Federico Rampini, la Repubblica Affari e finanza 27/2/2012, 27 febbraio 2012
Il risveglio del gigante americano – Questa volta pare che si faccia sul serio. La ripresa economica americana c’è, i segnali sono precisi, concordanti, e si accumulano da mesi
Il risveglio del gigante americano – Questa volta pare che si faccia sul serio. La ripresa economica americana c’è, i segnali sono precisi, concordanti, e si accumulano da mesi. Questo può avere conseguenze molto importanti, per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Sul piano politico: se è vero quel che diceva Napoleone, che "la prima qualità per essere un grande generale è la fortuna", Barack Obama passa l’esame. Un miglioramento come quello in atto, soprattutto sul mercato del lavoro, può cambiare sensibilmente gli umori dell’opinione pubblica e spianargli la strada per la rielezione a novembre.Per l’Europa, che invece è in recessione, la ripartenza della locomotiva americana offre uno spiraglio di speranza. Gli Stati Uniti restano il primo mercato di sbocco extraUe per le nostre esportazioni, un rilancio della domanda di consumo e di investimento da questa parte dell’Atlantico ha sicuri effetti benefici sul resto del mondo e l’Europa in particolare. Va aggiunto un altro effetto collaterale, di tipo politicoideologico, che non sottovaluterei: una ripresa "obamiana" può anche rimettere in movimento la sclerosi delle politiche europee. Da tempo Washington incalza l’Unione europea ma in particolar modo la Germania con una critica garbata ma costante: l’austerity imposta da Angela Merkel ai suoi partner dell’eurozona è distruttiva, sostengono i dirigenti americani, perché crea recessione e per questa via aumenta il peso degli stessi debiti pubblici che vorrebbe ridurre. Obama ha seguito una strada diversa. Pur avendo un rapporto deficit /Pil dell’8,5%, gli Stati Uniti non hanno adottato politiche di rigore così feroci come quelle imposte alla Grecia, al Portogallo, o all’Italia. Il rigore, ha sempre affermato Obama, deve venire quando ci sarà la crescita. I fatti danno ragione alla sua "politica dei due tempi" prima ripartiamo poi risaneremo il bilancio e questo può avere un impatto superiore alle "prediche". La ripresa americana può fornire argomenti a chi contesta la Merkel già oggi in Europa, e può rafforzare le posizioni dei candidati all’alternanza come François Hollande in Francia (candidato presidenziale ad aprile) o i socialdemocratici in Germania (le elezioni legislative lì saranno l’anno prossimo). Peraltro un caso di emulazione del modello americano è già visibile in Europa: si tratta della Bce che sotto la guida di Mario Draghi ha applicato di fatto una ricetta analoga a quel "quantitative easing" usato dalla Federal Reserve. Molti qui negli Stati Uniti sono convinti che siano proprio le iniezioni di liquidità della Bce ad avere placato le paure dei mercati dalla fine del 2011. La ripresa americana ha avuto come testimonial d’eccezione nientemeno che Clint Eastwood. Il suo spot pubblicitario per la Chrysler di Sergio Marchionne è stato un "caso politico" perché alcuni repubblicani vi hanno visto un appoggio implicito a Obama (tanto più sorprendente in quanto Eastwood è repubblicano da sempre). Ma il messaggio di quella pubblicità, mandata in onda dalla Chrysler durante la finalissima del Super Bowl che è l’evento sportivo con la più ampia audience televisiva, si poteva leggere semplicemente come una metafora della rinascita. "Il secondo tempo della partita sta per cominciare": uno di quei messaggi positivi, ottimisti, che in questo paese ricordano Ronald Reagan e il suo "Good morning America". Il fatto che quel messaggio sia venuto da una casa automobilistica non stupisce: l’industria manifatturiera è uno dei settori trainanti in questa ripresa, e la sua rinascita sembra smentire le profezie sulla scomparsa definitiva di ogni fabbrica al di qua dell’oceano Pacifico. A gennaio l’occupazione è aumentata di un saldo netto pari a 243.000 posti, il tasso di disoccupazione è sceso all’8,3%. Questo dato segue un intero trimestre in cui la creazione netta di lavoro (la differenza positiva tra assunzioni e licenziamenti) ha regolarmente superato le 200.000 unità mensili. E siamo ormai giunti a 23 mesi di aumento dell’occupazione. Venerdì scorso anche le richieste di sussidi di disoccupazione sono scese nuovamente, toccando il minimo dal marzo 2008 cioè da prima dello scoppio della crisi finanziaria. Forse ancora più interessante è il fatto che i datori di lavoro segnalano 3,4 milioni di posti scoperti in attesa di assunzioni, un altro massimo dal 2008. L’aumento della produttività degli occupati, che aveva raggiunto una vetta del 6% durante la recessione, è sceso allo 0,5% e questo è un altro segnale confortante: vuol dire che le aziende non riescono più a "spremere" aumenti di produzione dagli attuali addetti, e devono assumerne di più. Un raggio di sole viene perfino dal settore che era il "buco nero" dell’economia americana, e cioè il mercato immobiliare. Gli eccessi della bolla speculativa esplosa tra il 2007 e il 2008 sono tali che ci vorranno molti anni prima di riassorbirli completamente, però a gennaio le vendite di case già esistenti sono aumentate del 4,3% e cioè il valore maggiore da due anni. Anche se i prezzi sono sempre in calo, le vendite di case di nuova costruzione sono in aumento del 3,5% sull’anno scorso. La Borsa sembra convinta che tutto ciò sia reale, che questa ripresa sia solida e abbia gambe. L’indice Dow Jones "flirta" con la soglia simbolica di 13.000 punti e comunque ha già cancellato i danni del grande tracollo del 2008 e degli anni seguenti. Anche l’indice Standard & Poor’s 500, più ampio e quindi più rappresentativo, con un rialzo di oltre l’8% dall’inizio dell’anno ha completamente riassorbito tutte le perdite della Grande Contrazione. I più cauti in questo momento si dividono in due categorie: o fanno parte dello staff di Obama, o sono economisti. Alla Casa Bianca la cautela forse è un po’ scaramantica, ma comprensibile. Per ben due volte questo presidente è stato scottato da una finta ripresa. Sia all’inizio del 2010 che all’inizio del 2011 l’economia Usa sembrava sulla buona strada, poi è successo qualche incidente che ha gelato tutto. L’eurozona, che con le convulsioni di default ha fatto tremare i mercati nel 2010 e nel 2011, potrebbe rifare lo stesso scherzo? Questa è una preoccupazione forte tuttora nell’entourage di Obama, nonostante i proclami europei sulla "fine della tragedia greca". Il presidente americano continua a consultare periodicamente la Merkel, e segue le vicende dell’eurozona con un’attenzione costante: anche se sa di essere impotente a cambiare il corso degli eventi. L’altra incognita che la Casa Bianca vede sui propri schermi radar è il caropetrolio. La benzina alla pompa ha già superato i 4 dollari al gallone in alcuni Stati della West Coast come la California. 4 dollari al gallone sarebbero un prezzo modesto per l’automobilista europeo, ma negli Stati Uniti sono considerati una soglia critica oltre la quale il costo del pieno comincia a incidere seriamente nel potere d’acquisto dei consumatori. Non è un caso se la propaganda dei candidati repubblicani alla nomination ha già cambiato linguaggio, adattandosi alla congiuntura. Ancora poche settimane fa Mitt Romney e Rick Santorum accusavano il presidente di essere responsabile del declino economico degli Stati Uniti; ora nei loro comizi il problema economico numero uno è diventato il prezzo della benzina. Da qui a novembre le cose potrebbero peggiorare, nel caso si avveri uno dei seguenti scenari: un ulteriore deterioramento politico nel mondo arabo; o addirittura una guerra con l’Iran. Ambedue questi scenari sfuggono almeno in parte al controllo di Obama. Le "primavere arabe" seguono un corso a volte imprevedibile, e certi focolai di crisi acuta come la Siria non si prestano a soluzioni facili. Quanto all’Iran, gli Stati Uniti potrebbero essere trascinati in un conflitto loro malgrado, qualora fosse Israele a scegliere la strada del "colpo preventivo" per neutralizzare gli impianti nucleari di Teheran. Qualcuno, compreso il segretario alla Difesa Leon Panetta, teme che sia proprio questo il progetto di Israele: colpire l’Iran sapendo di non poter neutralizzare davvero i suoi impianti nucleari, ma con l’intento di provocare una controreazione di Teheran che a sua volta renderebbe ineluttabile il coinvolgimento degli Stati Uniti. Questo spiega anche la cautela degli economisti. Incognite geopolitiche come l’Iran sfuggono ai loro modelli di previsione, così come del resto nessun economista poteva certo prevedere un anno fa lo tsunami in Giappone e l’incidente nella centrale nucleare che contribuì a "gelare" la ripresa globale. Scottati dai loro ripetuti errori, e sapendo di essere una categoria molto impopolare dal 2007 in poi, molti economisti americani oggi parlano della ripresa con una prudenza estrema. Sottolineano che è ancora un virgulto giovane e non robustissimo. Il consenso maggioritario converge su una previsione di crescita pari al 2,5% nel 2012 e anche questo fa riflettere. In genere dopo una recessione la crescita riparte con ritmi ben più vigorosi. Ma la Grande Contrazione non è stata una recessione "normale", ha lasciato tanti problemi da risolvere: per esempio i debiti privati che pesano tuttora sulle famiglie americane, le inducono ad alzare la propensione al risparmio, e a mantenere a un livello moderato i consumi.