Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 28 Martedì calendario

APPUNTI PER GAZZETTA. LA NO TAV, I BLOCCHI STRADALI, IL POVERACCIO FINITO FULMINATO


REPUBBLICA.IT
Dopo quasi 24 ore di blocco, intorno a mezzogiorno, le forze dell’ordine smontano, utilizzando anche una ruspa, il presidio No Tav a Bussoleno sull’autostrada che porta a Bardonecchia. Le forze dell’ordine hanno fatto uso di idranti per disperdere il centinaio di attivisti presenti sulla carreggiata che hanno risposto con il lancio di vari oggetti. I manifestanti hanno anche dato fuoco agli pneumatici accatastati sull’asfalto con cui hanno formato delle barricate che sono state rimosse. Gli idranti sono stati utilizzati anche per spegnere le fiamme.
Sulla carreggiata sono stati rinvenuti anche alcuni cavi d’acciaio che avrebbero dovuto servire per rallentare l’avanzata delle forze dell’ordine. Dopo quasi tre ore di "confronto" la polizia riesce a togliere il blocco. Lascia il presidio ma subito dopo i Not Tav tornano a bloccare l’autostrada
Nella notte era stata riaperta l’autostrada a Oulx. Le forze dell’ordine avevano sgomberato il blocco dei No Tav all’altezza di Salbertrand. Il blocco era stato allestito da un gruppo di manifestanti intorno alle 22:30 di ieri sera, su decisione dell’assemblea serale dei comitati, per impedire alle forze dell’ordine che si trovavano all’interno della zona del cantiere di effettuare il cambio di turno. Alle 2 però è scattato l’ordine della questura e gli agenti, dotati di idranti e lacrimogeni, hanno sgomberato i manifestanti.
Sulla questione Tav, è intervenuto anche il ministro delle Infrastrutture Corrado Passera "Il lavoro è in corso, deve continuare nel modo
migliore come previsto" ha commentato, a margine di un’audizione alla Camera, i disordini

REPUBBLICA.IT
REAZIONI
ROMA - L’incidente di ieri ad uno dei leader della protesta No Tav 1 "è un fatto molto triste e grave, perché tocca una giovane persona", ma "spero che questo non esasperi ancor di più gli animi: ci vuole riflessione, dialogo ed equilibrio". Lo ha detto il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri. "Credo davvero - ha spiegato il ministro a margine di un’audizione alla commissione Antimafia - che ci voglia una forte riflessione e molto dialogo. Bisogna tenere conto anche delle scelte fatte in assoluta coscienza e attenzione. Occorre riflettere sulla dinamica dell’accaduto e anche su quelli che sono gli interessi della nazione, occorre da parte di tutti grande sensibilità ed equilibrio". "Bisogna tener conto di quelle che sono le scelte fatte con assoluta coscienza e attenzione", aggiunge il ministro. L’incidente potrebbe esasperare gli animi e favorire nuovi scontri? "Spero che ciò non avvenga - risponde Cancellieri -. Credo che soprattutto ci voglia un’attenta riflessione sulle dinamiche dei fatti e su quelli che sono gli interessi della nazione. Occorre da parte di tutti grande sensibilità e molto equilibrio".
E sui disordini per la Tav è intervenuto anche il ministro dei Trasporti e Infrastrutture, Corrado Passera, a margine di un’audizione alla Camera: "Il lavoro è in corso, deve continuare nel modo migliore
come previsto", ha dichiarato.
Preoccupato per l’acuirsi della tensione il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: "In queste ore drammatiche per la vita di una persona, ci sono movimenti che hanno preso una piega non accettabile. Si torni a un confronto civile, perché si può essere contrati ad un’opera che pure è stata decisa con tutti i passaggi democratici, ma non si può cedere a gesti che aprano la strada alla violenza". Bersani assicura che "il Pd farà una vigilanza democratica" per evitare che la protesta sfoci in violenza.
(28 febbraio 2012)

CORRIERE.IT
Il ministro Cancellieri: «Serve molto dialogo». Ma Passera: «Il lavoro va avanti»
Centinaia di No Tav bloccano l’autostrada
La polizia li affronta e prepara lo sgombero
Testa a testa sul cavalcavia, clima surriscaldato tra insulti e provocazioni. Abba’ ancora ricoverato: grave ma stazionario
Lo sgombero del presidio No Tav
H24 MILANO - Clima surriscaldato a Bussoleno, in Val di Susa, dove i No Tav da quasi 24 ore bloccano l’autostrada A32, che non è ancora percorribile in entrambe le direzioni tra Avigliana e Susa. Manifestanti e forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa si sono fronteggiati a lungo a non più di un metro di distanza. Ma fino a questo momento non ci sono stati contatti nè cariche. Anzi: nel primo pomeriggio agenti e militari hanno lasciato la sede autostradale, dopo avere sgombrato alcune barriere piazzate dai manifestanti. E questi ultimi, che si erano momentaneamente allontanati dalla carreggiata, l’hanno rioccupata. La viabilità resta interrotta anche sulle strade laterali: la statale 24, che per un breve periodo era tornata transitabile ai veicoli non pesanti, è stata nuovamente bloccata. E anche la statale 25 dell’Alta Valle resta paralizzata. Intanto il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, intervenendo sull’incidente a Luca Abbà ha parlato di un «fatto triste e molto grave anche perchè tocca una giovane persona» ma ha anche sottolineato che «su questo ci vuole molto dialogo e una forte riflessione». Tuttavia il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, ha ribadito che «il lavoro è in corso: deve continuare nel modo migliore, come previsto».
IL TESTA A TESTA - Tutto è cominciato intorno alle 12. Circa 300 militanti hanno preso a battere con delle mazze di ferro sui guardrail alla vista dei blindati della polizia che si sono schierati sul viadotto che domina il tratto autostradale assediato. Una ruspa ha abbattuto la barricata di cassonetti eretta dagli occupanti, che prima di indietreggiare hanno dato fuoco ai rifiuti. La polizia ha azionato gli idranti e sulla folla si è alzata una nuvola di fumo bianco. Successivamente sono arrivati i vigili del fuoco e hanno spento le fiamme della barricata. Alcuni manifestanti hanno bloccato la rampa tra il viadotto e l’autostrada, alzando e battendo le mani gridando: «Luca, Luca, la Val di Susa non ha paura». Il fronte di polizia e carabinieri era composto da almeno 500 agenti in assetto antisommossa, con i manganelli sollevati, gli scudi e i caschi ben calcati sulla testa. Sullo sfondo risuonavano le fisarmoniche e i violini che accompagnano il movimento. Ad un certo punto le forze dell’ordine hanno ripiegato e la carreggiata è stata rioccupata dai manifestanti, che tuttavia si interrogano sulle motivazioni di questo ripiego. Sui siti vicini ai No Tav sono nel frattempo comparsi nuovi appelli alla mobilitazione: «Serve il cambio ai presidi, dobbiamo fare riposare chi c’è stato tutta la notte».
RESISTENZA E PROVOCAZIONI - Il presidio è stato mantenuto per tutta la notte e i militanti hanno resistito al freddo e al pressing delle forze dell’ordine. L’obiettivo dei manifestanti, che hanno iniziato i blocchi lunedì dopo lo sgombero del cantiere della Maddalena, è di proseguire tutta la giornata. In serata, alle 20, è prevista una nuova assemblea del movimento No Tav che deciderà come proseguire la lotta. Un elicottero dei carabinieri sorvola anche a bassa quota, sulla zona. Sul viadotto che passa dove c’e’ il blocco autostradale è comparsa una scritta contro il procuratore capo di Torino: «Caselli ti ruberemo la salma». Alcuni manifestanti si sono avvicinati ai carabinieri schierati dietro ad un guard rail e hanno iniziato a provocarli chiamandoli «pecorelle nel recinto», dicendo loro di prepararsi «perché starete qui vent’anni» e arrivando a veri e propri insulti («Noi ci divertiamo un sacco a guardare voi stronzi»). Ma i militari sono rimasti immobili e la situazione è rimasta sotto controllo.
Facca a faccia no tav - carabiniere
H 24 IL FERITO- La protesta prende origine dal ferimento di Luca Abbà, il militante di 37 anni tuttora ricoverato in coma all’ospedale Cto di Torino, precipitato da un traliccio dopo aver toccato i fili dell’alta tensione lunedì mattina. Sulle sue condizioni i medici sono cauti ma abbastanza ottimisti, anche perché i reni - uno dei due ha subito una forte lesione - funzionano. Stanno smaltendo mano a mano le tossine accumulate dopo la forte scossa e questo sarebbe un buon segno. Ma, ribadiscono i medici, non è fuori pericolo, resta in rianimazione quindi la prognosi è riservata. Domani, se le sue condizioni non peggioreranno, verrà sottoposto a un’altra Tac e i medici valuteranno, nelle prossime 48 ore, gli eventuali interventi chirurgici.
LA VEGLIA DEI COMPAGNI - Alcune decine di compagni di Abbà nel movimento No Tav hanno trascorso la notte «vegliando» all’esterno del Cto torinese. Alcuni di loro si sono radunati davanti a una grande immagine che ritrae la Madonna del Rocciamelone e hanno pregato per diverse ore. Sulla cancellata dell’ospedale sono stati stesi due striscioni uno con la scritta tutti con Luca, l’altro dei cattolici per la vita della valle.
Il momento della caduta
Video della Polizia - Nel frattempo non si fermano anche i lavori. La Ltf ha finito nella notte le opere di recinzione del cantiere. In totale l’area da cinque ettari è passata a sette. Mentre la circolazione nelle strade della zona riprende lentamente dopo una notte di blocchi e scontri con la polizia, l’impresa incaricata dei lavori di scavo e bonifica per l’ampliamento del cantiere della Maddalena a Chiomonte per il tunnel geognostico della Tav Torino-Lione.
LE INDAGINI - Continuano intanto le indagini coordinate dai pm Andrea Beconi e Giuseppe Ferrando della Procura di Torino. I compagni di Luca Abbà, interrogati ieri, saranno molto probabilmente denunciati dalla polizia giudiziaria e indagati per aver violato l’area dichiarata sito strategico nazionale.
SALTA L’INCONTRO CON I SINDACI - Intanto sul fronte politico e istituzionale è saltato l’incontro previsto per oggi alle 19 e 30 a Torino tra il prefetto e i 23 sindaci della Val di Susa è stato rinviato a domani alle 12 e 30. «Ci è arrivata adesso la comunicazione - spiega Sandro Plano, presidente della comunità montana Val di Susa e Val Sangone - ci hanno spiegato che il prefetto è stato convocato a Roma». In ogni caso Plano ha ribadito: «Chiederemo a prefetto e governo di sospendere i lavori al cantiere della Tav».

PEZZI DAI GIORNALI DI OGGI
GIUSI FASANO SUL CORRIERE DELLA SERA
DAL NOSTRO INVIATO
TORINO — Il rumore della scarica elettrica, poi il tonfo. Quando sono arrivati i soccorsi Luca Abbà era cosciente, «mi chiamo Luca» ha risposto ai medici che volevano capire quanto fosse vigile. Un minuto dopo era intubato e in coma farmacologico sull’elisoccorso che l’ha portato al Centro traumatologico ortopedico di Torino, dov’è ricoverato in condizioni «critiche» nel reparto di Rianimazione. La prognosi è riservata, ovviamente, e tutto dipenderà da come evolveranno gli effetti della folgorazione. Perché «il suo problema principale non sono tanto i traumi della caduta» spiega il dottor Maurizio Berardino, direttore del dipartimento di Emergenza del Cto, «quanto le lesioni causate dalla scarica elettrica».
Ieri mattina alle otto e mezza Luca Abbà era abbarbicato a un traliccio dell’alta tensione in Val Clarea, la sua valle, per protestare contro gli espropri dei terreni in quella zona, a Chiomonte, necessari per ampliare il cantiere e partire con il «cunicolo esplorativo» della Torino-Lione, la linea dell’Alta velocità. Anarchico e leader storico dei No Tav, è stato sorpreso anche lui, all’alba, dalla partenza anticipata di quegli espropri. Il giorno dei giorni doveva essere oggi ma, a sorpresa, gli operai e i poliziotti che proteggono i lavori, hanno cominciato prima. Così in valle, ieri mattina, non c’erano che poliziotti, carabinieri e una ventina di No Tav, quasi tutti in presidio nella baita Clarea. Luca è arrivato dalla montagna, ha tirato dritto davanti alla baita e ha raggiungo il traliccio. È salito di corsa fino al livello «proibito», pericoloso perché ci sono i fili dell’alta tensione. Un poliziotto rocciatore ha provato a seguirlo portando con sé le corde di sicurezza. «Sono pronto e disponibile ad appendermi ai fili della corrente se non la smettete, ok?» ha urlato lui dall’alto mentre era al telefonino con una radio privata a raccontare la sua impresa sul traliccio. «Volevo solo darti le corde» ha replicato l’agente. «E allora lasciale lì». Così è stato. Il rocciatore è sceso lasciando le corde e la situazione, a quel punto, sembrava tranquilla. Il poliziotto che stava filmando la scena ha staccato la telecamera dal traliccio e ha cominciato a riprendere i colleghi e gli altri No Tav. Fra i ragazzi della baita c’era anche Paolo, amico di Luca. «Diglielo tu che scenda, è pericoloso» gli ha chiesto un funzionario della Digos. «Appena finisce di parlare al telefono lo faccio», ha risposto lui. Non ce n’è stato il tempo. Luca ha chiuso la chiamata con la radio, ha messo via il telefonino e ha fatto un movimento strano, forse per togliersi lo zainetto. Con il gomito ha sfiorato i fili dell’alta tensione e la scarica l’ha buttato giù. Era a più di dieci metri d’altezza. L’agente con la telecamera ha fatto in tempo a voltarsi e riprendere il corpo che tocca terra e rimbalza spostandosi un po’ più giù. Attorno e sul traliccio, in quel momento, non c’è nessuno.
Che cosa è successo esattamente? E che voleva dire quel «sono pronto ad appendermi ai fili della corrente se non la smettete»? È possibile un gesto dimostrativo disperato e volontario contro gli espropri? «L’ha fatto cadere la polizia che lo inseguiva. Luca è un eroe e quello che è successo è un’infamia» è sicuro Alberto Perino, leader dei leader del movimento No Tav. Migliaia di persone in tutt’Italia ieri si sono passati la stessa voce: «È colpa della polizia» e dalla Sicilia a Trento, da Napoli a Bologna, sono stati improvvisati blocchi, cortei, proteste, di antagonisti con la bandiera No Tav fra le mani.
Tanto si è alzato il livello del possibile scontro che il presidente della comunità montana, Sandro Plano, ha scritto un telegramma (inascoltato) al prefetto di Torino: sospendere gli espropri per allentare la tensione. Già a mezzogiorno la valle di Susa era paralizzata, con centinaia di dimostranti a bloccare l’autostrada A32 Torino-Bardonecchia e le statali 24 del Monginevro e 25 della Val di Susa. Nel primo pomeriggio un giornalista della Stampa e un fotografo sono stati aggrediti, al Cto, dai No Tav che aspettavano i medici per saperne di più sulle condizioni di Luca. Il passaparola di Twitter ha fatto miracoli organizzativi: è stato un pomeriggio di proteste a Bologna (binari occupati), a Pisa (corteo in stazione), a Firenze (manifestanti fra la prefettura e Santa Maria Novella), a Torino (sit-in davanti a prefettura, Comune e Rai), a Milano (traffico in tilt nella zona di Porta Venezia), a Napoli (corteo in centro), alla stazione Termini di Roma (sassaiola), a Trento (manifestazione), a Palermo (binari occupati) all’Aquila (striscioni per Luca) e in tantissime altre città. I «Cattolici per la vita della Valle» hanno chiuso la giornata della rabbia e delle dimostrazioni con una veglia di preghiera davanti al Cto. Parola d’ordine: «Luca ce la farà».
Giusi Fasano

RITRATTO DI ABBA’ DI IMARISIO
DAL NOSTRO INVIATO
BUSSOLENO (Torino) — «L’amore per questa terra e per questa valle mi spinge a difenderla fino in fondo dalle mani avide degli speculatori».
L’uomo precipitato da un traliccio accanto al cantiere della Tav non lascia dietro di sé interviste o comparsate. Luca Abbà, nato 37 anni fa a Cles, una frazione di Exilles, ai confini con l’Alta Valle, ha sempre mostrato granitica coerenza nel rifiutare ogni contatto con un mondo che non sente suo. Da dieci anni ha scelto di abitare nella casa del nonno Egidio, storico capogruppo degli Alpini del suo paese, la stessa dove era nato suo padre. Non era stato un ritorno, ma un rifiuto.
Non si trovava, nella vita degli altri. Aveva lavorato in fabbrica, trovato impieghi da netturbino in due comuni della Valsusa, poi ha scelto il chilometro zero. È diventato coltivatore diretto, tira avanti vendendo nei mercati della zona i prodotti dei suoi campi, ogni tanto fa qualche servizio di giardinaggio per gli amici. Il resto del suo tempo lo dedica alla lotta No Tav, che per lui è una linea di confine che non prevede intrusioni di estranei, da una parte o dall’altra. È una discriminante. Abbà sarebbe il primo a detestare gli altarini, o i ritratti condiscendenti, perché non è uomo da mezze misure. Il suo non è un carattere facile, le sue esplosioni di ira, spesso seguite dai fatti, sono sempre ben conosciute anche tra gli amici, che gli riconoscono una dolcezza di fondo espressa soprattutto nell’amore per i genitori, entrambi sordomuti.
«I celerini e i loro capi vivono una vita per la violenza, sono mercenari di uno Stato che è l’istituzione violenta per eccellenza con le sue carceri, la strategia della tensione e la costante politica della paura; curioso che nessun politico o giornalista che conta abbia da dire nulla su tutto ciò!». Queste frasi, tratte da una memoria presentata in una causa per diffamazione, sono l’esatta rappresentazione del suo pensiero. È uno dei capi del movimento No Tav, si scrive adesso, ma ognuno di essi ha le sue caratteristiche, e quella di Abbà è sempre stata la durezza, che lo ha portato a sentirsi rappresentato dalla frangia più dura e incontrollabile del movimento, quella che viene riferita a una generica galassia anarchica.
Inutile rovistare nella sua fedina penale, dove ci sono tracce di una condanna per gli scontri di Venaus avvenuti nel 2005 e una assoluzione per quelli di Genova alla Fiera delle tecnologia, archeologia dei primi no global: ha sempre rivendicato la sua partecipazione agli scontri No Tav, ne è un convinto fautore, anche se all’ultima assemblea aveva speso parole concilianti, lasciando aperta la strada per una battaglia legale contro gli espropri.
Il prima e il dopo della sua militanza si chiama proprio Venaus, il luogo degli scontri con la polizia del dicembre 2005, dove uno sgombero mal gestito dei campi destinati al primo cantiere Tav portò a una specie di sollevazione popolare. Lo spartiacque è quello, come per molti della sua età. Fino ad allora, dai 18 ai 23 anni, Abbà aveva inteso la militanza anche in senso politico, era molto vicino alle posizioni di Antonio Ferrentino, l’ex leader caduto in disgrazia per aver accettato il confronto nell’Osservatorio nato dopo quel disgraziato episodio di ordine pubblico.
«Quello che voi non capite — scrive — è che per me non devono esistere né guide né capi da corrompere con promesse di carriera politica nei palazzi del potere». Il compromesso non fa per lui, convinto che la militanza debba essere espressa attraverso gesti drastici. «Rassegnatevi, sono fatto così e non cambierò mai idea». Lo ha dimostrato anche ieri mattina, purtroppo.
M. Ima.

Attacco degli hacker del gruppo Anonymous ai siti della polizia di Stato e dei carabinieri. I portali sono andati in tilt a causa di migliaia di richieste d’accesso inviate insieme e coordinate in Rete dal gruppo dei pirati informatici. La modalità d’azione di Anonymous è sempre la stessa ed è seguita da una serie di rivendicazioni. L’attacco, si legge nei messaggi di posta, è stato portato come segno di solidarietà con i manifestanti e contro l’azione esercitata dalla polizia in Val di Susa: gli espropri di ieri mattina e la dinamica, ancora non chiara, per Anonymous, della caduta di Abbà dal traliccio in Val Clarea.
M.Bar.

CRONACA DI IMARISIO
DAL NOSTRO INVIATO
BUSSOLENO (Torino) — Luca Abbà voleva lanciare un messaggio. La sua scalata al traliccio dell’alta tensione non doveva essere nient’altro che questo, una bandiera umana che segnalava l’arrivo delle forze dell’ordine. Adesso, molte ore dopo, sulle piazzole affollate del casello di Chianocco non c’è spazio per un filo d’erba, e neppure per un sentimento diverso dalla rabbia.
L’assemblea popolare dei No Tav arriva in questo luogo improvvisato, segno della concitazione, degli eventi che ormai stanno sfuggendo di mano, a tutti. Dall’altra parte del cavalcavia comincia il blocco autostradale destinato a trasformare la Val di Susa in un’isola inaccessibile. Alla fine di una giornata troppo lunga e troppo brutta, segnata dal nervosismo, dalla ricerca di un nemico sul quale alzare le mani, con noi giornalisti naturali candidati al ruolo, la prima reazione è di chiusura al mondo. Fuori tutti. Restiamo noi e loro, i nemici in divisa. Li chiudiamo dentro con noi, e vediamo fino a quando resistono.
La mozione proposta da Bruno Perino, capo dei valligiani più radicali, viene accolta da un’ovazione. I sentimenti sono questi, inutile girarci intorno o cercare di cogliere sfumature. Ci sono solo toni netti, e i gesti verranno di conseguenza. Lele Rizzo, portavoce del centro sociale Askatasuna, uno dei pilastri del movimento No Tav, restituisce la disillusione di una protesta che si sente incompresa e svilita, quando decide di usare le buone maniere, di stare nel recinto della legalità. «Sabato scorso abbiamo manifestato in maniera pacifica e non violenta, come piace a tutti. In cambio abbiamo ottenuto un esproprio che è un abuso, eseguito nel modo più illegale e infame possibile. Siamo stati bravi, la ricompensa è questa. Evidentemente è colpa nostra, non siamo stati abbastanza incisivi. Ma adesso le cose cambiano, e non per nostra volontà».
Anche queste parole non lasciano spazio a sfumature, non è più tempo da toni di grigio, ma di posizioni dure. Quello di Rizzo non è un annuncio, semmai una promessa, che raccoglie un comune sentire. Sotto al cavalcavia di Chianocco sono tanti gli insoddisfatti per la mancata reazione immediata. Luigi Casel da Bussoleno, uno di quelli molto ascoltati, racconta di aver dovuto fermare alcuni suoi concittadini che volevano dare fuoco ai boschi intorno al cantiere di Chiomonte, una specie di cupio dissolvi per gente che ama così tanto la sua valle. «Se stai zitto non ti succede niente, come ai tempi del fascismo», gli ha detto sua madre, che ha 76 anni e qualche brutto ricordo di quegli anni lontani.
«Non è cambiata solo la situazione — spiega lui —, ma anche il contesto. Non è più questione di essere favorevoli o contrari a un’opera. Il vero problema è la restrizione del diritto, la risposta feroce a un legittimo dissenso, che può essere esercitato in tanti modi, ma viene sempre affrontato in termini militari e non politici».
Ascoltando la rabbia di questa gente, si coglie una mutazione ormai compiuta. Nel giro di pochi mesi la protesta No Tav ha cambiato pelle, si è trasformata in una ribellione all’esistente, qualcosa che davvero travalica ormai la questione di un tunnel ferroviario. Qui nessuno parla di ambiente e preservazione della propria terra come si faceva nel 2005, quando il pericolo dell’amianto nella montagna sembrava essere il collante del movimento contro l’Alta velocità. Sembrano passate ere geologiche anche dalla battaglia contro i presunti sprechi di Stato dietro alla costruzione della Tav, ed era appena un anno fa.
«Il peggior governo della storia ci ha mandato una polizia di infami guidata da magistrati infami». Alberto Perino, l’ex contabile diventato uno dei volti più noti del movimento No Tav, non ha mai avuto il dono della misura. Usa le parole come pietre, e non da ieri. Ma in qualche modo la sua invettiva è lo specchio dello stato d’animo di questa protesta. Quando definisce «fascista» l’attuale esecutivo, quando parla di «capitalismo che uccide i nostri figli migliori», non lo fa pagando dazio alla sua oratoria virulenta, ma seguendo il filo di un percorso anti-sistema che ha reso il movimento No Tav un porto sicuro per ogni forma di antagonismo.
La caduta dal traliccio di Luca Abbà, nato a pochi chilometri da qui, non è certo un pretesto, ma solo la valvola di uno sfogo atteso da tempo. Adesso è quasi inutile capire dove si manifesterà la reazione dei No Tav. Tra le ipotesi al vaglio c’è anche un cambio di scenario, portare una protesta dura nel salotto buono di Torino o nelle altre città, ma sono questioni da ordine pubblico. «Noi non abbiamo mai cercato il morto», dice Maurizio Piccioni, cattolico, militante di Avigliana. «Sono loro che ce lo stanno portando in casa. Quel terreno è di Luca, e gli operai hanno continuato a lavorare anche dopo il suo ferimento. Come uno sputo in faccia, una dimostrazione totale dell’assenza di umanità di questo sistema».
Quello che conta, quello che resta davvero, è la rabbia. Il movimento No Tav forse è minoritario, forse le persone riunite qui che urlano e inveiscono contro il mondo fuori non sono altro che cinquecento testimoni di una lotta fuori tempo massimo. Ma sono come pietre dure, inscalfibili e rigidi e di questo bisognava tenerne conto. «Non molleremo mai», urla Perino. E mai come questa volta viene da credergli, purtroppo. Il messaggio è arrivato forte e chiaro.
Marco Imarisio

COMMENTO DI IMARISIO SUL CORRIERE DELLA SERA
Alla fine è successo quel che tutti hanno visto arrivare senza riuscire a impedirlo, o almeno provarci. Ma oltre al dispiacere e all’apprensione per la sorte di un uomo, la vicenda del militante No Tav gravemente ferito suscita anche amarezza. Luca Abbà, il militante caduto ieri da un traliccio dell’alta tensione, rischia di morire per una causa persa. Giusta o sbagliata che sia, la linea ad alta velocità Torino-Lione è ormai irreversibile. Accordi tra stati, due trattati internazionali, l’ultimo dei quali ribadito dal governo Monti, senza tenere conto del fatto che dall’altra parte, in Francia, hanno già cominciato a scavare...

L’ANALISI DEI SERVIZI DI VIRGINIA PICCOLILLO
ROMA — «Determinati a resistere ad oltranza contro la grande opera». Si legge nero su bianco il monito sulla fermezza dei No Tav nella relazione annuale sull’attività dei servizi segreti: l’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna), l’Aisi (l’Agenzia informazioni e sicurezza interna) e il Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza). Ne dava tragica prova sul traliccio Luca Abbà, ieri mattina, proprio mentre il premier Mario Monti la inviava ai presidenti di Camera e Senato. Una intenzione di non mollare mai che gli 007 annoverano fra le «criticità sotto il profilo della mobilitazione» insite nei movimenti antagonisti e anarco-insurrezionalisti. Una delle «principali criticità per l’Italia» — riferisce una nota di Palazzo Chigi riassumendo la relazione — assieme «alla conflittualità sociale e il perdurare delle tensioni internazionali dal Maghreb al Medio Oriente» e, soprattutto, ai «riflessi della crisi economica». Per la prima volta gli 007 lanciano l’allarme sulla «vulnerabilità del sistema produttivo» in un contesto che favorisce la «compartecipazione occulta e l’inserimento di capitali illeciti in aziende in difficoltà con lo scopo di rilevare pacchetti societari», e anche crescenti investimenti stranieri in settori strategici del nostro Paese. E mettono in guardia su un’attività di «spionaggio industriale, che rischia di depauperare sia il potenziale produttivo ed innovativo nazionale, sia di costituire un serio danno alla sicurezza e alla competitività».
Ma ieri l’attenzione era rivolta ai No Tav, «un articolato fronte di lotta», capace di unire diverse anime spesso divise della protesta. Alla «cronica frammentazione», spiegano gli 007, si vanno sostituendo «tentativi di conferire alla protesta una nuova spinta di collaborazione e convergenza sui temi dell’ambiente, del lavoro, della "repressione", dei beni comuni, nonché sulle conseguenze della crisi nel territorio in termini di occupazione, reddito, tariffe, servizi e diritti sociali». In questo senso i cortei della Val di Susa vengono accomunati alla «protesta popolare sullo smaltimento dei rifiuti, con prevedibili focolai di tensione in alcuni dei territori individuati per nuove discariche» come il Lazio con la prevista chiusura della discarica di Malagrotta. Al «contrasto alle politiche repressive di cui sono ritenuti simbolo anche i centri per immigrati» e alla «mobilitazione studentesca, che prospetta saldature rivendicative con l’area del precariato e ambienti lavorativi interessati da controversie occupazionali». L’intelligence la mette così: la crisi economica viene ritenuta dal movimento antagonista una «favorevole opportunità» per «radicalizzare il disagio sociale». E diventa un’arma di propaganda anche per reduci delle Br o soggetti attratti dalla lotta armata, che presentando la crisi come «sintomo dell’ineludibile declino del capitalismo» possono alimentare lo scontro. E non si esclude che «tentino di aggregarsi per eseguire e rivendicare attacchi».
Ma la congiuntura, avvertono i servizi, appare anche «destinata ad accrescere i margini di infiltrazione criminale nel tessuto produttivo e imprenditoriale», soprattutto nel Centro-Nord. Manovre di attacco alle nostre imprese in crisi che arrivano dalle mafie. Sotto osservazione anche gli investimenti stranieri in settori strategici come i trasporti, le telecomunicazioni e l’energia; dove grandi investitori dell’Est Europa ed asiatici potrebbero accrescere il loro ruolo sul mercato italiano. Alto l’allarme sul riaccendersi delle tensioni in Iran, sull’arrivo di armi dalla Libia e sul terrorismo islamico. Gli 007 fanno notare come sul web si sia esultato alle nostre alluvioni e che in un appello a colpire facili bersagli «siano stati citati ad esempio i due noti episodi occorsi al Sommo Pontefice e a Berlusconi»: la spinta al Papa dentro San Pietro e il lancio della statuetta raffigurante il Duomo di Milano all’ex premier.

REAZIONI
MARIOLINA IOSSA
ROMA — Non fa piacere a nessuno, ovvio, che un attivista No Tav sia in pericolo di vita. Neppure a Maurizio Belpietro, direttore di Libero, che ieri ha lanciato sul sito del quotidiano un sondaggio molto criticato sui social network: «Luca Abbà, il 37enne No Tav, fulminato su un traliccio mentre protestava, se l’è meritata?», è stato chiesto ai lettori.
«Vergognatevi!», il commento più diffuso, tra quelli riferibili. Poi in serata il Cdr di Libero ha denunciato che a Milano «un gruppo di manifestanti si è staccato dal corteo partito da piazza San Babila ed ha iniziato a bersagliare con petardi e fumogeni la sede di viale Majno» ed «è stata danneggiata una telecamera e il citofono del palazzo ed è stato imbrattato il portone con la scritta "Giornalisti terroristi"».
«Forse la domanda è stata posta in maniera troppo decisa e sintetica e mi dispiace per quello che è successo» spiega Belpietro. «Ma lo scopo era porre l’attenzione su queste proteste estreme che comportano un rischio evidente. Il simbolo col teschio sui cavi dell’alta tensione dovrebbe bastare come deterrente. E chi applaudiva, dovrebbe chiedersi se non è in parte responsabile». Analogo il commento del leghista Roberto Castelli: «Gli auguro tutto il bene, ma se vai su un traliccio ad alta tensione, lo sanno tutti che ti fulmini o prendi la scossa e cadi. È matematico. Abbà se l’è cercata, non meritata». Rattristato il ministro del Lavoro Elsa Fornero: «Non si possono registrare morti su questioni che andrebbero risolte con le trattative», dichiara. «So che sull’alta velocità la situazione è complicata, ma l’impegno del governo è intensificare il dialogo». Per il sindaco di Torino, Piero Fassino, l’incidente «è un episodio doloroso che si colloca in una situazione difficile e delicata che in Val di Susa si trascina da tempo».
Però la Tav «resta un’opera strategica e irrinunciabile». Il governatore leghista del Piemonte Roberto Cota chiede di «non strumentalizzare questa disgrazia. La protesta contro la Tav non dev’essere una guerra. Occorre calma e ragionevolezza da parte di tutti». «Non credo che si possa strumentalizzare un fatto come questo», dice Pier Ferdinando Casini. «L’opera è prevista e va avanti, quello che è accaduto è tristissimo ma non vedo come ci sia un collegamento con il fatto che la Torino-Lione si deve fare». «Siamo toccati e dispiaciuti per quanto avvenuto», conferma Agostino Ghiglia (Pdl). «Tuttavia quello che è accaduto oggi è colpa dei cattivi maestri che istigano alla lotta ideologica». Matteo Mauri, responsabile infrastrutture e trasporti del Pd, ritiene «importante da parte di tutti uno sforzo per smorzare la tensione» e domanda «massima attenzione ai territori e ai cittadini per trovare la soluzione che garantisca la più ampia condivisione possibile». Molto critico invece Nichi Vendola (Sel): «Siamo a una svolta drammatica, la Tav è sempre più un’opera insensata dal costo faraonico imposta ad una comunità che non la vuole». «È evidente il tentativo di trasformare la questione della Tav in un problema di ordine pubblico», s’indigna Paolo Ferrero (Prc). S’arrabbia Beppe Grillo sul blog: «Robe da pazzi, perché lo stanno facendo? Lo capisce anche un bambino che non serve la Tav: un tunnel di 50 chilometri sotto un ponte».
Mariolina Iossa

PEZZO DI CRONACA DI REPUBBLICA
MEO PONTE
DAL NOSTRO INVIATO
CHIOMONTE - Sembra un funambolo Luca Abbà, appeso al traliccio verde che sovrasta la baita Clarea, il presidio No Tav appena espugnato da polizia e carabinieri. La sua sagoma scura si staglia contro il cielo limpido mentre tenendosi con una mano telefona a Radio Blackout dicendo con orgoglio: «Sono riuscito a sfuggire ai controlli e mi sto arrampicando...». Poi parla con il «rocciatore», un agente della questura di Padova, che sta preparandosi a salire a sua volta sul traliccio: «Non cercare di prendermi sennò friggiamo insieme...». Sono le 8.17. Un´ora prima il presidio di Clarea è stato espugnato senza colpo ferite da poliziotti e carabinieri che sono saliti in ValSusa all´alba (duemila uomini e centinaia di mezzi) anticipando con astuzia il blitz per la recinzione dell´area Cipe, 20mila metri quadri dove è previsto l´allargamento del cantiere LTF. Tre grosse ruspe sono pronte ad entrare in azione. I quindici militanti che presidiavano la baita non hanno fatto in tempo salire sui «nidi d´aquila», quattro casette di legno costruiti sugli alberi, dove avrebbero dovuto incatenarsi.
Nessuno però riesce a bloccare Abbà, il funambolo vestito di nero che è sbucato dai boschi che conosce come le sue tasche e si è arrampicato sul traliccio su cui sventola la bandiera bianca del Movimento. Poliziotti e carabinieri lo guardano con il naso all´insù, consapevoli del rischio che sta correndo. Su quei fili corrono 5omila volts. Lo vedono superare la bandiera, accostarsi al filo di raccordo. «Non ti voglio prendere, voglio solo passarti una cima così ti puoi assicurare» gli spiega il rocciatore. Abbà risponde: «Lasciala a metà strada, la vengo a prendere...». Sono le sue ultime parole. Una fiammata improvvisa e il funambolo precipita da 12 metri, rimbalzando sulle pietre delle base del traliccio. Forse ha sfiorato il filo di raccordo, più probabilmente il suo stesso corpo ha chiuso l´arco voltaico e originato la scossa. Luca Abbà però è miracolosamente vivo. I ragazzi della baita inveiscono contro la polizia: «Volevate il morto, ora sarete contenti». Ma è un medico della polizia a salvare Abbà, prestandogli i primi soccorsi perché l´ambulanza del 118 parte da Oulx e impiega venti minuti per arrivare.
Abbà riprende coscienza per qualche minuto dopo che il medico della Croce Rossa lo ha stabilizzato. Un elicottero lo trasporta al Cto di Torino. Ha tutte le ossa rotte, una bruciatura sulla schiena. La prognosi è riservata. Nel frattempo la scintilla che lo ha fatto cadere incendia la valle. I No-Tav annullano la fiaccolata prevista per la serata, bloccano gli ingressi dell´autostrada e per buona parte della giornata anche le statali. Le ruspe intanto cominciano il loro lavoro intorno alla Clare. Alle 19 l´ottanta per cento della recinzione è già sistemato. Il movimento in assemblea a Chiomonte programma di bloccare ad oltranza lo svincolo di Chianocco e l´A32 ad Oulx per impedire i cambi di turno di polizia e carabinieri nel cantiere. Alberto Perino, il pensionato che si è fatto leader della protesta urla: «Luca è un eroe, non è caduto per colpa sua, lo hanno fatto cadere le forze dell´ordine...». La Procura di Torino però ha autorizzato la diffusione del filmato della Scientifica che ha ripreso le fasi della caduta del ragazzo di Ramat. Beppe Grillo sul suo blog attacca ancora la Tav: «Sono robe da pazzi quelle che accadono in Valsusa». I servizi segreti però nella relazione presentata ieri al Parlamento parlano di un ruolo crescente dei movimenti estremisti nella vicenda Tav: «In Valsusa agisce un articolato fronte di lotta, capace di unire diverse anime dell´antagonismo italiano spesso divise e, soprattutto, determinato a resistere ad oltranza contro la grande opera».
E mentre i sindaci della valle chiedono lo stop dei lavori, gli avvocati del Legal Team che assiste il Movimento annuncia ricorsi al Tar contro l´ordinanza prefettizia che delimita l´area Cipe. I venti di guerra soffiano forte in Valsusa mentre ancora non sono state notificate le ordinanze di quelli che per i valligiani sono «espropri» e che invece per Ltf sono «occupazioni temporanee».

CRONACA DELLA STAMPA
CLAUDIO LAUGERI
Il rocciatore della polizia si arrampica per qualche metro sul traliccio dell’alta tensione. Vuole convincere il militante No-Tav a scendere, in sicurezza. Poi, il poliziotto desiste, riguadagna il terreno pieno di buche e pietre. In quel momento, ci sono le fiammate, all’altezza del raccordo tra i cavi. E il tonfo. A terra c’è Luca Abbà, 36 anni, esponente dell’ala anarchica che ha sposato la causa No-Tav. E’ vivo, un miracolo: ha fratture allo sterno e alle costole, ustioni di secondo grado in varie parti del corpo. C’è il sospetto di lesioni interne, è sedato, i medici del Cto si riservano la prognosi.
Cade davanti a decine di poliziotti e carabinieri. E una quindicina di attivisti No-Tav riuniti nella «Baita Clarea», come è stata battezzata dal movimento quella costruzione abusiva in località La Maddalena, a Chiomonte, a pochi passi dai piloni dell’Autofréjus. I compagni di lotta hanno raccontato la loro versione al procuratore aggiunto Andrea Beconi e al sostituto procuratore Giuseppe Ferrando, arrivati sul posto un paio d’ore dopo l’incidente. E le loro dichiarazioni coincidono con quelle degli agenti della Digos e dei rocciatori della polizia, i primi a chiamare i soccorsi.
È accaduto alle 8,30. Qualche ora prima, le forze dell’ordine avevano incominciato a lavorare sull’allargamento del cantiere. Un altro ettaro e mezzo, da aggiungere ai cinque già recintati. I terreni non sono ancora espropriati, ma un’ordinanza del prefetto prevede la sistemazione dei recinti in virtù della «situazione notevolmente sensibile sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica». Un gruppo di NoTav è nella «Baita Clarea», assieme ad agenti della Digos entrati per identificarli. Clima tranquillo, domande e risposte, documenti alla mano. Abbà non è fra loro. Sbuca dalla boscaglia e corre verso il traliccio dell’alta tensione, a 30 metri dalla baita. Quei cavi portano elettricità a 50 mila volt. Si arrampica come un gatto, in pochi secondi scala quasi 10 metri. Prende il telefono e chiama «Radio Blackout», emittente di area antagonista. Racconta la propria impresa, quando vede un rocciatore della polizia minaccia: «Sono pronto ad appendermi ai fili se non la smettete, va bene?». Poi riprende: «Sono all’altezza dei cavi elettrici, sta salendo un rocciatore, devo attrezzarmi per difendermi». Altre minacce: «Mi faccio folgorare e folgoro anche voi, capito?».
Abbà è molto vicino a un cavo. Gesticola, per enfatizzare la propria impresa. Il braccio destro si avvicina troppo a quei cavi. Un botto, la scintilla di quella che i tecnici chiamano «scarica a terra»: i 50 mila volt vengono ridotti a 30 mila, ma attraversano il corpo dell’uomo. Il sistema di sicurezza di Iride toglie tensione all’impianto, Luca Abbà precipita. Il terreno è disseminato di pietre, ma il corpo le sfiora soltanto. Il cuore batte ancora. La scarica elettrica ha causato un «blackout» che ha isolato la vallata fino a Salbertrand, una decina di chilometri a monte. «Non è stata fatta arrivare l’ambulanza, nonostante all’interno del fortino ce ne siano almeno due» è scritto nei siti No-Tav poco dopo l’incidente. Ma i medici di quelle due ambulanze sono intervenuti subito. Dopo mezz’ora arriva quella del «118», attrezzata per la rianimazione. Un’altra mezz’ora per «normalizzare» le condizioni fisiche di Abbà, poi il trasporto con l’elisoccorso al Cto. Emergenza finita. Incominciano i lavori.

LE BARRICATE NEL PEZZO DELLA STAMPA
NICCOLO’ ZANCAN
Incominciano due ragazzi con i capelli sparati e una ragazzina in tuta da ginnastica. Saltano il guardrail senza dire una parola, si mettono a raccogliere quello che trovano a lato della carreggiata. Tronchi, pezzi di lamiera, pietre. A braccia strappano via pezzi di bosco, scaricano e ricominciano. Poi arriva la signora Sandra con un cappottino liso e gli occhiali spessi, avrà non meno di settant’anni: «Questa è la mia seconda pietra - dice -, non ho intenzione di finirla qui». Torna indietro. Mentre altre due donne stanno salendo la rampa del raccordo in senso inverso, all’altezza dello svincolo di Chianocco: «Siamo due ciampornie - dicono arrabbiate - quelle che non avrebbero mai niente di meglio da fare nella vita... E va bene... Vorrà dire che se vengono ad arrestarci, faranno una retata di vecchiette». Anche loro portano masserizie da accatastare. Nel giro di mezz’ora si è messa in moto una specie di catena di montaggio. Arrivano sacchi di pane appena sfornato, mandarini, casse di bottiglie d’acqua. Spaghetti al sugo cucinati in un ristorante di Bussoleno. E chi si azzardasse a fare delle fotografie, ora rischierebbe il linciaggio. Per dire, a noi viene controllato il telefono quattro volte. Tutti hanno consapevolezza di commettere un reato. E continuano. In maglietta, a torso nudo. Bevendo birra e parlando in piemontese. Adesso ci sono già cinque barricate in fila sull’autostrada. Ogni tanto urlano. «Bastardi!». «Assassini!». «Stato fascista!». Altre volte si ritrovano in piccoli capannelli, per leggere messaggi in arrivo dall’ospedale Cto: «Come sta Luca?».
A mezzogiorno arriva un camion carico di pneumatici. Applausi. Alle due un rimorchio trainato da un contadino con una camicia a scacchi rossi: balle di fieno sulla carreggiata. Applausi anche per lui. Alle tre stanno staccando sistematicamente le lose dal canale di scolo della A32, per metterle in pila e rinforzare la barriera. Altri hanno fissato tre funi d’acciaio da una parte all’altra della strada. Un gruppo sta segando dei grossi tronchi un chilometro oltre, proprio mentre un’autoambulanza si avventura fino a lì. L’autista scende con la giacca arancione, gli va incontro una signora di mezza età: «Di qui non si passa - urla - andate a dire che ne abbiamo le scatole piene...».
L’autostrada è bloccata. Chiusa in maniera quasi scientifica. Lungo la statale 25 si è formata una coda di 4 chilometri. I camionisti bivaccano al sole. Un pullman di turiste straniere si è impantanato nell’ultima stazione di servizio, non sanno come proseguire in direzione Francia. Si passa solo sulla statale 24. Litigi. Scatti di insofferenza. Come quando una nonna su una Panda verdina, due seggiolini per bambini a bordo, decide di puntare il blocco sulla statale senza fermarsi. Un mucchio di gente fa scudo dall’altra parte della barricata. E c’è una signora della stessa età - si chiama Olga - che le si para davanti a braccia alzate. E’ travolta, cade e batte a testa. Viene trasportata in autoambulanza all’ospedale di Susa. Rabbia, urla, voglia di ritorsioni. Situazioni in bilico. Una lunga giornata così. Gente che chiama dall’alta valle per avere notizie. «Non riapriamo - rispondono -, oggi siamo troppo arrabbiati». La decisione diventa ufficiale alle sei e mezza di sera. Improvvisano un’assemblea sulla curva del raccordo autostradale. La strada è piena di gente. Quando Alberto Perino chiede come si intenda proseguire, la risposta è un plebiscito: «Blocco ad oltranza!».
Questa è la situazione mentre scriviamo, alle dieci di sera. Stanno organizzando un secondo blocco sull’autostrada, più in alto verso il traforo del Frejus. In modo da mettere in difficoltà gli agenti in servizio al cantiere della Maddalena. Si stanno mettendo in moto con tutto quello che serve: cibo, attrezzatura, altri cavi d’acciaio. Nella concitazione, abbiamo sentito queste parole urlate e applaudite. «Stato porco!». «Questo è il peggior governo della storia d’Italia». «Sbirri infami con il marchio dei maiali». «Non si sprecano così vent’anni di lotta». Una signora piangeva. Altri organizzavano i furgoni. Altri ancora i turni di guardia alle barricate.
Giovanni Vighetti è un impiegato del comune di Bussoleno, classe 1952. Sempre presente nel movimento, dice con assoluta pacatezza parole che fanno paura: «Quando i giovani hanno tirato le pietre contro la polizia, dietro c’erano i vecchi che gliele passavano. Qui le maschere antigas sono state regalate dai padri ai figli. E’ proprio questo che nessuno vuole capire: il nostro è un movimento interclassista e intergenerazionale. Potremo perdere qualche battaglia, ma la guerra non finirà mai...».