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 2012  febbraio 26 Domenica calendario

IL BARBIERE ALL’ELISEO - —

«Scelga me, fare il parrucchiere è il sogno della mia vita», disse lui mentendo al patron della boutique Lorca. «Ma Robert non mi piace, non è un nome da coiffeur. Ti farai chiamare Fabrice. "La spazzola, Fabrice". "Lo shampoo, Fabrice". D’ora in poi sarai Fabrice Luchini». Il nome d’arte dell’attore più amato di Francia è nato così, nel salone di bellezza al numero 3 della ricca avenue Matignon dove la madre Hélène lo aveva portato a 14 anni perché cominciasse a lavorare. Quel ragazzo gracile e biondo non aveva voglia di studiare, e la mamma si era indaffarata a trovargli un’occupazione. «Per stare nel negozio di frutta e verdura di mio padre Adelmo, a Montmartre, avrei dovuto svegliarmi nel cuore della notte per andare ai magazzini generali, prendere freddo. Mia madre, piena di premure, temeva che mi sarei ammalato, così rispose all’annuncio per apprendista coiffeur in quel celebre negozio vicino agli Champs Élysées. Si preoccupava che suo figlio stesse in un ambiente protetto, sicuro, al caldo. Che donna meravigliosa». Fu così che Robert Luchini, preso l’autobus della linea 80 dalla periferia fino al «triangolo d’oro» della capitale, e ormai diventato Fabrice, cominciò a frequentare persone importanti della politica e dello spettacolo. Facendo loro lo shampoo. Oggi, e da anni, è ospite fisso all’Eliseo.
Fabrice Luchini, 61 anni, figlio di un fruttivendolo nato ad Assisi, è un’istituzione della Francia contemporanea. In un Paese diviso tra gli intellos con i loro gusti sofisticati e il popolo appassionato della Star Ac’ (la versione locale del Grande Fratello), l’ex parrucchiere riempie i cinema accanto a Catherine Deneuve e Gérard Depardieu in «Potiche» di François Ozon o in «Le donne del sesto piano» di Philippe Le Guay, e gli spettacoli a teatro sono esauriti con mesi d’anticipo quando Luchini legge i suoi autori d’elezione, più o meno sempre quelli: Céline, La Fontaine, Nietzsche, Flaubert. Ma la gente comprerebbe il biglietto anche se Luchini recitasse l’elenco del telefono, perché nessuno tiene la scena come lui.
Quel modo di scandire le parole, di pronunciarle come un tributo a ogni singola sillaba della lingua francese, quella mania di ripetere una frase appena recitata per convincere il pubblico che si tratta di un capolavoro, potrebbero sulla carta sembrare stucchevoli, invece neanche i critici più severi accusano Luchini di istrionismo: si vede che ci crede, e non c’è niente di più attraente di una passione vera.

Suo padre Adelmo arrivò a Parigi alla Liberazione, dopo cinque anni di prigionia in Germania e un’infanzia tra Assisi e gli immigrati italiani nelle fabbriche della Lorena. La madre, Hélène, era una parigina che durante la guerra aveva fatto la centralinista. I Luchini, con Robert non ancora «Fabrice» e due fratelli, vivono in due stanze senza bagno nel XVIII arrondissement, tra Montmartre e il quartiere maghrebino della Goutte d’Or che durante la guerra d’Algeria vedrà continui scontri tra immigrati arabi e estremisti francesi dell’Oas. Il futuro attore frequenta la banda di piazza Abbesses, «ragazzi senza casa, spesso drogati — racconta nella biografia Le mystère Luchini di Jean-Dominique Brierre —. Camminavano di continuo, per ragioni estetiche. Avevano nel sangue la rivolta degli anarchici. Erano persone cattive, senza alcuna inibizione quanto alla violenza. Infinitamente aggressivi. Ma nei miei riguardi dimostravano un grande affetto».
Juju è l’artista del gruppo: ruba, si droga e legge Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont, Céline, una specie di dandy di strada che gira con un cerotto in faccia e un paio di lussuose scarpe Weston in una scatola, senza mai indossarle. «Me le mostrava e diceva "vedi Robert, questa scarpe sono la Borsa — racconta Luchini —. Sono le quattro del pomeriggio, e salgono la scalinata. Flanella, grisaglia. Una Jaguar MK8 nera". Avevamo il culto del borghese gollista, e meglio ancora del ricco anglosassone ben vestito, che per noi marginali rappresentava un insieme di tristezza e eccentricità». È stato il pregiudicato Juju, con le sue performance improvvisate nei caffè tra un furto e l’altro, a introdurre Fabrice Luchini alla dimensione teatrale dell’esistenza.
La formazione politica invece è sul posto di lavoro, dal coiffeur Lorca. È qui che Fabrice, neanche 17enne, vive il Maggio 68. «Lorca era come un microcosmo di tutta la società. Facevamo delle riunioni. Un giovane parrucchiere tedesco, che credeva di essere Cohn-Bendit, difendeva le idee rivoluzionarie. Le addette alla manicure, di destra, dicevano "non vi rendete conto di quel che dite, se abolite i ricchi chi ci darà le mance?". Fu in quei giorni che Sartre pubblicò un articolo incredibile in cui sosteneva che "non c’è niente di più reazionario di una sciampista". Ho capito allora che tra di noi ci volevamo bene, e che non serviva a niente parlare di politica».

Fabrice passa quasi tutto lo stipendio da apprendista parrucchiere alla madre, ma con mesi di piccoli risparmi riesce comunque a mettere da parte i soldi per comprarsi le Weston da mille franchi e i blazer a tre bottoni necessari per farsi accettare al Drugstore o al Pub Renault degli Champs Élysées, le prime di infinite audizioni che avrebbe vinto nella sua vita. Magrolino e bianchissimo di carnagione, occhi azzurri, nei locali notturni si specializza in una folgorante imitazione di James Brown. I proprietari di discoteche cominciano a farlo entrare gratis e a contenderselo perché lui da solo è un’attrazione. Paul Pacini e Ben Simon, patron del Whisky à Gogo vicino al Palais Royal, gli chiedono di lanciare la filiale di provincia del loro locale, il Whisky à Gogo di Angoulême. Qui, una sera, l’incontro che gli cambierà la vita. Il giornalista e regista Philippe Labro, che sta cercando idee per il suo film «Tutto può succedere», entra e vede una marionetta bionda che fa lo scemo con qualche ragazza. Si avvicina e quello lo apostrofa «Mi chiamo Cebrifa», cioè Fabrice in verlan, il gergo parigino che capovolge le sillabe. Luchini vede che pure Labro porta delle Weston e gli chiede sbruffone «Sono incerate anche sotto, come quelle di Vittorio De Sica?». Labro è colpito e chiede a Luchini di rifare — esattamente — la scena nel film. Così comincia la carriera cinematografica di colui che diventerà uno degli attori preferiti di Eric Rohmer, prima di arrivare al successo popolare con «La discrète», storia di un uomo che si innamora di una donna sulle prime giudicata «immonda».
Tutti vogliono Fabrice Luchini. Lo chiama spesso all’Eliseo Nicolas Sarkozy, affascinato dal suo amore per Céline. Lo invitano a pranzo il centrista François Bayrou e anche i socialisti, che si divertono alle sue feroci prese in giro del «siamo tutti fratelli» di sinistra. Lui accetta ma è inafferrabile, come sempre, anche nella vita privata. «I miei genitori, Adelmo ed Hélène, erano meravigliosi. Io amo una donna, adoro mia figlia Emma (in onore di Flaubert, ndr), ma non riuscirei a vivere in coppia, in famiglia: "Fabrice, va a comprare il pane". No, non sopporterei che qualcuno mi dicesse di andare a comprare il pane».
Stefano Montefiori