Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 26/02/2012, 26 febbraio 2012
I CACCIATORI D’IMMONDIZIA DALL’EGITTO AL MESSICO
Mi è accaduto nello stesso pomeriggio a distanza di un’ora. Recatomi in strada per depositare l’immondizia, ho giudicato impossibile farlo, almeno per qualche attimo. Davanti al cassonetto c’era un uomo sui 55, 60 anni che esplorava l’interno. Mi è capitato di osservarlo un attimo: volto gonfio, baffi, rovinato precocemente dal tempo e dalla sofferenza. Sul carrello della sua bicicletta, un paio di scarpe da uomo usate, nere, modello vecchio stile. Sceso di nuovo perché dovevo liberarmi di altri rifiuti, e ho trovato di nuovo il cassonetto aperto. L’esploratrice era questa volta una zingara. Dubito potesse guadagnare qualcosa di valido dall’immondizia appena rovistata. Accanto a lei, un vecchio carrello del supermercato pieno di cianfrusaglie. Su tutto, spiccava un curioso peluche raffigurante un elefante rosa. Affollatissimi dunque i cassonetti, a qualsiasi ora. Ciò che gettiamo viene aperto, esaminato e qualche volta recuperato, se utile, da barboni o nuovi poveri. Raggelante, ma vero.
Romolo Ricapito
romolo.ricapito@gmail.com
Caro Ricapito, non ne sono sorpreso. Il fenomeno dei «senza casa» è comune a tutti i Paesi dell’Occidente e non è soltanto strettamente economico. Anche in periodi di maggiore prosperità esistono persone che non possono e non vogliono lasciarsi imprigionare nelle regole di un’esistenza «normale»: il lavoro, la casa, gli obblighi familiari e quelli della vita collettiva. Ma la crisi ha probabilmente aumentato il numero di coloro che sono ridotti a vivere di espedienti. Aggiungo che i rifiuti, nella società dei consumi, hanno acquistato un valore considerevolmente superiore a quello del passato. Buttiamo via molte cose che possono essere recuperate, aggiustate, utilizzate.
Nei Paesi avanzati l’industria del recupero si è considerevolmente sviluppata ed è diventata una fonte di reddito. In Paesi meno saggi e organizzati, è nato un business spontaneo. In una zona sud orientale del Cairo, ai piedi della collina di Mokattam, vi è una «città dell’immondizia» (Mashiyat Nasser) in cui l’intera popolazione fruga nella spazzatura proveniente dalla città per ripescare tutto ciò che può essere trasformato e rimesso sul mercato. La stessa cosa accade ad Alessandria dove il progetto per la costruzione di un inceneritore, qualche tempo fa, ha suscitato fiere proteste.
La situazione è ancora più complicata in Messico dove le persone che vivono di spazzatura sarebbero circa 250.000. L’«azienda» più grande è stata per molti anni la discarica di Bordo Poniente, nei pressi di Città del Messico. Qui il lavoro viene fatto più razionalmente in un grande capannone dove tre nastri trasportano la «materia prima» tra due file di pepenadores (come vengono chiamati i cacciatori d’immondizia), pronti a cogliere tutto ciò che può essere recuperato. La crisi è scoppiata quando il Comune ha chiuso la discarica e ha indirizzato i rifiuti verso impianti di nuova costruzione. I pepenadores hanno protestato e sono riusciti addirittura a ottenere che la spazzatura, dopo la chiusura della discarica, passasse dall’«azienda» di Bordo Poniente prima di raggiungere la sua destinazione. Come racconta una giornalista americana, Elizabeth Malkin, in una corrispondenza dal Messico per il New York Times del 18 febbraio, i 1.500 pepenadores di Bordo Poniente sono un gruppo elettorale a cui nessuna amministrazione comunale vuole voltare le spalle.
Sergio Romano