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 2012  febbraio 27 Lunedì calendario

«HO PAGATO IL DEBITO E NON SONO MAI FUGGITO» —

«Ancora una volta vengo descritto attraverso un’immagine, come se la mia vita si fosse cristallizzata in un fotogramma di quasi 35 anni fa». In quella foto, 14 maggio 1977, Maurizio Azzollini ha 16 anni, impugna un pistola, spara. Non colpì nessuno. Il vice brigadiere Antonio Custra venne ucciso da un’altra arma. Oggi Azzollini lavora al fianco del vice sindaco di Milano, Maria Grazia Guida. Il suo cognome corretto è con due elle, Azzollini. Ma è stato sempre scritto sbagliato. Come quello della vittima, per decenni scritto Custrà, con l’accento.
Cosa pensa quando rivede quell’immagine?
«Ho provato altre volte cosa significa aprire un giornale e ritrovarsi lì. Queste "notizie" di oggi a me sembrano una strumentalizzazione finalizzata a un modo di fare politica che mi sento di avvicinare a quello, sbagliato, che ho utilizzato a 16 anni. Lo dico per le persone che leggendo questi articoli staranno male, prima di tutte Antonia Custra e sua madre, che soffriranno ancora, che vedranno il nome del loro caro utilizzato in modo strumentale, non per riconoscere, ma per attaccare qualcuno».
Chi era lei nel 1977?
«Non avevo ancora 17 anni e come tantissimi giovani credevo di poter cambiare il mondo; l’ho fatto, impegnando tutto me stesso, in un modo tragicamente sbagliato. Le conseguenze sono state tragiche e l’ho compreso sin dal primo momento. La morte di un uomo non può mai essere il punto di partenza per un mondo migliore».
Cosa è successo dopo?
«Da quella tragedia si è aperta per me una nuova vita. Quell’esperienza, il carcere, l’incontro con chi "ultimo" lo era davvero, mi hanno dato la possibilità di capire che se il mondo è ingiusto si può e si deve cambiare, ogni giorno, a partire dalle piccole cose, con le piccole conquiste per aiutare davvero le persone».
Non è stato lei a uccidere.
«Ho però sempre avuto la consapevolezza della mia responsabilità, al di là delle verità processuali (è stato riconosciuto che ho sparato in aria), nei confronti della vita di un uomo e della sua famiglia e del mio debito nei confronti della società».
Alcuni «autonomi» di allora sono fuggiti. Perché non l’ha fatto?
«Ho pagato tutto il mio debito con la giustizia, scontando totalmente la condanna, parte in carcere (quasi 5 anni) e parte in libertà condizionale. Dopo una prima scarcerazione per l’assoluzione nel processo di appello, ho deciso di non fuggire, ma di presentarmi al nuovo processo ordinato dalla Cassazione. Lavoravo già come educatore con i ragazzi del carcere minorile e non potevo non fare quello che chiedevo a loro: avere fiducia nella giustizia e credere nella possibilità di rieducazione».
Come è arrivato in Comune?
«Se per la morte di un uomo e il dolore della sua famiglia non avevo strumenti per rimediare, alla società potevo invece restituire qualcosa attraverso il mio impegno. È quel che ho cercato di fare scegliendo di lavorare nella pubblica amministrazione occupandomi di sociale. Assunto al Comune di Milano attraverso un concorso, mi sono sempre occupato di interventi sociali ed educativi, progetti per i detenuti del carcere minorile, per i ragazzi in difficoltà, per l’integrazione scolastica dei bambini stranieri».
La sua ultima nomina ha sollevato polemiche.
«Ho fatto il mio percorso con le normali procedure, fino alla posizione di funzionario, che mantengo anche come capo di gabinetto del vice sindaco. Un incarico che, come si sa, non è politico, ma attribuito sulla base di competenze acquisite. Non sono stato nominato dall’esterno, è stata "valorizzata" una risorsa interna. Lo stesso aveva fatto il vicesindaco precedente, De Corato».
Un consigliere comunale, poliziotto in servizio quel giorno del ’77, ha detto che se doveste incontrarvi uscirà dall’aula.
«Ho grande rispetto. Comprendo la sua difficoltà. Non voglio imporre la mia presenza. Ma credo che possa essere solo un gesto di rispetto nei confronti della famiglia Custra, non un gesto politico che potrebbe suggerire un volontà di strumentalizzazione».
Ha mai cercato di contattare la famiglia Custra?
«Le vittime, oltre alla giustizia, chiedono il riconoscimento del loro dolore. Un riconoscimento che, come ho imparato occupandomi di mediazione penale, può arrivare forse dall’incontro diretto con chi è stato causa del loro dolore. Dopo queste esperienze, e dopo aver letto il libro di Mario Calabresi, ho cercato contattare Antonia Custra e sua mamma. Aspetto che ciò sia possibile, senza voler forzare la loro volontà. Vorrei testimoniare loro il riconoscimento del dolore che ho causato e la possibilità di quel gesto riparatore che, ricordo, fu una delle richieste della signora Custra alla fine dell’ultimo processo: portare insieme un mazzo di fiori sulla tomba del marito».
Gianni Santucci