Federico Rampini, la Repubblica 27/2/2012, 27 febbraio 2012
Se il pianeta è schiavo del dio petrolio – Negli Stati Uniti secondo la saggezza convenzionale 4 dollari a gallone sono una "soglia politica", sopra la quale il caro benzina balza in cima alle preoccupazioni degli elettori americani, diventa determinante nella percezione dello stato dell´economia
Se il pianeta è schiavo del dio petrolio – Negli Stati Uniti secondo la saggezza convenzionale 4 dollari a gallone sono una "soglia politica", sopra la quale il caro benzina balza in cima alle preoccupazioni degli elettori americani, diventa determinante nella percezione dello stato dell´economia. Ma è l´eurozona oggi il fronte più vulnerabile di una nuova crisi energetica. Basta ricordare che in Italia la super è ormai a quota due euro al litro. Le ragioni sono molteplici: dall´incognita Iran fino alle politiche fiscali e di bilancio, la nuova inflazione da greggio ha le sue origini in America e in Cina ma si ripercuote in modo amplificato sull´anello debole della crescita globale, il Vecchio continente. Cominciando dall´Iran: volendo reagire all´ultimo inasprimento delle sanzioni internazionali, il regime di Teheran ha colpito là dove poteva, cioè in Europa. Dal momento che il "Satana americano" non importa greggio iraniano, il taglio dell´export da Teheran ha inciso per 550.000 barili al giorno sui due clienti maggiori, Europa e Cina. Se si aggiungono le crisi in atto in Siria, Sudan meridionale e Yemen, mancano all´appello più di 700.000 barili al giorno. Le strozzature dal lato dell´offerta incidono sui prezzi, ma anche qui l´eurozona è il vaso di coccio tra i vasi di ferro. E l´Italia è il Paese che rischia di più. Negli Stati Uniti secondo la saggezza convenzionale 4 dollari a gallone sono una "soglia politica", sopra la quale il caro-benzina balza in cima alle preoccupazioni degli elettori americani, diventa determinante nella percezione dello stato dell´economia. Ma è l´eurozona oggi il fronte più vulnerabile di una nuova crisi energetica. Basta ricordare che in Italia la super è ormai a quota due euro al litro. Le ragioni sono molteplici: dall´incognita-Iran fino alle politiche fiscali e di bilancio, la nuova inflazione da greggio ha le sue origini in America e in Cina ma si ripercuote in modo amplificato sull´anello debole della crescita globale, il Vecchio continente. Cominciando dall´Iran: volendo reagire all´ultimo inasprimento delle sanzioni internazionali, il regime di Teheran ha colpito là dove poteva, cioè in Europa. Dal momento che il "Satana americano" non importa greggio iraniano, il taglio dell´export da Teheran ha inciso per 550.000 barili al giorno sui due clienti maggiori, Europa e Cina. Se si aggiungono le crisi in atto in Siria, Sudan meridionale e Yemen, mancano all´appello più di 700.000 barili al giorno. Le strozzature dal lato dell´offerta incidono sui prezzi, ma anche qui l´eurozona è il vaso di coccio tra i vasi di ferro. Malgrado tutti i proclami anti-americani lanciati negli anni dagli ayatollah iraniani o da Hugo Chavez in Venezuela, il dollaro resta la moneta universale per le transazioni nelle materie prime. Risultato: rispetto al 2011 l´indebolimento dell´euro ha rafforzato i movimenti dei prezzi al rialzo, per il consumatore italiano, tedesco e francese. Tutto questo accade mentre l´eurozona è già sotto la pressione di politiche di bilancio restrittive, che "fabbricano" recessione nei paesi. Secondo i criteri dell´esperto energetico James Hamilton, docente alla University of California, è proprio nell´eurozona che oggi ci sono gli ingredienti della "tempesta perfetta", un vero shock energetico generato dalla combinazione dei due elementi: potente rialzo dei prezzi all´origine, più moneta debole. Altri attori, come Cina e Giappone, finora hanno potuto attutire l´impatto del rincaro grazie al rafforzamento relativo delle loro monete. L´Europa rientra perfettamente nella sindrome descritta da Hamilton nel suo studio "Historical oil shocks": «Dieci recessioni del dopoguerra sono associate con un incremento nella fattura energetica». È un paradosso, che l´eurozona oggi debba pagare una crisi le cui origini sono altrove. La storia si ripete, con una regolarità impressionante. Holman Jenkins sul Wall Street Journal ha calcolato che l´attuale prezzo alla pompa negli Stati Uniti (una media nazionale di 3,65 dollari a gallone), in termini reali e cioè depurato dell´inflazione è un "picco" raggiunto poche volte nel passato, e sempre in circostanze eccezionali. Un prezzo simile - in dollari dell´epoca - fu toccato al termine della prima guerra mondiale per il boom dei consumi militari e il blocco di certe rotte di approvvigionamento; poi ancora durante il secondo shock energetico del 1979 in seguito alla rivoluzione iraniana; infine nei momenti di maggiore incertezza della "primavera araba" l´anno scorso quando la rivolta in Libia bloccò un´importante fonte di greggio per l´Occidente. Ora ci risiamo, con l´aggravante dei "tamburi di guerra" che riecheggiano sull´Iran: su Repubblica di sabato l´esperto di geopolitica Fareed Zakaria ha spiegato che la guerra può essere scatenata da Israele per sfruttare «la finestra di opportunità offerta dal ciclo elettorale americano», cioè il fatto che a pochi mesi dal voto Obama non potrebbe rimanere inerte di fronte alla controffensiva iraniana. La destra negli Stati Uniti già intravede una chance. Proprio mentre la ripresa economica è iniziata, e il calo della disoccupazione provoca una risalita di Obama nei sondaggi, i repubblicani accarezzano la speranza di uno shock petrolifero che faccia deragliare insieme la crescita e il presidente. È quasi una nemesi storica: oggi i suoi avversari ricordano che l´ascesa di Obama come candidato democratico nella primavera del 2008 coincise con un altro periodo di iper-inflazione del petrolio (e di tutte le materie prime), a cui l´allora senatore dell´Illinois reagì proponendo la Green Economy come uno degli assi portanti della sua piattaforma elettorale. Nel fascino che Obama sprigionò quattro anni fa, scatenando una massiccia partecipazione politica tra le nuove generazioni, un ruolo importante lo ebbe la sua immagine "verde". Eppure, come constata il Washington Post, «da allora il prezzo del greggio prima è precipitato con la recessione, poi è risalito con la ripresa, e rieccoci daccapo: l´America importa sempre circa la metà del suo consumo di petrolio». Una dipendenza che per altri è una manna. Putin, per esempio: con il greggio sopra 118 dollari al barile per il governo russo è automatico il pareggio di bilancio, e questo consente generose politiche clientelari per puntellare un potere contestato. Dall´invasione dell´Afghanistan nel 1979 fino ai nostri giorni, la storia politica dell´Urss e poi della Russia ha seguito un "ciclo del greggio", e il Financial Times sottolinea che «i record nel prezzo del petrolio hanno coinciso con le fasi più autoritarie, bellicose, espansioniste». In tutto il mondo i petro-autoritarismi sono rafforzati dal rincaro energetico; le liberaldemocrazie occidentali soffrono. Obama è costretto a un´ammissione d´impotenza: «Qui in America abbiamo solo il 2% delle riserve mondiali di petrolio, mentre ne consumiamo il 20%». Di fronte a chi gli chiede rimedi immediati, il presidente situa lo shock energetico in un contesto di cambiamenti strutturali: «Nel lungo periodo - dice Obama - la ragione principale per cui i prezzi continueranno a salire è la domanda crescente in paesi come la Cina, l´India e il Brasile. Negli ultimi cinque anni il numero di vetture che circolano sulle strade della Cina si è triplicato. In un solo anno, si sono aggiunti 10 milioni di auto al parco circolante in Cina. Via via che gli indiani e i brasiliani aspirano anche loro a comprarsi un´auto come noi, questi numeri andranno sempre più su». Su questi trend strutturali s´innestano altre concause o aggravanti, sul breve termine. La speculazione è ripartita alla grande, con tecniche sempre più raffinate: l´ultima moda fra i trader del New York Mercantile Exchange consiste nel fare arbitraggi sullo "spread" fra le due principali qualità di greggio consumate in Occidente, il West Texas Intermediate nordamericano e il Brent Crude europeo. Dietro il ritorno degli hedge fund c´è un elemento facilitatore: la politica monetaria espansiva è il lubrificante ideale. Le ultime ondate di speculazione sulle materie prime hanno coinciso con il "quantitative easing" della Federal Reserve, cioè le massicce iniezioni di liquidità nel sistema bancario. E l´impasse sul nucleare iraniano offre una giustificazione in più per tornare a convogliare giganteschi investimenti sulla scommessa di un forte rialzo dei prezzi. Le circostanze cambiano di volta in volta, ma il termine "dipendenza dal petrolio" entrò nell´agenda politica americana quando era presidente un certo Richard Nixon: nella prima metà degli anni Settanta. Com´è possibile ritrovarsi alle prese con lo stesso problema dopo tre anni dell´Amministrazione più "verde" nella storia americana? Perché il risultato è così modesto, in termini di diversificazione delle fonti? La stessa Casa Bianca oggi ci fornisce queste cifre: «Dal 2008 la produzione di petrolio negli Stati Uniti è aumentata ogni anno. Nel 2011 l´estrazione di greggio americano ha raggiunto il massimo degli ultimi otto anni, 110.000 barili al giorno». Proprio in queste cifre è racchiusa una chiave del mistero. Sia gli ambientalisti che speravano in un boom delle fonti rinnovabili per effetto del rincaro dell´energia fossile; sia i teorici del "picco" che prevedevano un progressivo esaurimento delle risorse petrolifere: tutti sono stati smentiti. Il rincaro ha reso più vantaggioso di prima esplorare nuovi giacimenti petroliferi, nonché accelerare l´applicazione di tecnologie avanzate come quelle che consentono di estrarre gas e petrolio da sabbie e rocce bituminose ("shale"). Un´intera fascia degli Stati Uniti sta vivendo una nuova "febbre dell´oro nero": Pennsylvania, Ohio, West Virginia, perfino lo Stato di New York stanno seduti sui giacimenti di sabbie e rocce che promettono di diventare il nuovo Eldorado. Anche in questo caso, almeno una parte dell´America ricava una rendita vincente dallo shock energetico, mentre la partita è tutta in perdita per l´Europa.