Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 26 Domenica calendario

Birmania, monaci pronti a tornare a sfidare i generali - Seduto sopra una sedia di legno al centro della sua spoglia stanza, avvolto nel tradizionale mantello rosso bordeaux dei monaci birmani, Ah Shin Thirainda aspetta che il vecchio ventilatore a pale acceso dal suo assistente muova un po’ l’aria e sposti il tessuto leggero della zanzariera

Birmania, monaci pronti a tornare a sfidare i generali - Seduto sopra una sedia di legno al centro della sua spoglia stanza, avvolto nel tradizionale mantello rosso bordeaux dei monaci birmani, Ah Shin Thirainda aspetta che il vecchio ventilatore a pale acceso dal suo assistente muova un po’ l’aria e sposti il tessuto leggero della zanzariera. Poi respira profondo, ci guarda negli occhi e dice: «Aung San Suu Kyi sta portando il Paese verso la direzione giusta, e noi le auguriamo ogni successo. Se riuscirà nella sua impresa, però, è un altro discorso. Bisogna aspettare e vedere». Tutta la Birmania sta come Thirainda, capo predicatore del monastero Tha Tha Na Mene Tine: sospesa tra la speranza di un vero cambiamento epocale, e la paura di un trucco inventato dai militari solo per mantenersi al potere. Bago, antica capitale, è insieme a Bagan il cuore spirituale della nazione. Le guide internazionali la definiscono come la Disneyland del buddismo, per le oltre cento pagode e i monasteri che punteggiano il suo territorio. Magari la gente cammina scalza e vive ancora sulle palafitte di legno in mezzo ai campi di riso, ma all’orizzonte non manca mai un tempio in muratura con la cupola dorata, costruito a maggior gloria di una fede che per tanti secoli è rimasta unico appiglio per la popolazione. Da qui, nel 2007, era partito il movimento che si era trasformato nella «Saffron Revolution», con i monaci che uscivano dall’abbagliante Shwedagon Paya di Yangon per sfidare il regime nelle strade. Non a caso qui, proprio al monastero dove siamo, Aung San Suu Kyi ha compiuto il suo primo pellegrinaggio religioso, dopo la liberazione. «E’ venuta per onorarci», spiega Thirainda, mentre ci offre mandarini profumati. «Ma alla fine - aggiunge sorridendo - siamo noi che abbiamo onorato lei. Perché ci piace la sua moralità». La «Signora» ha sempre riconosciuto l’importanza del buddismo theravada, la corrente conservatrice birmana basata sui precetti dei saggi anziani, come pilastro dell’unità nazionale. I monaci la sostengono, ma sono scettici, come tutto il Paese: pronti a tornare in strada, se servisse, ma anche attenti ad usare la prudenza necessaria per sopravvivere. Neanche Aung San Suu Kyi, almeno in pubblico, si azzarda a divinare le ragioni che hanno spinto il regime a consentire la svolta riformista, che prima ha portato alla sua liberazione dagli arresti domiciliari, e poi al permesso di candidarsi per le elezioni suppletive del 1 aprile, che rimpiazzeranno 48 parlamentari saliti a responsabilità di governo. Forse la pressione occidentale e le sanzioni, che hanno fatto perdere alla Birmania le grandi opportunità di crescita sfruttate negli anni scorsi dagli altri Paesi asiatici. Forse la paura dell’ingombrante Cina, che secondo i più preoccupati mira ad annettersi intere parti del territorio nazionale. Forse il desiderio dell’ex dittatore Than Shwe, vecchio e malandato, di garantire una dignitosa eredità politica per sé e un futuro per la sua famiglia, sommato all’interesse dei militari riformisti, come l’attuale presidente «civile» Thein Sein, di incassare i dividendi di pace e democrazia. Fatto sta che la Birmania si sta aprendo, come dimostrano non solo le orde di turisti occidentali che riempiono gli alberghi di Mandalay, o mangiano la saporita zuppa di noodle mohinga nei ristoranti di Yangon, ma anche la presenza di giornalisti stranieri che riescono ad entrare e fare il loro lavoro senza essere arrestati. Eppure resta il dubbio: fino a quando, e fino a che punto? Il monaco che ci ha portato da Thirainda è un ingegnere chimico e da studente aveva partecipato ai moti della Generazione ‘88. Lui, che lasciamo anonimo per proteggerlo, ancora non crede ai suoi occhi: «Pensate che sia un cambiamento vero? Io no, per ora. Voglio vedere la democrazia reale, prima di convincermi». Cita l’episodio di Shin Gambira, il monaco 33enne che era stato uno dei leader della «Saffron Revolution», e aveva ricevuto una condanna a 68 anni di carcere, inclusi 12 di lavori forzati. Il 13 gennaio scorso il regime ha liberato 651 detenuti politici, per dimostrare che fa sul serio, e tra loro c’era anche Gambira. Qualche giorno dopo, però, lo hanno riportato in commissariato, perché era tornato a vivere in un vecchio monastero dove la polizia aveva messo i sigilli. I suoi critici dicono che Gambira è un eccentrico, una mina vagante. Però non è solo lui che vive in questo limbo di incertezza, tra libertà e persecuzione. Secondo l’Associazione per l’assistenza dei prigionieri politici, ci sono ancora un migliaio di detenuti per reati di opinione. La National League for Democracy, il partito di Aung San Suu Kyi, ha inviato al governo una lista con circa 300 nomi, che non vengono neppure riconosciuti come tali. Le autorità sostengono che nella loro attività politica si sono macchiati di crimini di sangue, e quindi la giustizia penale non consente di prendere in considerazione il loro rilascio. Come sia andata la vita di questi detenuti negli ultimi vent’anni lo ha raccontato uno di loro, Nay Rein Kyaw: «Arrivato nel centro per l’interrogatorio, mi portarono in una stanza sporca, mi ammanettarono, e mi ordinarono di stare in piedi davanti ad un tavolo. Un poliziotto mi faceva domande, e quando non era contento delle risposte mi obbligava a piegarmi sulle gambe. Quando provai a fermarmi, mi presero a calci e colpirono le mie ginocchia con canne di bamboo. Un altro tipo di tortura consisteva nel farmi sedere su una sedia bucata, e attaccare gli elettrodi al mio corpo per darmi la scossa. Non potei dormire e mangiare per tre giorni. Alla fine la sete era così forte che chiesi di andare in bagno, nella speranza di bere l’acqua dalla tazza del gabinetto. Ma le guardie mi videro e mi picchiarono». Tutto questo non succede più, nelle carceri birmane? Un detenuto politico liberato pochi mesi fa, che chiameremo U. per evitargli altri guai, ci ha raccontato di non aver subito violenze negli ultimi tempi: «Eravamo noi prigionieri che chiedevamo alle guardie di chiudere le porte delle celle, per l’orgoglio della nostra dignità ferita e per garantire che non saremmo mai scappati. Non c’era ragione per detenerci, toccava al governo riconoscerlo e liberarci». La vita resta complicata anche per chi non è finito in galera. San Maung è avvocato, ma non esercita: «Mi hanno ritirato la licenza, perché ho organizzato il sindacato locale dei lavoratori tessili. Gente che guadagna più o meno 40 dollari al mese. Il governo non riconosce il sindacato, e mi ha punito, impedendomi di svolgere la mia professione». Un’altra incognita pesante sul futuro sono i contrasti etnici. In Birmania ci sono sette province e sette stati definiti in base alla popolazione che li abita: Arakan, Chin, Kachin, Shan, Mon, Karen e Karenni. Alcune di queste etnie sono in guerra da anni col governo centrale. Il regime sta negoziando e dice di aver fatto la pace con nove gruppi guerriglieri, tra cui gli importanti Karen. Il problema però non è risolto, ad esempio in un’area cruciale come Kachin. La «Signora» vorrebbe organizzare la nuova Panglong, una conferenza nazionale come quella indetta da suo padre nel 1947, per superare i contrasti e incassare il merito di aver rifondato le relazioni etniche nel Paese. Il banco di prova, per noi occidentali ma non solo, saranno le elezioni del 1 aprile: si svolgeranno davvero in maniera democratica? Suu Kyi le riconoscerà giuste, anche se non vincerà tutti i 48 seggi in palio? E poi, sarà ancora possibile per i militari tornare indietro, dopo tanta apertura? Se le risposte saranno positive, le sanzioni economiche internazionali contro la Birmania cominceranno a cadere e inizierà un’epoca nuova. Secondo il partito della «Signora», però, sarà solo il primo passo, come ci spiega il capo della sua campagna Nyan Win: «Dopo il voto, vogliamo modificare la Costituzione. Ad esempio gli articoli che riservano ai militari il 25% dei seggi in Parlamento, o danno alle Forze armate il diritto di gestire eventuali stati di emergenza nazionale, che potrebbero essere la scusa per tornare alla dittatura». A quel punto Suu Kyi potrebbe puntare alle elezioni generali del 2015, per vincerle come nel 1990, e conquistare la guida del Paese che allora le fu negata con la violenza. E’ la strada, ancora lunga, per liberare davvero la Birmania dalla paura.