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 2012  febbraio 26 Domenica calendario

LE 5 PAGINE MEMORABILI DELLA STORIA DELLA LETTERATURA: MATRIMONI

Molto più semplice sarebbe, probabilmente, individuare i grandi scrittori che non hanno scritto di matrimonio che non gli altri, i narratori di vite coniugali felici, infelici, noiose, tormentate, anche infernali oppure tranquille, serene, durature, baciate dalla fortuna: tema centrale, quasi inevitabile, a quanto pare, che ha appassionato attraverso i secoli autori di ogni parte del mondo. Tra tutti il più esperto e appassionato della materia è ancora e sempre Tolstoj che di matrimoni si è occupato fin dal racconto ironicamente intitolato La felicità familiare, passando per Sonata a Kreutzer dove la vicenda si conclude con un uxoricidio, per Guerra e pace e per Anna Karenina, analizzando tutte le relazione possibili tra marito e moglie, e traendo probabilmente ispirazione dalla sua esperienza personale, visto che nel frattempo teneva un diario sulla sua vita di coppia e induceva la moglie a fare altrettanto; e per completare l’opera (non certo per facilitarla) i due coniugi leggevano a vicenda i loro scritti.
Omero, l’Odissea
Il primo padre, tuttavia, di tutti i matrimonialisti, non può che essere Omero in persona che, oltre a narrare le vicende di svariate coppie capricciose, irregolari e volentieri di scarsa fedeltà, abbastanza somiglianti, nei comportamenti, a quelli degli odierni personaggi da rotocalco, dedicò notevole spazio nell’Odissea al supersolido menage formato da Ulisse e Penelope che si ritrovano dopo vent’anni, permettendo all’autore di concludere le avventure del suo protagonista con un insperato happy end.
Ovviamente — ligio all’antica regola maschilista di stampo mediterraneo, l’aedo permette al suo eroe nel corso di guerre e viaggi qualunque sghiribizzo sentimentale e sessuale, con regine, principesse, fate e semidee, e il catalogo delle donne conquistate alla fine è assai lungo. Altrettanto ovviamente, alla sua signora nulla di tutto ciò è concesso, tranne una schiera di corteggiatori che, con troppo accanimento, mirano a impossessarsi del trono per poter essere presi sul serio come innamorati. E Omero, il grande burattinaio, sembra commuoversi quando fa rincontrare i due sposi: Ulisse non lo dice a Penelope, ma è come se dicesse: «Le altre non contano nulla». In realtà è questo il discorso che fa — nel libro XIII — per convincere la moglie che egli è davvero il legittimo, tanto atteso sposo. «"Io tolsi allora al frondeggiante ulivo/ tutta la chioma, e gli recisi il fusto/ più su della radice; indi con l’ascia,/ drizzatolo tutto a fil di squadra/, ben destramente levigai quel tronco/ per sostegno del letto, e in ogni parte lo traforai. Su questa/ opera prima allor costrussi il letto/ e lo compii con ticchi intarsi d’oro/ e d’argento e d’avorio, e sopra alfine/ cinghie vi stesi di purpureo cuoio./ Questo è il segreto ch’io ti dico, o donna;/ ma non so se il mio letto è ancora intatto/ o se qualcuno abbia tagliato il ceppo/sotto la base e l’abbia posto altrove"./ Ei così disse, e a quella d’improvviso/ si disciolsero il cuore e le ginocchia,/ riconoscendo quei non dubbi segni/ dati da Ulisse. In lacrime proruppe,/ corse, le braccia gli gettò sul collo».
Gustave Flaubert,
Madame Bovary
Il matrimonio infelice per eccellenza, non può, invece, che essere quello, magistralmente descritto da Gustave Flaubert, della disgraziata Madame Bovary che, relegata in provincia, in una casa modesta con un bravo marito affezionato ma noioso, si ammala della malattia cui ella stessa darà il nome, il bovarismo, aspirazione, nata sullo scontento, a una vita in qualche modo più luccicante, più eccitante, come la si legge nei libri, al cui confronto la propria appare indegna e miserabile. Preludio inevitabile — Flaubert semina gli indizi con maestria — di adulterio.
«Charles non aveva ambizione! Un medico di Yvetot con il quale si era trovato ultimamente a consulto, l’aveva un po’ umiliato al capezzale stesso del malato, davanti ai parenti riuniti. Quando Charles, la sera, glielo disse, Emma inveì contro il collega di Yvetot. Lui ne fu intenerito, e la baciò in fronte, con le lacrime agli occhi. Ma sua moglie era esasperata per la vergogna, e lo avrebbe picchiato. Andò nel corridoio, apri la finestra e aspirò l’aria fresca per calmarsi. "Che povero disgraziato" diceva sottovoce, mordendosi le labbra».
Franz Kafka, Lettere a Felice
Tra i matrimonialisti, sebbene suo malgrado disperatamente antimatrimonialista, è da mettere Franz Kafka. Le sue Lettere a Felice donna assai brutta e dai denti guasti ma comunque amatissima, narrano del suo terrore del matrimonio, da lui ardentemente desiderato però sempre e soltanto fino a che l’amata Felice Bauer è ben lontana (a Berlino), e invece temuto come apportatore di disgrazia se non di morte quando ella si trova un po’ più vicina. Il loro è un amore quasi soltanto letterario, benché appena otto ore di treno separino Praga da Berlino, per cui se Franz volesse, potrebbe ogni tanto andare a vedere la sua Felice. Inutile dire che lo scrittore di Praga — grandissimo seduttore epistolare — come ben si può cogliere dal brano di questa tormentata lettera, non si sposò mai né con lei né con nessun’altra.
«Riesci a capire, Felice, magari soltanto da lontano? Ho la precisa sensazione di andare in rovina con il matrimonio, con il legame, con la dissoluzione di questo nulla che sono, e non solo io ma insieme con la mia donna, e quanto più l’amo, tanto più rapidamente e terribilmente. Ora dimmi tu cosa dobbiamo fare? Siamo così vicini l’uno all’altra che, credo, nessuno di noi può ancora fare qualcosa da solo senza la conferma dell’altro. Rifletti anche su tutto ciò che non ho detto! Interrogami, risponderò a tutto. È veramente ora di allentare questa tensione, e certamente nessuna ragazza è stata mai torturata da uno che l’amava come io amo te, nel modo in cui io sono costretto a torturarti. Franz».
Maeve Brennan,
Il principio dell’amore
Infine due donne, due scrittrici, l’irlandese purtroppo misconosciuta Maeve Brennan, autrice di un romanzo (La visitatrice) e di numerosi racconti, alcuni dei quali, tutti del genere matrimoniale, radunati nel libro Il principio dell’amore; e l’italiana misteriosissima Elena Ferrante, autrice, tra l’altro, de I giorni dell’abbandono, cronaca terribile e spietata della fine di un matrimonio, raccontata con toni da tragedia greca.
Nel pezzo di bravura intitolato Il dodicesimo anniversario di matrimonio Maeve Brennan narra di un coppia con due bambine, sposatasi per amore ma, passato il tempo del luminoso innamoramento, senza una ragione e per tante ragioni — come succede — uno dei due sposi, lui in questo caso, si rende conto che lei è diversa da come gli era sembrata da principio, è banale, sciocchina, priva di charme e, qualunque cosa faccia, gli dà sui nervi, tanto che gli sono diventati insopportabili anche la sua cieca dedizione, la sua generosità, le sue premure come il mazzo di fiori che gli ha sistemato in camera in occasione dell’anniversario di matrimonio.
«Ed ecco i fiori, messi lì per ricordargli, troppo tardi, l’anniversario di matrimonio. La loro bellezza e innocenza richiamava tutta la sua rabbiosa attenzione, tutte le cure che lei vi aveva profuso. La stanza dove lui si trovava parlava soltanto d’amore. Ed erano le attenzioni per lui che lo spingevano alla disperazione — le incessanti attenzioni che capiva e non poteva ricambiare, che non voleva e non poteva evitare».
Elena Ferrante,
I giorni dell’abbandono
Ne I giorni dell’abbandono Elena Ferrante ripercorre una storia banalissima come il disfacimento di una coppia causato da un nuovo innamoramento del marito, e la trasforma in una potente e tragica epopea che conduce la moglie abbandonata ai confini con la follia. Questo che segue è soltanto l’inizio che, però, lascia bene intendere come il dramma proseguirà.
«Non seppi aspettare oltre. Non aveva nemmeno cominciato a mangiare che gli chiesi: "Ti sei innamorato di un’altra donna"? Sorrise e poi negò senza apparente imbarazzo, mostrando una disinvolta meraviglia per quella domanda fuori luogo. Non mi convinse. Lo conoscevo bene, faceva così solo quando diceva bugie, di solito era a disagio di fronte a ogni tipo di domanda diretta. Ribadii: "C’è, è vero? C’è un’altra donna. E chi è, la conosco"? Poi, per la prima volta da quando era cominciata quella storia, alzai la voce, gridai che avevo il diritto di sapere, gli dissi anche: "Non puoi lasciarmi qui a sperare, quando in realtà hai già deciso tutto". Allora lui a occhi bassi, nervoso, mi fece cenno con la mano di abbassare la voce. Era visibilmente preoccupato, forse non voleva che i bambini si svegliassero. "Non voglio abbassare la voce" sibilai, "devono sapere tutti quello che mi hai fatto". Lui fissò il piatto, poi mi guardò diritto in faccia e disse. "Sì, c’è un’altra donna"».
Isabella Bossi Fedrigotti