Eugenio Occorsio, la Repubblica 27/2/2012, 27 febbraio 2012
Roubini: "Petrolio, Europa, Cina e tasse, i quattro rischi che minacciano la ripresa" – Per ritrovare Nouriel Roubini moderatamente ottimista almeno per una volta, bisogna parlare con lui di economia americana: «I rischi di recessione negli Stati Uniti sono notevolmente diminuiti rispetto a qualche mese fa», ci dice al telefono mentre le agenzie battono ulteriori dati macroeconomici confortanti, venerdì pomeriggio
Roubini: "Petrolio, Europa, Cina e tasse, i quattro rischi che minacciano la ripresa" – Per ritrovare Nouriel Roubini moderatamente ottimista almeno per una volta, bisogna parlare con lui di economia americana: «I rischi di recessione negli Stati Uniti sono notevolmente diminuiti rispetto a qualche mese fa», ci dice al telefono mentre le agenzie battono ulteriori dati macroeconomici confortanti, venerdì pomeriggio. «Le aziende, soprattutto quelle maggiori, presentano performance ragguardevoli, e hanno perfino ripreso con cautela ad investire sia pure per ora con effetti contenuti sull’occupazione perché investono più che altro in razionalizzazioni e tecnologia. Anche le banche sono in condizioni di maggior solidità rispetto al recente passato, sicuramente assai migliori di quelle europee. Rimane da vedere come reagiranno fra pochi mesi all’implementazione dell’ultima parte della legge DoddFrank, che contiene le norme della Volcker Rule sull’irrigidimento dei controlli: per ora l’erogazione del credito sta lentamente riattivandosi. Proprio qui c’è la maggiore differenza con l’Europa. Infine, il mercato delle case ha toccato il fondo e per fine anno dovrebbe ripartire, ma solo quanto a volumi di vendita: per i prezzi c’è spazio per un’ulteriore caduta, diciamo del 3%». Ma a conti fatti, si può considerare superata oppure no la fase più critica aperta nel settembre 2008 dal crack Lehman? «Si è diffuso un certo entusiasmo, ma se vogliamo guardare la situazione con lucidità ci sono quattro fattori di incertezza, interni ed esterni, che minacciano di rimettere ancora una volta in discussione la solidità dell’economia Usa. Il primo è sicuramente l’Europa: finché non verrà risolta la crisi dell’area euro, e soprattutto della "periferia" del continente (in cui è compresa l’Italia, ndr) nessuno potrà dirsi tranquillo. Le ultimissime notizie sembrano attenuare il rischio del crackdown greco ma la partita non è risolta. Perché l’Europa riprenda a crescere è indispensabile che l’euro sia portato alla parità col dollaro, ma di questo la Bce sta acquisendo consapevolezza con gran riluttanza. L’America non potrà crescere a livelli adeguati al suo potenziale, che è di almeno il 2,53% l’anno, finché non troverà una "spalla" negli alleati europei. E infatti la crescita, che è stata dell’1,7% per l’intero 2011 resterà più o meno su questi livelli nel 2012 malgrado il consensus sia per percentuali maggiori. Non mi aspetto gran che: appunto, resteremo below potential». Eppure gli ultimi dati trimestrali erano positivi: una crescita del 2,8% nell’ultimo trimestre 2011, in Europa staremmo brindando... «Analizzando questo dato, abbiamo scoperto che di quel 2,8, ben il 2 è stato dovuto alla componenteinventari delle aziende, cioè attiene alla messa in casa di scorte piuttosto che a fatturato vero e proprio. Solo lo 0,8% è di vera crescita, trainato dalle vendite nel periodo più vivace dell’anno. Come vede, sono dati diciamo "misti", non da vera ripresa, e ancora una volta al di sotto del potenziale». Dei fattori di rischio per il prossimo futuro, ne mancano tre. «Al secondo posto c’è la Cina, Paese da cui arrivano segnali poco confortanti di rallentamento della crescita, così come dall’intera Asia: l’economia di Singapore si è ristretta per la seconda volta su tre trimestri a fine 2011, Taiwan è tecnicamente in recessione, la Corea cresce di un esiguo 0,4, il Giappone affonda peggio del previsto con un 2,3%. Ma anche una Cina che cresce al 67% equivale ai fini occidentali a una recessione. I segni del rallentamento sono inconfondibili: la crescita dell’export sta diminuendo vistosamente, e così quella dell’import che a sua volta rappresenta la premessa per future nuove esportazioni. L’attività immobiliare sia industriale che residenziale conosce una brusca frenata e interi progetti infrastrutturali come le ferrovie ad alta velocità sono stati decisamente ridimensionati. Passando al terzo fattore, torniamo all’interno degli Stati Uniti». Come? E i segni di ripresa che anche lei ammetteva? «Bisogna considerare che l’America sta per imboccare il terreno delle misure fiscali che voi europei conoscete bene. Fra pochi mesi, il fiscal drag comincerà a farsi sentire e molti pagheranno più tasse, a partire dai ricchi per i quali sta per crollare il taxbreak che era stato prorogato a loro favore due anni fa. Perché venga riattivato serve una legge che solo una solida maggioranza repubblicana potrà approvare, mi sembra improbabile. Ma poi partiranno anche i tagli ai bilanci pubblici necessari per affrontare il tema del debito tante volte rinviato in un’era di investimenti, appunto, pubblici». Al Tarp e alle misure analoghe si riconosce il merito di aver sostenuto l’economia nei momenti bui. Lei era contrario? «Macché, ho sempre sostenuto che di interventi pubblici, visto che si è scelta questa strada, se ne potevano fare ancora di più per porre le basi di una ripresa veramente convincente. Obama ha scelto la strada di pensare prima alla crescita e dopo al rigore, ed è stata una scelta complessivamente non sbagliata. Bisognerà vedere se gli porterà la rielezione. Certo, se vinceranno i repubblicani, chi pensa alle spese pubbliche potrà dimenticarsele. Ma per ora questi discorsi non ci portano da nessuna parte. Di sicuro c’è il fatto che chiunque vinca, il fiscal tightening conoscerà un’impennata a fine 2012 e ancor più nel 2013. Visto che i consumi si stanno riavviando con grandissima prudenza, ecco che questo diventa preoccupante». Manca l’ultima incognita... «Al quarto posto, e non minore, c’è il rincaro petrolifero indotto dalla crisi iraniana e dal rischio sempre più serio di un intervento israeliano (mentre parliamo il Wti, tradizionalmente più basso del Brent, sale a 108 dollari, ndr). Ma la geopolitica mediorentale resta tutta inquieta: solo in Tunisia la transizione è stata tranquilla, al contrario che in Egitto, in Libia, nello Yemen. Per non parlare della Siria dove c’è la guerra civile. Ma perfino dall’Arabia Saudita e dal Kuwait arrivano segnali di instabilità politica, e le perduranti tensioni fra sciiti, sunniti e curdi nell’Iraq postamericano fanno prevedere tempi lunghi per la normalizzazione». In tutto questo però Wall Street marcia speditamente. È solo l’entusiasmo da Facebook? «Il mercato sta per vivere le Ipo di parecchie Internet company, e cercherà di valorizzare al meglio il permanere dei tassi su livelli bassi. Diciamo che per tutto il 2012 dovrebbe continuare a reggere. Poi si vedrà».