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 2012  febbraio 28 Martedì calendario

Ricordo la prima proiezione de «La veritàaaa». Zavattini, finalmente, dietro la macchina da presa

Ricordo la prima proiezione de «La veritàaaa». Zavattini, finalmente, dietro la macchina da presa. Dopo aver resistito, per una vita, a ogni allettamento. «La veritàaaa» la si proietta ancora. È un caso estremo di film-retrospettiva. Devo tante cose a Zavattini. Mi fece sorridere, in cinema, con un lungo documentario sul fiume Po e con «I misteri» di Roma, «Le italiane e l’amore»: due film nati dal suo laboratorio dei giovani registi (c’erano, in erba, tutti quelli che, poi, si rivelarono i migliori). Ma Za, come lo chiamavamo noi allievi, fu soprattutto mio maestro di vaghèzie. Per vaghèzia s’intende, in terra padana, la parabola istintiva con cui un po’ s’inventa e un po’ no, rubando alla realtà quel tanto di inverosimile che sempre contiene, e che realtà resta. Fitti di strampalati colpi di genio i suoi libri — da Totò il buono a I poveri sono matti,a Io sono il diavolo — e le sue sceneggiature storiche: «Miracolo a Milano», «Ladri di biciclette» e via dicendo. Emiliano di Luzzara, Za si era trasformato prima in cittadino di Parma, poi di Roma. Diceva: «Mia madre mi ha dato una faccia tonda, a uovo, giusta per dipingerci sopra i miei stupori: tutto della vita mi stupisce, e la vita che fa? Si stupisce che io mi stupisca di tutto e mi ricambia con qualche illuminante vaghèzia. Perciò Roma è la mia città, qui nessuno si stupisce di nulla, e io primeggio». Noi ragazzi con un po’ di talento e alle prime armi lo chiamavamo anche «Za la vie», Za la vita, per opporlo alla maschera tradizionale di «Za la mort». Lavorava di notte, dormiva di giorno, commentando: «Perciò, di nuovo, posso affermare che Roma è una città che mi calza come un guanto. Vedo ogni mattina il sole romano che si alza dietro il Cupolone, esco e cammino, sono un romano "alba", e posso assicurare che non ce ne sono molti». Con le sue storielle dell’assurdo, Za rivelava i segreti e i sentimenti dì un’umanità inconsueta (amava quei poveri così poveri che, durante i funerali, non avevano neppure il morto da mettere nella cassa). Tentò, con discreto successo, di insinuare tocchi padani nelle abitudini culinarie della capitale: uova fritte, salame e lambrusco. Era capace di alzarsi da una tavolata con amici, esclamando: «Scusate, devo andare a prendere appunti per una vaghèzia. Se dovessi morire nel frattempo, avvisate casa mia che apparirò tardi». I1 suo motto più strambo e poetico fu stricarm’ in d’na parola(stringermi in una parola). All’insegna di questo motto, altri versi come un programma: «Delle ore tiro madonne/ delle ore mi inginocchio/ delle ore m’ammazzo/ delle ore ammazzerei/ delle ore capisco/ delle ore faccio finta. Mi salutano/ come fossi sempre quello/ rispondo come fossero sempre quelli». Enzo Biagi sosteneva: «Zavattini ha regalato idee a tutti. Ricordo gli Anni ’40, eravamo ragazzi e rischiavamo di affogare nell’ottimismo beota, nelle certezze di regime. I suoi raccontini, con i film di Renoir e di Carné, ci hanno insegnato il dubbio, la sincerità, il sapore della solitudine e della sconfitta». Uomo di nessuna accademia e di infinite possibilità di dialogo e di invenzione, Za si fece convincere a frequentare il cinema, benché, intorno agli anni ’30, in provincia fosse considerato svago per serve e soldati. Nonostante operassero Chaplin e Keaton, Murnau e Dreyer. Di lì a non molti anni, Za doveva diventare uno dei padri del neorealismo, che fu una svolta, una rivoluzione. Uno dei suoi sogni? Scrivere un libro «tanto grosso», migliaia di pagine, con la speranza di «bloccare il tempo, spaventarlo», e ridergli in faccia, al tempo. Bisognerebbe tenerlo presente, il mitico basco di «Za la vie», il basco che il Cesare di Luzzara portava sempre per allontanare i cattivi spiriti... Fu anche commediografo e pittore (faceva quadri minuscoli) Credo che avesse proprio ragione Papini quando, nel 1937, vedeva in Za non già un umorista, secondo la versione comune, ma un poeta tragico che si giova del grottesco, «spingendosi fino a un Kafka ridotto alla più sobria espressione».