Ernesto Galli Della Loggia, la Lettura Corriere della Sera) 26/02/2012, 26 febbraio 2012
IL PAPATO E’ DEBOLE. PIU’ POTERE AL PAPA
Soffiano venti di tempesta sulla Curia, cioè sugli organi di governo della Chiesa cattolica. Da mesi e mesi è un rincorrersi di voci maliziose, di fughe di notizie più o meno pilotate, di rivelazioni più o meno attendibili su una miriade di retroscena poco edificanti. Tutto testimonia di una cosa sola: e cioè di un aspro scontro all’interno della direzione dell’istituzione ecclesiastica. Uno scontro che, qualsiasi sia il suo contenuto ultimo, si presenta innanzi tutto come uno scontro di potere, uno scontro dalle forti coloriture personali tra questo e quell’esponente della stessa istituzione, tra questo o quel gruppo. Che poi, amplificato dai giornali che se ne fanno ovviamente eco, non manca di produrre un discredito profondo. Si può ben dire a questo proposito che oggi la Chiesa cattolica sperimenta come mai prima (ma già con i casi di pedofilia era accaduto qualcosa di simile) che cosa significhi il fatto di aver perso quel diritto «a prescindere» alla tutela e al rispetto pubblici, di cui un tempo godeva in omaggio alla sua natura e alla sua funzione. Diritto cancellato da duecento anni di secolarizzazione, cui si aggiunge il fatto che oggi i media di qualunque Paese — veri padroni del moderno spazio pubblico e dell’immagine di qualunque istituzione o persona — rispecchiano fortemente gerarchie di rilevanza e di punti di vista dettati di fatto dal mondo anglosassone, storicamente mai troppo benevolo verso Roma.
Non è da escludere, naturalmente, che gli scontri di cui sto parlando abbiano un contenuto anche «dottrinale», religioso. O, per così dire, di «linea politica». Ma data la particolare organizzazione della Chiesa cattolica tali eventuali contrasti dottrinali, non disponendo di sedi stabili in cui svolgersi in modo aperto, non possono che prendere l’aspetto dello scontro personale. Dove il potere è personale tutti i contrasti diventano per forza di cose personali. Tutto si accentra sul ruolo delle persone, sul loro rango: in una parola sulla «carriera». Nei sacri palazzi la fortuna delle idee è affidata per intero alla fortuna degli uomini: e solo questa assicura la vittoria di quelle.
Si tratta di un elemento tipico delle organizzazioni governate da un potere sovrano assoluto, come sono per l’appunto la Santa Sede e le Chiesa cattolica. In entrambe ogni cosa discende dall’alto, comprese le decisioni sugli incarichi dei singoli. Decisioni che apparentemente dipendono in definitiva dal potere di cooptazione, che è tutto nelle mani di una sola autorità: il Papa. In teoria il Papa può nominare chi vuole a non importa quale incarico. Solo in teoria, però. Egli, infatti, deve tener obbligatoriamente conto di almeno due fattori. Da un lato della tradizione (a capo di certe diocesi, per esempio, è tradizione che ci siano dei cardinali), e dall’altro della forza di cui ogni candidato a questa o a quella carica dispone. Forza che, nella stragrande maggioranza dei casi, viene al suddetto candidato dal far parte di un gruppo, di una «cordata», capeggiata in genere da una figura di spicco. Da qui dunque l’inevitabile dominio sulla carriera degli alti ecclesiastici dello spirito di affiliazione e di congrega. In un arduo e spesso impossibile equilibrio con la fedeltà all’istituzione. E da qui, anche, personalismi esasperati, nonché un clima abituale di pettegolezzi e di «voci», di più o meno trasparenti «do ut des» o di rivalità senza esclusione di colpi. E sempre da qui, alla fine, un fatale, complessivo, peggioramento qualitativo del personale dirigente, che piuttosto che al merito è costretto ad affidare ad altri fattori le sue speranze di successo.
Di fronte a questa situazione di fatto — che tradisce una palese patologia dell’attuale organizzazione del potere — la tradizionale reazione del mondo laico e di parte di quello cattolico (probabilmente crescente) consiste nell’auspicio di una «democratizzazione». Rimane da sempre oscuro, tuttavia, quali ne potrebbero essere i contenuti. Solo i cattolici vogliosi di riforme si spingono ad augurarsi una mai meglio precisata «maggiore collegialità delle decisioni», un mai meglio precisato «ritorno allo spirito del Concilio». E i cosiddetti laici più o meno si accodano.
Ma è proprio sicuro che è nella direzione della democrazia, sia pure genericamente intesa, che va cercata una soluzione? A far venire qualche dubbio non vi è solo l’idea che in generale «democratizzare» la Chiesa cattolica — vale a dire un’istituzione che da venti secoli funziona con principi e regole diverse — è una di quelle idee che francamente dovrebbero far tremare le vene ai polsi. Vi è un fatto preciso: e cioè che qualunque «democratizzazione» avrebbe come risultato — del resto voluto, perché lì starebbe il cuore della riforma — da un lato la pubblicità del dibattito interno (meglio: degli inevitabili continui dibattiti interni), e dall’altro il suo (loro) esito, almeno in parte, in base al principio di maggioranza comunque definito. Alla fine che cos’altro è la democrazia, infatti, se non precisamente queste cose? Il guaio è che sono proprio queste cose (in particolare l’esplicitazione del conflitto attraverso la pubblicità del dibattito) quelle che rendono la democrazia incompatibile con il carisma. Cioè con quel peculiare attributo di un’autorità (per antonomasia quella religiosa) in forza del quale essa e le sue pronunce vengono percepite come qualcosa di pervaso di sacralità e di soprannaturale, e dunque degne di obbedienza incondizionata. Proprio perché teatro di continui dibattiti e conflitti, il meccanismo democratico, infatti, lungi dal poter aspirare a quest’aura di eccezionalità, è viceversa sottoposto per sua natura all’erosione di un continuo relativismo, di un continuo, sottile discredito. È ammissibile, mi domando, che la Chiesa cattolica voglia fare la stessa fine, rinunciare al proprio carisma millenario per adottare le procedure di un parlamentino ecclesiastico?
Almeno in teoria vi è però un’altra soluzione, alternativa alla cosiddetta democratizzazione, anzi di segno in certo senso opposto. È la soluzione di un ulteriore rafforzamento del ruolo del Pontefice, cioè dell’autorità carismatica: premettendo tuttavia alcune modifiche nella sua designazione, capaci di soddisfare da un lato il bisogno di maggiore partecipazione, e dall’altro l’esigenza di ridurre gli attuali fenomeni di rivalità curiali a fini carrieristici. Tali fini, almeno dal livello di vescovo in su, s’identificano con quello di diventare cardinale. Il motivo è semplice: di regola solo i cardinali sono alla testa delle Congregazioni (cioè dei ministeri della Santa Sede), solo i cardinali hanno il diritto di eleggere il Papa, e in pratica solo loro, a propria volta, possono essere eletti al soglio di Pietro. I cardinali costituiscono insomma una vera e propria oligarchia, e il Papa è di fatto un cesare oligarchico.
Si tratta, allora, di mutarlo da cesare oligarchico in un cesare democratico. E di far ciò specialmente cambiando il meccanismo della sua designazione. Per esempio, estendendo il diritto di elettorato attivo e passivo dall’attuale collegio cardinalizio all’insieme dei vescovi di tutto il mondo, cui potrebbero aggiungersi (con il solo diritto di elettorato attivo) i rappresentanti dei vari ordini religiosi. Si tratterebbe di una cifra complessiva all’incirca di 6 mila persone, cioè di un numero talmente alto e soprattutto eterogeneo di persone da sfuggire a una facile possibilità di «combine». Le quali potrebbero essere chiamate a pronunciarsi, ovviamente senza alcun preliminare dibattito elettorale, su candidature all’uopo presentate e obbligatoriamente corredate da un certo numero di firme di sostegno. È facile immaginare che un Papa così eletto — a maggioranza assoluta, e dunque, in caso di non ottenimento di questa, per ballottaggio tra i primi due arrivati al primo scrutinio — sarebbe di gran lunga più libero dal condizionamento dei suoi elettori nella gestione degli affari centrali della Chiesa. E che al tempo stesso, specie se alla testa delle Congregazioni vaticane potessero essere nominati anche dei vescovi, il malcostume carrieristico attuale sarebbe notevolmente ridimensionato. Ci sarebbe sempre, naturalmente, ma in un certo senso avrebbe perso la maggior parte della sua ragion d’essere.
Il papato costituisce forse l’ultimo esempio di monarchia assoluta. Ma con la singolarissima caratteristica di essere una monarchia elettiva. Si tratta di capire se per un monarca è più conveniente essere eletto da una oligarchia o da un «popolo». Nella lunga storia dell’assolutismo europeo i monarchi più intelligenti non hanno mai esitato a considerare l’oligarchia aristocratica la fonte dei maggiori pericoli per il proprio potere e il buon ordine dello Stato; e contro le sue pretese non hanno mai esitato a cercare in qualche modo l’appoggio dei più, di quelli «in basso», contro i pochi «in alto». Forse è giunto il momento che dietro le antiche mura leonine qualcuno presti oggi un po’ di attenzione a un simile esempio.
Ernesto Galli Della Loggia
P.S. Questo scritto apparirà a molti alquanto velleitario, se non campato in aria. Forse lo è. Ma bisognerebbe ricordare ciò che diceva uno dei padri della Costituzione americana, James Madison: «Se gli uomini fossero angeli, solo allora non ci sarebbe bisogno delle leggi». Anche in Vaticano gli uomini non sono angeli. E non a caso, infatti, la Chiesa è da sempre maestra di regole e di diritto. E ogni regola prima o poi fa il suo tempo.