Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 26 Domenica calendario

GLI ANNI DEI «TESORETTI», MIRAGGIO DOPO LE DIETE —

Si fa presto a dire «tesoretto». Da quindici anni a questa parte non c’è governo che non ne abbia avuto uno. O meglio, che non abbia dichiarato di averne uno. Salvo poi, quando si è aperta la cassa, far rimanere i contribuenti con un palmo di naso. Perfino adesso, passato appena un paio di mesi dalle mazzate del salva Italia, c’è chi spera nel «tesoretto» dei soldi recuperati dall’evasione fiscale per vedersi ridurre le tasse. Ed è toccato a Mario Monti spegnere i facili entusiasmi, facendo capire nell’ultima conferenza stampa che se ci fosse un po’ di grasso nei conti pubblici, sarebbe meglio accantonarlo per evitare sorprese nel prossimo futuro, visto che ci siamo impegnati al pareggio di bilancio già dal 2013. Se lo abbia fatto pure con una punta di scaramanzia, non è dato sapere. Certo è che i tesoretti hanno sempre portato sfortuna a chi li ha maneggiati. I fatti parlano chiaro.
Il 25 settembre del 1998 Romano Prodi dice pubblicamente che restituirà agli italiani il 60% dell’una tantum introdotta nel 1996 per farci entrare nell’euro. Pochi giorni dopo va a casa e il «tesoretto» verrà distribuito da Massimo D’Alema. Il quale andrà poi a casa a sua volta.
Due anni dopo c’è Giuliano Amato. Le elezioni sono alle porte, l’economia cresce al ritmo del 3 per cento e il governo decide di regalare agli italiani qualche migliaio di miliardi (naturalmente di lire). «I soldi ci sono», conferma il 20 settembre il sottosegretario al Tesoro Piero Giarda, attuale ministro del governo Monti. Il «tesoretto» viene spalmato sulle tredicesime: ma non ferma l’onda di piena berlusconiana. Pochi mesi dopo il centrosinistra perde le elezioni e ritorna il Cavaliere. Il quale dovrà fare anche lui i conti con un «tesoretto». Accade nel 2004. Il bilancio pubblico è messo mica tanto bene, ma Berlusconi non può più tergiversare. I sondaggi per lui sono in picchiata e il taglio delle tasse è l’unica mossa plausibile per risollevarli. Anche se disperata. Giulio Tremonti è stato dimissionato, ma neppure il suo successore Domenico Siniscalco è disponibile a ridurre le imposte. Allora il ministro dell’Economia viene di fatto commissariato da una specie di comitato di salute pubblica composto dai responsabili economici della maggioranza. Si materializza così il fatidico taglio delle tasse grazie a un «tesoretto» di 7 miliardi spuntato chissà da dove. La sforbiciata alle imposte viene subito compensata, nella legge finanziaria 2005, da una raffica di aumenti di bolli, gabelle e balzelli vari. Ma è tutto inutile: nel 2006 il Cavaliere è sconfitto alle elezioni e ritorna Prodi.
Basta un annetto e salta fuori un nuovo «tesoretto». Anche questo arriva dalla lotta all’evasione fiscale e fa gola. I partiti che puntellano il già traballante governo del Professore sono numerosi e famelici. Ne tirano fuori di cotte e di crude. E l’opposizione non è da meno. Se Elisabetta Gardini invoca interventi «per le famiglie», il comunista Franco Turigliatto chiede che il «tesoretto» vada a chi si è ammalato per l’esposizione all’amianto, il sottosegretario Mario Lettieri annuncia che ci sarà una franchigia per l’Ici sulla prima casa, il radicale Daniele Capezzone (non ancora berlusconiano) sollecita un nuovo taglio delle tasse, il dipietrista Massimo Donadi preferirebbe destinare i soldi a ridurre il debito, il ministro Cesare Damiano vuole darli a giovani e pensioni basse, l’altro comunista Pino Sgobio ammonisce la Confindustria con un perentorio «giù le mani dal tesoretto», il cognato di Clemente Mastella nonché deputato dell’Udeur Pasquale Giuditta insiste perché i fondi servano per l’emergenza idrica, mentre il ministro dell’Università Fabio Mussi ammette: «Tutto questo non è un bello spettacolo». Risultato finale, un provvedimento d’urgenza, ribattezzato proprio «decreto legge tesoretto», che passa con la fiducia alla Camera e al Senato, dentro cui c’è di tutto: un contentino ai pensionati come ai supplenti della scuola, ma anche un bel miliardino di euro per ridurre il cuneo fiscale alle banche e alle assicurazioni.
E le famiglie? E le vittime dell’amianto? Niente paura: c’è un altro «tesoretto» in arrivo. Ma i sindacati chiedono che venga impiegato per tagliare le tasse ai lavoratori dipendenti, e si va avanti senza costrutto per mesi. C’è chi farnetica sulle dimensioni del «tesoretto» prodiano bis, parlando di sette, otto, perfino dieci miliardi. E c’è chi non si rassegna nemmeno dopo che Prodi si è già dimesso e ormai si va verso le elezioni con sondaggi catastrofici per il centrosinistra. Il 31 marzo del 2008 il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, rifondarolo, annuncia: «Domani chiederò in Consiglio dei ministri di destinare il tesoretto a salari e pensioni». Ma siamo ormai in campagna elettorale e la competenza sui «tesoretti» è passata a Walter Veltroni. Che si ostina a proporre di usarlo «per aumentare salari e stipendi». E anche dopo la sconfitta non si rassegna: «Il tesoretto lasciato da Prodi è un dato reale». Tremonti però lo gela: «L’economia va male. Tesoretto, zero». Il mistero non è mai stato sciolto. «La verità salterà sempre fuori», si limita a dire un giorno Prodi a chi gli chiedeva lumi sull’esistenza di quel gruzzolo.
L’ultima apparizione del «tesoretto» risale al luglio del 2011, quando viene avvistato, nonostante la crisi galoppante, nelle pieghe della prima manovra estiva tremontiana. «Manovra: fondo-tesoretto da 5,8 miliardi per misure 2012», titola l’agenzia Ansa. Scomparirà subito, per fare ancora capolino qualche settimana fa, incurante del Pil che va a picco: altro governo, altro «tesoretto». E la saga continua.
Sergio Rizzo