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 2012  febbraio 28 Martedì calendario

Notizie tratte da: Diane Ducret, Le donne dei dittatori, Garzanti 2011, pp. 404, 22,60 euro.Lettera spedita ad Adolf Hitler da una signora, il 23 aprile 1935: «Caro Führer Adolf Hitler! Una donna della Sassonia vorrebbe avere un figlio da voi

Notizie tratte da: Diane Ducret, Le donne dei dittatori, Garzanti 2011, pp. 404, 22,60 euro.

Lettera spedita ad Adolf Hitler da una signora, il 23 aprile 1935: «Caro Führer Adolf Hitler! Una donna della Sassonia vorrebbe avere un figlio da voi. Si tratta per certo di un desiderio molto forte e molto particolare, e il solo pensiero che voi non dobbiate avere un figlio mi ossessiona. (…) Questo è il mio più grande desiderio, che aspiro a soddisfare con tutta la forza del mio cuore. Friedel S.»

La letterata olandese Ellen Forest, ricevuta a Palazzo Venezia, appena incontra Mussolini: «È come una coppa di cristallo colma di vino inebriante. Non ne vorresti mai perdere una goccia né, ancor più, per paura di versarlo, gustarlo tutto in un sol fiato. Lo si vorrebbe assaporare da intenditori, questo vino».

La scrittrice Margherita Fazzini: «Anche la folla è femmina e come tale riconosce un vero uomo».

«La folla, come le donne, è fatta per essere violata» (Mussolini).

La prima volta di Mussolini, a sedici anni, in un bordello di Forlì. Al prezzo di 50 centesimi con una prostituta in là con gli anni «che perdeva il lardo da tutte le parti». Dopo aver fatto, se ne va barcollando: «Mi pareva d’aver commesso un delitto».

Mussolini diciassettenne a Dovia s’invaghisce di Virginia. Un giorno che non c’è anima viva in giro la seguì fino alle scale di casa, la gettò in un angolo: «La feci mia. Si rialzò piangente e avvilita e tra le lagrime mi insultava. Diceva che le avevo rubato l’onore. Non lo escludo. Ma di quale onore si parla?».

Ascoltandolo in un discorso nel 1913, Leda Rafanelli è affascinata da Mussolini e ne parla bene in un suo articolo. Quello le scrive per ringraziarla, lei lo invita a casa sua. La Rafanelli, formosa, modi provocanti e labbra carnose, è convertita all’Islam, gira per casa con il capo avvolto da turbanti, indossa pesanti bracciali, ha una casa tutta arredata con mobili egiziani. Lo riceve in una stanza piena di fumi d’incenso: a Mussolini scoppia il mal di testa, è costretto a tornarsene a casa.

La volta che, pur di far cedere la Rafanelli, si presenta a lei vestito da beduino, con tanto di mantello e collana d’ambra al collo (tuttavia lei gli resiste).

L’ebrea veneziana Margherita Sarfatti, sposata a un avvocato, bionda con gli occhi verdi, finanziatrice dell’Avanti. Nel 1912 entra nell’ufficio di Mussolini, nuovo caporedattore del giornale. Indossa un cappotto nero svasato con colletto di ermellino e un colbacco di pelliccia: quello le porge subito una sedia. La donna vuole scrivere una rubrica culturale, le risponde che «l’arte non è argomento socialista». Insiste fino a quando Mussolini, squadrandola, le dice: «Io sono un uomo in costante ricerca». Risposta di lei: «Il pudore delle belle donne è fortificato dalla consapevolezza della loro avvenenza». Le propone di scrivere alcuni articoli a titolo gratuito, si accordano per trenta lire a pezzo. Dopo pochi giorni, assistendo a un concerto, la Sarfatti annota: «Due grandi occhi ardenti mi hanno trafitto ancor prima che mi rendessi conto che erano quelli di Mussolini». Interminabili gli incontri amorosi successivi. La relazione dura anni, fondano insieme il Popolo d’Italia e la rivista politica Gerarchia, lo segue a Roma mentre Rachele, la donna che lui sposa nel 1915, resta a Milano. Nel 1938 la fa licenziare dal popolo d’Italia, la rimuove dalla direzione di Gerarchia, le corrisponde una liquidazione. Dopo i provvedimenti contro gli ebrei la Sarfatti lascia l’Italia (prima va in Uruguay e poi in Argentina).

La prima volta che Rachele Guidi incontra Mussolini, a undici anni: in classe, con lui che sostituisce la propria madre, maestra. Siccome è indisciplinata, la bacchettate sulle dita: «Fra le lacrime e la collera, portai la mano alla bocca, e in quel momento fui fulminata da due occhi neri, enormi, profondi».

Mussolini geloso degli avventori del bar di suo padre che vogliono essere serviti da Rachele, sedicenne, bionda, dai magnifici seni. Le fa la corte e la minaccia: «Se mi respingi, ti trascino con me sotto le ruote di un tram». Una sera la porta via di forza da una balera dove l’ha sorpresa: sulla carrozza per riportarla a casa di lei non le rivolge parola e le pizzica forte le braccia. Una volta a casa di lei, rimprovera la madre che la lascia uscire. La donna lo avvisa: «Rachele è minorenne e se voi continuate a tormentarla vi denuncio e vi faccio mettere in carcere». Lui sembra cedere: «Va bene» ed esce. Torna dopo poco, con una pistola in mano: «Vedete questa rivoltella? Ha sei pallottole. Se Rachele continuerà a respingermi, una sarà per lei e le altre cinque per me. A voi la scelta».

Mussolini anni dopo parlando di Rachele con una delle sue amanti: «Questa ragazza era a casa: era in fiore, in salute, con un seno magnifico, bella. Io le correvo dietro, la corteggiavo, perché mi piaceva. E un giorno la presi su una poltrona e la sverginai. Le cose continuarono così per un bel pezzo, finché un giorno mi disse: “Benito, sono incinta”. “Ebbene, allora ci sposeremo”».

Claretta Petacci che ancor prima di conoscere Mussolini dormiva con la foto di lui sotto al guanciale.

Claretta Petacci da bambina decorava le torte sfornate dalla madre scrivendoci sopra Dux con lo zucchero.

La Petacci ogni pomeriggio alle 15 si presentava a Palazzo Venezia a bordo di un sidecar rosso ribattezzato dalle guardie «la motocicletta dell’amore».

«La mia consolazione consisteva nel disfare le rughe di inquietudine sulla sua fronte» (Claretta Petacci).

«Non faccio che pensare a te. Per esempio, se la notte mi sveglio e mi alzo per fare la pipì, a volte sono così assonnato che la faccio per terra. Allora mi dico: “Se ci fosse lei a farla qui con me, non sarebbe bello?”» (Mussolini a Claretta Petacci).

Un pomeriggio dopo aver fatto l’amore con la Petacci, Mussolini si paragona a un toro: «È un animale spaventoso. Per farsi un’idea della natura, bisogna assistere allo spettacolo del suo coito. Si avvicina alla vacca, le salta addosso con le zampe anteriori e le pianta un arnese lungo quasi quanto un braccio. In pochi secondi tutto è finito. Subito dopo smonta, triste come se l’avessero picchiato».

Lenin confinato in Siberia è raggiunto da Nadja Krupskaja, seguace che lo ama dai tempi dell’attività clandestina. Ha capelli e occhi chiari, indossa abiti miseri, è ammalata (il morbo di Basedow le provoca edemi agli occhi, sbalzi di peso e turbe psichiche). Accompagnata dalla madre, si presenta alla sua casa per proporsi come sposa: ha percorso ottomila chilometri in treno e altri tre giorni di slitta. Lenin, sedotto dal suo sacrificio, accetta.

Stalin, basso e con la faccia butterata, tutti i giorni andava nell’atelier dove lavorava Ekaterina “Kato” Svanidze insieme alle sorelle. Le cantava a squarciagola canzoni romantiche e talvolta le recitava poesie romantiche scritte da lui. La fece innamorare del tutto nel 1906, quando di ritorno da un congresso del partito a Stoccolma si presentò con un vestito nuovo, con tanto di cappello di feltro e pipa. Quella sera decisero di sposarsi. Il giorno dopo Stalin annunciò agli amici: «Io e Kato Svanidze ci sposiamo stasera. Siete invitati alla festa». A Tbilisi riuscirono a trovare solo un sacerdote disposto a unirli, perché lui utilizzava nomi e documenti falsi. La cerimonia alle due del mattino.

Quando Ekaterina Svanidze morì di tifo, il 22 novembre 1907, Stalin: «Quella creatura era la sola a poter addolcire il mio cuore di pietra. Con lei è morto ogni sentimento di calore per gli esseri umani. Tutto è così desolato qui dentro. Indicibilmente desolato», portando la mano al petto.

Stalin si vergognava d’avere un braccio più corto dell’altro, anche perché gl’impediva di ballare i lenti: «Non posso afferrare una donna per i fianchi».

Stalin aveva piedi dalle dita palmate (quando i medici del Cremlino glieli controllarono volle restare col resto del corpo tutto coperto, viso compreso). Si truccava il volto per coprire i segni del vaiolo e faceva ritoccare le foto ufficiali. Aveva difficoltà a denudarsi.

Stalin detestava gli stivali con i tacchi alti e la civetteria della figlia di Plechanov. Convinto che un vero rivoluzionario non potesse allevare un figlio a quel modo, ruppe con lui.

Nel 1917 Stalin, quasi quarantenne, tornò a San Pietroburgo da un esilio in Siberia. Trovò alloggio dagli Alliluev, una famiglia che frequentava da tempo: una volta, a Baku, aveva salvato la loro figlioletta Nadja dall’annegamento. Ritrovò questa ormai diciassettenne, senza trucco e poco curata, ma molto dolce. Una volta al governo la prese come sua dattilografa. Appena la ragazza diventò maggiorenne, la chiese in sposa (forse dopo averla violentata). Nel 1921, a cinque mesi dal matrimonio, nacque il primo figlio Vasilj.

Nadja frequentò i corsi dell’Accademia sovietica delle arti e dei mestieri senza mai far sapere d’essere la moglie di Stalin (scendeva dall’auto scortata a trecento metri dall’università per fare credere ai colleghi di arrivare in autobus).

Al Cremlino nella festa per celebrare i quindici anni della rivoluzione, Stalin sotto gli occhi della moglie Nadja ci provò tutta la sera con l’attrice Galja Egorovna, moglie di un comandante dell’Armata Rossa. Ballò con lei tenendola stretta e parlandole all’orecchio, a tavola fece piedino sotto il tavolo e le lanciò palline di pane. Inviperita la moglie se ne andò nei suoi appartamenti: all’alba, telefonando a una delle guardie, fu informata che lui era in una dacia con un’altra donna (non la Egorovna). Dopo avergli scritto una lettera, si sparò al petto, avendo cura di attutire lo sparo con un cuscino.

Durante un litigio Stalin disse a Nadja di essere il suo vero padre. Prima della sua nascita, infatti, aveva avuto una relazione di circa due mesi con la madre di lei.

Dopo la morte della seconda moglie Nadja Allilueva, Stalin s’innamorò della cognata Ganija, moglie di Pavel Alliluev. Questi morì all’improvviso, secondo i medici per una crisi cardiaca; invece Ganija sospettò che l’avesse fatto togliere di mezzo Stalin, il quale dopo qualche settimana si fece avanti con una proposta: «Lei è una donna meravigliosa. E bella non le piacerebbe essere la mia governante?». Rifiutò sposando in fretta e furia un ingegnere erbeo, amico di vecchia data. Nel 1947 Berja l’accusò di aver avvelenato il marito Pavel: fu imprigionata.

Valentina Istomina, governante di Stalin al Cremlino fin dagli anni Trenta. Dalle belle guance rosee, né magra né grassa, sempre sorridente, col nasino all’insù, fu la sua ultima compagna. Era particolarmente fiero di come gli riordinava la biancheria tanto da mostrare l’armadio ai suoi amici più fidati. Fu lei a servire in tavola a Jalta.

António Salazar secondo la ballerina Emilia Vieira: frettoloso, «un uomo come tutti gli altri», va «dritto al punto» e «si esime dai preliminari».

Emilia Vieira solita andare alle serate mondane con un serpente arrotolato intorno al polso o al collo. Numerosi amanti tra cui anche una donna (la pittrice e scenografa Maria Adelaide Lima Cruz), s’era fatta operare per non rischiare di restare incinta. Amante di Salazar, per lui faceva anche l’astrologa: ogni mese gli preparava un oroscopo dettagliato.

«La sua voce, vorrei tanto poterne descrivere le sonorità! È come un canto: bassa e dolce, tocca talvolta note d’acciaio che raggelano. Non assomiglia a nessun’altra voce. A me fa pensare alla lama di un pugnale che scivola via da un fodero di seta» (la giornalista parigina Christine Garnier a proposito di Salazar).

Per fare un regalo a Christine Garnier, Salazar incaricò l’ambasciatore portoghese a Parigi di portarla per le migliori gioiellerie della città a scegliere un anello: «Non preoccupatevi dei soldi, perché quelli non mi servono a niente: ne ho quanto basta alla mia modestia e troppo pochi per la mia posizione». Alla fine lei scelse un modello da 420 dollari.

Bokassa pretendeva che la sua sesta moglie, Catherine, fosse spiata tutto il giorno. L’addetto all’incarico fu ammazzato da lui a bastonate perché aveva dimenticato di riferire l’incontro di lei con un’amica.

George, uno dei figli di Bokassa: «Mio padre non si fidava di nessuno. Sospettava che tutti, compresi i suoi figli, gli volessero soffiare le donne. Un giorno ho scoperto che faceva spiare anche me».

Gabriella Drimba, danzatrice romena conosciuta da Bokassa una volta che era in visita da Ceaușescu. Portata in Centrafrica e confinata in una villa, anche di lei Bokassa era molto geloso. Quando seppe che l’aveva tradito con tre uomini, li fece uccidere a colpi di catene.

Catherine Bokassa di ritorno da Parigi mostrò al marito un certificato medico in cui le veniva prescritto di astenersi per qualche mese da rapporti sessuali.

Per le sue favorite, Bokassa aveva disposto due residenze: a Djebel Ouach un fortino con tanto di ponte levatoio, e a Kolongo una fastosa dimora con uno stagno in cui nuotavano due caimani e, nel centro, su uno scoglio che affiorava dalle acque, un leone in gabbia.

Bokassa in Indocina fece rapire Eliane Mayanga, figlia di un suo compagno d’armi. Gliela restituì incinta. Nove mesi più tardi, alla nascita della bambina, Bokassa si presentò in clinica e rivolto al nonno: «Devi essere contento, ti ho dato una nipotina». Poco dopo il parto Eliane fuggì in Congo lasciando la figlioletta a Bokassa.

Per Mao il matrimonio era «nient’altro che la soddisfazione di un desiderio carnale».

Mao incuriosito dalla vita sessuale di Gao Gang, ex dirigente della Manciuria che s’era suicidato per l’accusa di aver tramato contro il partito. Soprattutto ammirava il fatto che avesse avuto più cento donne e che prima d’ammazzarsi avesse fatto l’amore due volte di seguito.

Mao voleva giovani amanti, provenienti da famiglie contadine devote al Partito comunista, che si sentissero onorate dal trascorrere qualche ora con lui. Predilezione per le ballerine, che faceva reclutare di continuo nelle organizzazioni d’arte comunista.

Reclutamento delle giovani ballerine per Mao. Nelle feste da ballo indette nella Grande Sala del Popolo gli invitati danzavano sotto gli occhi di Mao, poi ad alcune ragazze veniva proposto di ballare con lui (essendo un grande onore, certi invitati portavano figlie e sorelle). Una volta che la moglie era andata a dormire, le conduceva nelle sue stanze. Alla fine creò un suo corpo di ballo personale: il 9 luglio 1953 l’esercito ricevette l’ordine di selezionare delle giovani dalle troupe di spettacolo (l’operazione fu chiamata «selezione delle concubine imperiali»).

Mao si limitava a sciacquarsi la bocca con un po’ di tè al mattino. Secondo il ministro della Difesa, Peng Dehuai «si direbbe che i denti del presidente siano ricoperti da uno strato di pittura verde».

Mao non si lavava: ogni sera si faceva strofinare con asciugamani caldi e umidi. Al medico che gli suggeriva di lavare almeno gli organi genitali: «Mi pulisco sul corpo delle donne».

Hitler sedicenne a Linz s’innamorò della liceale Stefanie Isak, alta e magra, capelli biondi. Vestito con soprabito nero foderato di seta, cappello a larghe tese, guanti neri e bastone con pomo d’avorio, si limitava a guardarla passeggiare per la Landstrasse a braccetto con madre o fratello, senza mai avere il coraggio d’avvicinarla. Per lei scrisse un inno in cui la descriveva come «una signorina d’alto lignaggio in una bella toga di velluto blu scuro a cavallo di un destriero bianco». Terrorizzato dall’idea di avvicinarla in una sala da ballo, che lei amava frequentare, sognava di sposarla una volta diventato pittore. Prima di lasciare la città per trasferirsi a Vienna le scrisse una lettera per chiederla in moglie, ma non la firmò. Disse in seguito: «Le devo il sogno più puro della mia vita».

Hitler che volle portare un amico nel quartiere delle prostitute di Vienna dicendogli: «Bisogna almeno vederlo una volta nella vita».

Hitler a Monaco di tanto in tanto andava all’accademia giusto per contemplare le modelle che posavano nude.

Helene Bechstein, ricca moglie dell’ereditiere dei pianoforti Bechstein, finanziatrice di giornali, insegnò a Hitler come vestirsi, come mangiare l’astice, come fare il baciamano alle signore. Per farlo conoscere organizzò per lui ricevimenti. Avrebbe voluto che sposasse sua figlia diciassettenne Charlotte, che però lo rifiutò perché «non sapeva abbracciare».

Hitler scriveva lettere alla diciassettenne Maria “Mitzi” Reiter firmandosi Herr Wolf. La ragazza sperava di diventare sua moglie ma quando girò la voce di un loro probabile matrimonio, lui, che rischiava il carcere andando con una minorenne, le fece firmare un atto notarile per smentire il fidanzamento. Sconvolta, provò a impiccarsi in cortile (fu salvata dai genitori).

Geli Raubal, nipote di Hitler che abitava con lui, si prese una cotta per il suo autista Emil Maurice, che ricambiava. Un giorno Hitler consigliò all’uomo di prendersi una moglie: «Se ti sposi, potrei venire da voi ogni giorno a mangiare». Quello pensò che volesse consigliargli di sposare la nipote: le chiese la mano, lei accettò. Lo dissero allo zio che impazzì di rabbia e li allontanò, vietando loro di vedersi e obbligandoli ad aspettare almeno due anni. Dopo un po’ lo licenziò. Geli invece si sparò al petto.

Hitler ritraeva nuda la nipote Geli.

«Solo quando mi stava seduta accanto a fare le parole crociate, io mi sentivo pervaso da un benessere al cui posto c’è adesso una gelida sensazione di solitudine» (Hitler dopo la morte di Geli Raubal).

Eva Braun prendeva delle medicine per fermare le mestruazioni se quel giorno Hitler andava a trovarla.

La sorellastra di Hitler, madre di Geli Raubal, allontanata dalla famiglia quando si azzardò a chiamare «stupida vacca» Eva Braun.

Hitler ai pranzi era solito offrire ai suoi ospiti patate al forno cotte nella panna e innaffiate di olio di lino e tisane di piccioli di mela. Imponeva a tutti di svuotare i piatti vietando al maggiordomo di sparecchiare se fosse rimasto solo un po’ di cibo. A tavola non voleva donne truccate e a quelle che osavano diceva: «Se solo sapeste, signore mie, che i rossetti francesi sono fabbricati con il grasso degli avanzi di cucina!».

Siccome Eva Braun parlò male del cane prediletto di Hitler (il pastore tedesco Blondie), lui rifiutò di farsi fotografare con i cani di lei, gli scottish terrier Stasi e Negus.

Ilse Braun, sorella di Eva, invitata al veglione del Capodanno 1939, rimase affascinata da Hitler non appena le fece il baciamano: «Quando mi guardava sentivo gocce di sudore scendermi tra i seni».