruta, una pelliccia di più, una spalla di meno e sono polemiche. Siamo il business della cultura globale». Come Disney che deve disegnare eroi ed eroine multietniche, Aladino, Mulan, Pocahontas, come gli Avatar in 3D? «Sì, così. Oggi mandare delle modelle in passerella per una sfilata è creare un videogame, favola tridimensionale che i ragazzi sogneranno al computer». Signora, l’ex ministro Tremonti usava la metafora del videogioco giusto per definire la crisi economica, a ogni livello più feroce: la crisi-videogioco cambia i suoi abiti? «No. Restano legati alla fantasia, all’estetica, ai sentimenti. La crisi cambia i mercati. Con la contrazione del ceto medio scompare il cliente che il marketing definisce “aspirational”, chi vuole partecipare con un consumo al lusso. Ma i ricchi aumentano nei nuovi paesi, sono ormai più numerosi che nel ‘900, e dobbiamo raggiungerli ovunque». I gelidi dati del Council on Foreign Relations danno ragione a Miuccia Prada: 150 milioni di carte di credito in Cina, 250 milioni di borghesi in India, lo sviluppo delle città russe, perfino 60 milioni di africani che pensano allo shopping e non più alla carestia. È quando Prada si toglie lo spolverino e resta in una semplice camicia bianca, identica a quelle che avrà indossato sui banchi ai tempi di don Giussani, che la seconda Miuccia appare, Esteta gemella della Manager. Le chiedo se indossa mai capi dei concorrenti: «No, vesto solo con le mie cose, magari ogni tanto un vecchio abito vintage che trovo da qualche parte. È più facile per voi uomini, un vestito classico promana autorevolezza, serietà, impegno, lo nota non appena entra a un business meeting con prevalenza maschile. I vestiti Non penso mai che verranno indossati nella realtà: mi illudo che la bellezza sia come la sognava Brunelleschi. Penso a un’idea di corpo fuori dalla moda, un corpo in pena Da ragazza detestavo l’idea di realizzare costosi abiti per signore ricche e che fosse tutto un gioco di business e profitti. Cercavo estetica e principi Non parlo del power dressing, il della new economy, delle start up “vestirsi per il potere” in cui tanti si che nascono ovunque, c’è fermento, sono illusi qualche anno fa. Parlo energia. Mio marito, Patrizio Bertelli della sicurezza che voi uomini segna- li, è più scettico, lui punta su una rilate vestendovi bene. L’esercito usa forma del mercato, ma questa è semcosì l’uniforme e gli uomini di Chie- pre stata la differenza tra noi, io sosa i paramenti: la divisa induce ri- gno “Che bella idea questa!”, e lui, spetto, fa ascolto. Il casual può sca- pragmatico, “Bene, facciamola!”. Io dere in sciatteria, io detesto la sciat- non sono mai stata povera nella vita, teria». per star bene devo ricercare il bello, A Silicon Valley però, nella new il nuovo, creare, fare le cose che so economy, la divisa del nuovo potere ed essere felice, per un attimo, se mi è un paio di jeans e una T-Shirt: «So- riescono. Chiamiamo i cinesi a lavolo Steve Jobs se la cavava in pullo- rare qui a Milano e non vengono, “Ci ver a collo alto e jeans, e magari sa- annoiamo troppo, scusi” ci dicono. rebbe bello vedere che jeans e swea- Ma possibile non si riesca a rendere ter indossava. Quel mondo però mi le nostre città più attraenti per i raaffascina, mio figlio mi parla spesso gazzi?". La moda Da giovane contestavo i suoi riti, poi mi sono stufata perché tanti, troppi, non ci prendono sul serio: allora per provocazione mi definisco perfino modaiola La missione Dobbiamo creare un modello che piaccia ad americani europei, russi e cinesi. Il politicamente corretto ci scruta. Siamo il business della cultura globale La crisi Cambia i mercati, scompare il ceto medio, ma i ricchi aumentano nei Paesi emergenti Sono ormai più numerosi di quanti fossero nel Novecento e devono essere raggiunti Un maestro Al liceo Berchet di Milano il mio insegnante di religione era don Giussani: non sono mai stata religiosa, ma la sua intelligenza era mostruosa e ci affascinava Cosa servirebbe per connettersi zie a Internet, ai viaggi, la loro for- temuta sofferenza del corpo, tornecon i giovani, in Italia e fuori? «Inno- mazione è più ricca, no? Io per anni ranno una sola persona: Miuccia. vare, idee nuove. Ai tempi del Pci la ho cercato di capire cosa fosse mai Come la signora che si alza e, sorrisinistra si diceva egemone, nel bene questo postmodernismo, ci sono riu- dendo nel profilo affilato, ci accome nel male aveva l’ambizione che le scita infine leggendo Latour e ho pagna in cortile, precoce primavera sue idee potessero convincere gli al- pensato: ma l’avremo poi superata a Milano. Noto allora che i tacchi tri. Poi Berlusconi è stato egemone la modernità?». delle sue scarpe nere hanno sul reper vent’anni. Ora? La sinistra ha bi- Le piace il governo Monti? «Di tro sottili frange di pelle, come quelsogno di una nuova cultura, diversa politica meglio non parlare». Ma è le che da bambino vedevo sventolaeducazione, deve ascoltare i ragaz- governo tecnico! «Meglio concen- re, fiere sulla giacca da pioniere di zi, capire cosa interessa loro, cosa li trarsi su Metropolitan Museum e Davy Crockett. Quelle frange da Far arrapa. Il sogno di giustizia e demo- mostra di New York: allora le dicevo West sono l’uniforme, nascosta, di crazia deve guardare al nostro tem- che...». Là, dal 10 maggio al 19 ago- Miuccia Prada, bandiera di sfida alpo, al presente, non al passato. Di- sto, le due Miucce, l’Imprenditrice l’America e al mondo, non dal Fort ciamo la verità, oggi i giovani sono Globale in paletot colorato della Alamo di Davy Crockett, ma stavolmolto più preparati e colti di noi alla classifica Fortune e l’Ex Allieva del ta dal fortino del Metropolitan Muloro età, noi non sapevamo nulla, leg- Berchet in camicina candida che so- seum. gevamo appena un paio di libri. Gra- gna di esorcizzare con la bellezza la