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 2012  febbraio 26 Domenica calendario

MARCHIONNE E LA FIAT UN TEMA PER MONTI

Che cosa dice di quello che le ha detto Sergio Marchionne? Me lo chiedono parecchi lettori dopo l’intervista al Corriere, nella quale non si è sottratto a nessuna domanda. Provo a rispondere.
L’amministratore delegato, che nel 2004 salvò la Fiat, ha dato una notizia grave al Paese e al governo Monti: se non esporterà negli Usa abbastanza vetture fabbricate in Italia, Fiat chiuderà due dei cinque stabilimenti in esercizio. Marchionne non ha precisato quali, ma possiamo escludere Atessa, dove si fanno veicoli commerciali, e Melfi, il centro più efficiente. Restano Pomigliano (se Fiat avesse preso Opel sarebbe stato chiuso, ora vi si fa la Panda), Mirafiori (che produce un quinto del necessario a stare in equilibrio) e Cassino (tanti robot, ma modelli non sempre di successo). Il nuovo schema archivia il progetto Fabbrica Italia, che nell’aprile 2010 prevedeva di aumentare la produzione da 650 mila a 1,4 milioni di auto entro il 2014. Di queste, 300 mila sarebbero state esportate in Nord America. Un balzo in avanti ambizioso: forse troppo per gli scettici, quorum ego. L’Europa aveva già allora capacità produttiva in eccesso del 20-25%. E la Fiat non scopriva i nuovi modelli con cui togliere clienti ai rivali. Li avrebbe tirati fuori, si spiegava, nel 2012 con la ripresa. Purtroppo, la ripresa in Europa è rinviata al 2014 e con essa i nuovi modelli Fiat. Possiamo aspettare e fidarci? Il problema reale — e Marchionne cita il collega Philippe Varin della Psa — era ed è la sovraccapacità produttiva.
Marchionne riconosce che la questione sindacale è superata ma, con una produzione di 500-600 mila unità, Fiat Auto utilizza al 50% le potenzialità dei propri stabilimenti: quella Fiat Auto che da gran tempo non ripaga il costo del capitale investito dai soci. Riuscirà la domanda americana a portare lo sfruttamento degli impianti italiani a un più confortevole 80-85%? Temo sarà dura. Nel 2013 gli Usa avranno 2 milioni di immatricolazioni in più rispetto al 2011. Una torta su cui già si gettano i tedeschi aprendo nuovi siti in America. Il gioco di Chrysler-Fiat, poi, lo possono fare anche Gm con Opel e Psa (che ora trattano una fusione), Ford con Ford Europe. E non parliamo di coreani e giapponesi.
Certo, nulla è impossibile alle imprese che sanno scommettere a lungo termine. Qualche settimana fa, il ministro del Welfare, Elsa Fornero, aveva prospettato un incontro con Marchionne. Non è avvenuto. Meglio così. Prima di discutere se e come il mercato del lavoro debba aiutare la Fiat a liberarsi dai cassintegrati senza ritorno (e, magari, come possa aiutare la Confindustria post Marcegaglia), bisognerebbe sapere se l’Italia avrà ancora un’industria automobilistica nazionale degna almeno della Cekia: abbiamo già perso chimica, farmaceutica ed elettronica. L’auto è materia per Palazzo Chigi come la crisi di Detroit lo fu per la Casa Bianca. Il premier Mario Monti ne dovrebbe parlare non solo con Marchionne, che dal 2015 potrebbe lasciare Torino, ma anche con gli eredi dell’Avvocato, che in Italia resteranno. La Fiat è più importante dei taxi. Anche se l’Ocse non glielo dice.
Massimo Mucchetti