Arthur C. Danto, la Lettura (Corriere della Sera) 26/02/2012, 26 febbraio 2012
ULTIMA PAROLA
La mostra di Maurizio Cattelan al Guggenheim Museum di New York si è distinta per due caratteristiche insolite, una riguardante lo spazio, l’altra il tempo. Lo spazio prescelto dall’artista è quello sottostante il grande lucernario che sovrasta l’atrio del museo, dove le opere hanno assunto la discontinuità di un sogno in cui esseri umani e animali si affastellano confusamente, ognuno impegnato in una sua attività. Dal momento che vi è esposta la totalità — o quasi — della sua opera, Cattelan ha intitolato la mostra «All», a indicare che gli spettatori possono vedere tutto — o quasi — quel che ha fatto finora. Ma anche, ed è l’aspetto riferibile al tempo, che questo è tutto quel che potrà esserci, perché l’autore ha deciso di smettere di fare arte.
L’11 dicembre dello scorso anno, la vice direttrice del museo Nancy Spector ha preparato, assieme al filosofo Simon Critchley, degli inviti che dicevano: «In occasione di "All" di Maurizio Cattelan e dell’annuncio del suo ritiro dall’attività artistica, il Guggenheim vuole chiudere la mostra con un evento, che abbiamo chiamato "The Last Word" (l’ultima parola), in cui una trentina di noti artisti, filosofi, scrittori, registi e musicisti affronteranno il tema della fine volontaria dell’attività». Gli ospiti dovevano parlare per 15 minuti ciascuno. L’evento, iniziato alle sei e mezza di pomeriggio del 26 gennaio, si è concluso otto ore dopo dinanzi a un pubblico di 1.000 persone, mentre altre 25 mila lo hanno seguito in streaming. Dal momento che non si trattava di una conferenza, non c’è stato dibattito. È stato un evento raro — una sorta di rituale del mondo dell’arte. Smettere di fare arte sembrava collegarsi alla fine dell’arte in sé, e a questo proposito tutti i discorsi dovevano far proprio un epitaffio — "L’Ultima Parola". Era come se si parlasse di una morte vera e propria, che richiedesse un atteggiamento funerario.
La decisione di ritirarsi dalla scena artistica è in realtà un fatto piuttosto comune. Si pensi alla miriade di attori, cantanti o ballerini che arrivano a New York alla ricerca del successo e non lo trovano. Probabilmente accade ancor più spesso a scrittori e artisti. Molto dipende dalla fortuna, o dalla sfortuna. Ma anche dalla mancanza di talento. In gran parte prima o poi rinunciano. Ma è raro che a fare questa scelta sia una star. Per «star» intendo un artista tanto importante da essere oggetto di una mostra come quella che è stata fatta su Maurizio Cattelan. Per quanto ne so, il gruppo di oratori raccolto in questa occasione era senza precedenti. L’evento si è svolto in una notte fredda e nevosa.
È difficile trovare un altro artista noto che abbia rinunciato all’arte. Non credo che Cattelan l’abbia fatto perché era a corto di idee, come ha insinuato Roberta Smith, critica d’arte del «New York Times». Potremmo cercare di scoprire il motivo della sua decisione, ma per intervistarlo e chiederglielo bisogna conquistarne la fiducia. Dalle interviste che ho letto, non sembrava mostrare alcun interesse a rispondere alle domande, se non in modo aggressivo. Pareva quasi assalire l’intervistatore. Le sue risposte sono come le sue sculture, provocatorie ma anche sgradevoli, come quella di Adolf Hitler bambino in un’aula scolastica austriaca, con una divisa nazista e i suoi tipici baffetti. Oppure quella che mi sembra rappresentare una cheerleader crocifissa. Forse non riusciva a realizzare un’arte che non fosse sgradevole, a non mescolare, come usava fare, innocenza e perfidia. Forse era stufo di quel genere di arte, ma non riusciva a pensare a nulla di diverso. O voleva cambiare vita. Questo succede anche a chi non ha successo. Nell’arte di Cattelan c’è qualcosa che incute un timore che continua a echeggiare nella mente di chi lo ammira, mentre, come autore di queste opere, lui non si ammira.
Quel che mi sembra interessante, però, è che cosa farà ora. Probabilmente non più arte, se è serio. Duchamp affermò che avrebbe dedicato il resto della sua vita agli scacchi. Non riesco a immaginare a che cosa si dedicherà Cattelan, ma la decisione di un artista di ritirarsi mi interessa, perché a me è successo qualcosa di simile. Naturalmente non ho mai avuto il successo di Maurizio, ma il mondo dell’arte degli ultimi anni è molto diverso da quello degli anni Cinquanta e Sessanta, quando l’ho lasciato per qualcosa di completamente diverso. Ero un incisore, e in quel periodo una stampa si vendeva a circa 25 dollari nelle gallerie specializzate di New York. Nulla, in confronto alla rivoluzione degli anni Ottanta, quando le stampe di Rauschenberg, Johns e Motherwell erano quotate migliaia di dollari. Non ero dotato per la pittura, ma le mie xilografie in bianco e nero andavano, e a quei tempi 25 dollari non erano pochi. Con quel che guadagnavo avrei potuto mantenere la famiglia.
Ero stato all’estero con l’esercito americano e potevo beneficiare per quattro anni del «GI Bill», la legge che paga gli studi universitari agli ex militari. Dopo essermi laureato alla Wayne University di Detroit avevo ancora diritto a due anni di università. Decisi allora di trasferirmi a New York, un ambiente molto più vivace. Per non sprecare i due anni di «GI Bill» che mi restavano, feci domanda alla Columbia e alla New York University per la specializzazione in filosofia, anche se non avevo mai seguito un corso di filosofia prima. Pensavo che la filosofia mi avrebbe lasciato un sacco di tempo per l’arte. La Columbia mi accettò in prova perché John Dewey, che nel dipartimento di filosofia era ancora molto influente, era del parere che i filosofi dovessero essere capaci di fare qualcosa, e io ero un artista che esponeva. Non ero molto convinto di quella mia decisione, perché non speravo di diventare professore, ma lo stipendio che mi davano lì fu di grande aiuto, mentre mi facevo strada.
Successero però due cose: scoprii che la filosofia mi piaceva e che il mondo dell’arte degli anni Sessanta non era il posto adatto per le opere che facevo. Ero filosoficamente interessato alla Pop Art, ma non avevo alcun interesse a diventare un artista pop. Pubblicai abbastanza da ottenere una cattedra. E di notte continuavo a lavorare alle mie opere d’arte. Poi una sera, mentre lavoravo a un’incisione, pensai che avrei preferito dedicare il mio tempo a scrivere di filosofia. Pensai: è ora di smettere. Il giorno dopo iniziai a smantellare il mio studio, e da allora non feci più arte. Neppure uno scarabocchio. Tenni le mie matrici e una pila di stampe, che rimasero a raccogliere polvere. Fu un grande sollievo.
Decisi di scrivere un’opera di filosofia analitica, in cinque volumi. Il quarto era sulla filosofia dell’arte — La trasfigurazione del banale — e mi permise di diventare un critico d’arte, cosa che non avevo affatto programmato.
Non riesco a immaginare Maurizio Cattelan inattivo. Mi piacerebbe vedere a cosa si dedicherà un talento come il suo: se non si occuperà più di arte o se lo farà in maniera diversa. Il radicale pluralismo artistico di oggi permette agli artisti di esprimersi in qualunque modo desiderino. Negli anni Sessanta era molto diverso. Il minimalismo e la Pop Art erano i movimenti dominanti, e io non mi riconoscevo in nessuno dei due. Né ero attratto dall’arte concettuale o da Fluxus. Oggi non ci sono movimenti, si può fare quel che si vuole. Non c’è mai stata tanta libertà. Anche l’arte che facevo io sarebbe accettabile. Chissà se la decisione di ritirarsi sarà l’ultima opera che entrerà a far parte del catalogo di Cattelan?
Arthur C. Danto
(Traduzione di Maria Sepa)