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 2012  febbraio 27 Lunedì calendario

Una poltrona per due – Dicono i Taviani. La richiesta è di non precisare se a parlare sia Vittorio, il meno giovane, classe 1929, o Paolo (1931), e nel ripercorrere momenti di vita - da San Miniato a Berlino, dove con l´Orso d´oro a Cesare deve morire hanno regalato una bella vittoria al cinema italiano - si alternano di continuo e si completano in perfetta sintonia, la stessa che è alla base del lavoro sul set

Una poltrona per due – Dicono i Taviani. La richiesta è di non precisare se a parlare sia Vittorio, il meno giovane, classe 1929, o Paolo (1931), e nel ripercorrere momenti di vita - da San Miniato a Berlino, dove con l´Orso d´oro a Cesare deve morire hanno regalato una bella vittoria al cinema italiano - si alternano di continuo e si completano in perfetta sintonia, la stessa che è alla base del lavoro sul set. «Partiamo da una sceneggiatura d´acciaio, anche se assecondiamo con gioia le modificazioni che arrivano dagli attori, dalle intuizioni capricciose e inaspettate sul set. A girare comincia uno, l´altro è in disparte, in silenzio, chi dirige è il boss del momento. Se l´altro vede qualcosa che non va tossisce, fa un segnale e chi gira si ferma. Meeting tra noi, Ugo Tognazzi diceva che sembravamo due giocatori di rubgy in mischia. Ripartono le riprese, cambio del regista e si va avanti. All´inizio gli attori sono un po´ perplessi, poi tutto procede bene. Troppo bene, secondo gli operai, che dopo una lunga scena magari vorrebbero un attimo di respiro, poveracci, ma il nostro ritmo non lo consente». A proposito della sintonia un ricordo è legato a Mastroianni. «Quando lesse Allonsanfan disse "bella, wagneriana". Noi zitti, siamo per Verdi. Il primo giorno, comincia a recitare aulico come mai nella sua vita, wagneriano. Alla pausa ci consultiamo, preoccupati. Marcello capisce che qualcosa non va. Marcello, diciamo, la scena che abbiamo girato è veramente bella. Forse possiamo farne un´altra. Siamo nell´Ottocento, ma fai conto di essere in Piazza del Popolo oggi, incontri un amico e gli dici le stesse battute. Fu perfetto e quando durante il film sentiva di aver esagerato nei toni, si fermava. "Ho capito, Piazza del Popolo". A Cannes gli chiesero "Come si lavora con due fratelli". Fu meraviglioso: "Erano due?"». Così il detenuto di Rebibbia, interprete di Cassio in Cesare deve morire, alla fine delle riprese li salutò con un grido commosso: «Paolo Vittorio tu te ne vai, da domani qui niente sarà più come prima». La sintonia è una conquista che viene da lontano. Infanzia meravigliosa, «poi - è Vittorio a parlare - da bambino io sono diventato subito come sono adesso, bruttino, lui è rimasto giovane. Si creò una rottura che negli anni dell´adolescenza avanzata diventò inimicizia, ciascuno di noi sperava che l´altro morisse, io scrivevo commedie con il buono e il cattivo, che era sempre Paolo». Poi la guerra, che Paolo ricorda con un episodio personale. «Vittorio e mio padre, antifascista, erano nei boschi. Vennero i tedeschi a perquisire la nostra bella casa del Settecento. Scesi per andare ad aprire, mia madre mi fermò. Ero scalzo. Mi disse "Di fronte al nemico tu non vai scalzo. Mettiti le scarpe e vai ad aprire ". I tedeschi entrarono, fecero una lunga perquisizione, erano giovanissimi, e siccome c´era la cera sul pavimento, uno scivolò e cominciò a ridere come un bambino, sembrava che fosse un bravo ragazzo. Poi andarono sul terrazzo da cui si vedeva la strada, e laggiù c´era un uomo che camminava. Il ragazzo che rideva diventò serissimo, puntò l´arma, mia madre gli saltò addosso gridando no!, spostò il tiro e il colpo finì in aria». Il racconto torna comune. «La guerra ci fece sentire più vicini, poi fu l´amore comune per la Quinta di Beethoven, uno suonava il pianoforte, l´altro il violino, e infine il cinema. Ci eravamo trasferiti a Pisa, a san Miniato la nostra casa non c´era più, era la casa di un antifascista, la prima fatta saltare in aria dai fascisti. A Pisa una mattina vedemmo per la prima volta Renée Falconetti, Giovanna d´Arco. Rimanemmo senza fiato. Poi Paisà di Rossellini. Molti uscivano indignati, altri brontolavano. Noi eravamo emozionati, vedevamo sullo schermo quelle stesse verità tragiche che avevamo vissuto. Uscendo ci dicemmo: "Ma se il cinema ha questa forza di farci capire la nostra stessa verità, allora noi faremo il cinema". Decidemmo da lì e insieme. Uniti si è più forti». E di forza avevano bisogno. Non tanto per convincere il padre Ermanno che, avvocato stimatissimo, «avrebbe desiderato che seguissimo la sua strada. Ma la nostra era una famiglia democratica. Fate quello che vi sentite di fare, ci dissero. Il problema era che allora il cinema era considerato una cosa secondaria, scandalosa, il parroco di san Miniato girava per il paese dicendo "povero avvocato Taviani, così in gamba. E i figli andranno a Roma al suono del Can Can", gli amici ci guardavano con una punta di disprezzo. Un giorno finalmente leggemmo su Bianco e Nero una paginetta scritta da Croce in cui diceva: "Devo testimoniare che anche il cinema è, può essere arte". Noi l´abbiamo sventolata per tutte le strade di Pisa e a chi osava parlare male del cinema». A Pisa il primo degli incontri fondamentali, oltre a quello, più tardi a Roma, con Giuliani De Negri, grande produttore del loro cinema. Fu l´incontro con Valentino Orsini. «Aveva sette anni più di noi, amava il cinema come noi, diventammo subito amici, facemmo un collettivo di lavoro e i primi documentari, uno sugli scioperi a rovescio nelle campagne toscane, poi San Miniato luglio 44, con fatica, chiedendo soldi ad amici e parenti e abbiamo perso molti amici. Valentino ci raggiunse a Roma e facemmo i primi due film insieme. Era un uomo straordinario, faceva il marmista. Ci portò la grande problematica del movimento operaio dell´epoca, scoprimmo un mondo legato alla classe operaia e contadina. Uno scambio. "Voi mi date la ricchezza della borghesia, io vi do la ricchezza della classe nemica", diceva». C´era un patto tra i fratelli: «Se in dieci anni non riusciamo a fare i film che vogliano, ci ammazziamo. E si discuteva su chi l´avrebbe fatto per primo. Ora ne ridiamo, ma eravamo serissimi». A Roma, tra ristrettezze, una mozzarella in due e grandi insalate in una trattoria compiacente - i Taviani poi "sedussero" il padrone, che lasciò trattoria e famiglia per fare il produttore - fecero tre documentari, vinsero premi, arrivarono i primi soldi. E il primo film, Un uomo da bruciare, nato durante un documentario in Sicilia dall´incontro con la madre del sindacalista Salvatore Carnevale, la prima a denunciare gli assassini, interprete Gian Maria Volonté. «L´avevamo visto a teatro in Sacco e Vanzetti. Il provino andò male, il più brutto della nostra vita, ma vedendo il filmato in proiezione ci colpì la potenza grande del volto, la forza dello sguardo, il modo di voltarsi improvviso. Il protagonista ideale». Il cinema bello, poetico e politico dei Taviani - negli schedari della questura di Pisa risultano come «esistenzialisti sovversivi» - non incassava, i problemi economici sempre in agguato. «Come campavamo? Grazie alla pubblicità, a cui destinavamo un tempo preciso, tra un film e l´altro. Eravamo diventati esperti», e ricordano Caroselli famosi, da Plasmon ad Algida con Patty Pravo. La svolta fu grazie a Padre padrone, Palma d´oro a Cannes, presidente di giuria Roberto Rossellini. «Noi non volevamo mandarlo. Un film senza uomini e con tante pecore non ci sembrava adatto al tappeto rosso. Prima della finale Rossellini ci chiamò nella sua stanza. Non parlò del film, parlò d´altro, scienza, teologia, e alla fine gli facemmo la domanda che ci premeva da anni. Germania anno zero, un nostro mito, era stato insultato e maltrattato. "Come si rimargina una ferita così dolorosa?", chiedemmo. "Non posso rispondervi. È ancora aperta"». Anche i Taviani hanno avuto le loro ferite. Come quando Sotto il segno dello Scorpione fu fischiato a Venezia o con Il prato sempre a Venezia: titoli sui giornali tipo «Il festival è decollato ed è atterrato rovinosamente sul Prato». «Ma poi c´erano i Cahiers du Cinéma che inserivano i nostri film tra i capolavori, in Germania venimmo a sapere che per costringere una sala a proiettare Padre padrone Herzog, Fassbinder, e quelli del Nuovo cinema tedesco si incatenarono davanti alla sala. Siamo andati avanti, sostenendoci a vicenda». Tanta unione - «vacanze insieme a Salina finché i figli erano piccoli, ora un mese a testa. Ma mai la stessa donna» - ha modificato perfino i caratteri. «C´è stato un periodo in cui ci siamo molto interessati all´oroscopo, perché avevamo letto che Goethe ne parlava nella sua biografia, era della Vergine, ascendente Scorpione. Vittorio è della Vergine, io, Paolo, dello Scorpione. Segni opposti, ma se si integrano si alimentano a vicenda. Ora Vittorio è un po´ più Scorpione e io un po´ più Vergine: in due facciamo un Goethe».