AN. C., Libero 28/2/2012, 28 febbraio 2012
E ORA IL MARCHIO POTREBBE SCOMPARIRE
Sarà forse una delle decisioni più difficili che il presidente e amministratore delegato della Carnival, Micky Arison dovrà prendere nei prossimi mesi. Il colosso americano Carnival, che controlla il gruppo italiano Costa Crociere, di fronte all’ennesimo “incidente” che vede coinvolta la Costa Allegra dovrà prendere una decisione, ovvero cancellare un marchio che l’uno-due micidiale degli incidenti marini ha assestato all’immagine del gruppo. E non si tratta solo di recuperare la fiducia dei potenziali clienti. Il gruppo croceristico Carnival ha chiuso il terzo trimestre del 2011 (dati più aggiornati non ce ne sono) con un utile netto di 1,3 miliardi di dollari a fronte di un fatturato complessivo di 5,1 miliardi. Lo scorso anno l’utile netto era stato di 1,3 miliardi, ma a fronte di un fatturato di 4,5 miliardi di dollari. La crescita dell’utile, in buona parte, è rintracciabile a maggiori «margini di profitto e risparmi migliori rispetto alle previsioni», spiega la holding. Ma anche alla crescita esponenziale del settore croceristico. I prezzi abbordabili e una martellante campagna promozionale hanno fatto decollare il numero di presenze a bordo, in particolare delle navi che battono bandiera italiana. Costa ha 15 navi e la Concordia, arenata al Giglio (il 15 marzo verrà presentato il piano per rimuoverla) rappresentava l’unità più importante della flotta. L’ultimo bilancio disponibile della Costa Crociere, quello del 2010, evidenziava una crescita esponenziale dei passeggeri: + 18% sull’anno precedente (oltre 2,15 milioni di passeggeri trasportati. E considerando che l’Europa rappresenta per Carnival il 38% del fatturato si intuisce la portata del doppio incidente.
Ora la società armatoriale americana – ancora alle prese con il calcolo dei costi dell’incidente nell’arcipelago toscano – dovrà decidere se è ancora conveniente dal punto di vista dell’immagine tenere in vita il marchio Costa Crociere. Di certo la flotta italiana rientra negli asset pregiati del gruppo. E quindi le navi riverniciate (e riparate) continueranno a solcare i mari e a macinare utili. Diverso il discorso di opportunità. Nel 1997, quando la famiglia genovese Costa passò agli americani il pacchetto di controllo della società (per 455 miliardi di lire), il marchio made in Italy aveva un valore. Moltiplicato di un bel po’dopo le iniezioni finanziarie e l’acquisto di nuove unità. Adesso dopo il Giglio (e il clamore mediatico dell’incidente) bisognerà tener conto anche delle diverse cause per danni che pioveranno addosso al gruppo. Sono state già annunciate e depositate nei tribunali di mezzo mondo una grandinata di class action, rivalse legali e iniziative di tutela che rischiano di costare alla holding ben più dei 100 milioni di dollari preventivati da Costa per il naufragio. Lo stillicidio di immagini che raccontano il recupero di nuovi corpi dalla pancia della nave spiaggiata non fa che peggiorare il valore del marchio. Insomma, il presidente Arison potrebbe decidere di archiviare il marchio storico delle due “CC”. E poi i riflessi in borsa. Il gruppo è quotato a Londra e nei giorni successivi al naufragio il titolo aveva messo a segno un calo a due cifre. Nel 2011 le quotazioni avevano risentito della congiuntura economica accusando una flessione del 29%. E ieri, alla notizia dell’incendio in sala macchine sulla Costa Allegra a largo delle Seychelles, il titolo sulla piazza londinese accusava un calo vicino al 2%. I marinai lo sanno bene: quando un nove è sfortunato meglio una mano di bianco e un nuovo battesimo del mare. E così le due C potrebbero finire in archivio.
AN. C.