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 2012  febbraio 26 Domenica calendario

«FINITA LA LUNGA ERA DEGLI ULTRA’. DI POLITICA E TOGHE SI PARLI SUL SERIO» —

«Silvio Berlusconi è stato prosciolto. E io spero che questo ponga fine alla lunga era delle curve e degli ultrà». Matteo Renzi, sindaco di Firenze e pensatore libero nel Partito democratico, non nasconde la stanchezza — di più: l’insofferenza — per l’ultimo incandescente ventennio, quello dello scontro alla baionetta tra politica e giustizia.
Perdoni: Silvio Berlusconi non è stato propriamente prosciolto, ma l’eventuale reato è ormai prescritto. Il discorso vale comunque?
«Massì, quello che lei vuole. È vero: è stato prescritto e molti altri lo sottolineeranno. Eppure, io non posso non tenerne conto: con oggi, Berlusconi è uscito da quel processo. È un libero cittadino. Questo è un fatto. E chi volesse metterlo in discussione, metterebbe in discussione anche la giustizia di questo Paese».
Anche il segretario del suo partito, Pier Luigi Bersani, ha invitato l’ex premier a rinunciare alla prescrizione.
«Guardi, come è noto il cittadino Silvio Berlusconi non si fa consigliare da Pier Luigi Bersani. Ognuno ha il suo stile... In ogni caso, l’ex premier non è né il primo né l’ultimo i cui processi sono andati in prescrizione. E fintanto che il nostro ordinamento prevede un meccanismo del genere, c’è poco da fare: se si vuole rispettare il lavoro dei magistrati, si prenda atto dei risultati».
Ma gli ultrà in tema di giustizia ci sono anche nel suo partito?
«Certo, anche a sinistra. Ma io oggi vedo una sconfitta soprattutto per certe tesi della destra. Quante volte abbiamo sentito la Santanché parlare di "giudizi già scritti"?».
Insomma, punto e a capo. La prescrizione di ieri mette in prescrizione anche vent’anni di scontri furiosi?
«Difficile dirlo. Io spero che con questa sentenza si possa finalmente tornare a parlare di giustizia in modo serio. E sommessamente suggerisco che sia ora di archiviare certi temi per parlare di ciò che interessa alle famiglie e alle imprese e non solo a pochi privilegiati».
Sta parlando dei problemi della giustizia civile?
«Il fatto drammatico che io ho misurato da sindaco è che le aziende non investono nel nostro Paese non tanto per l’articolo 18 o per l’alto costo del lavoro. Spesso mi sento dire: "Io in Italia ci verrei, la qualità della vita compensa tutte le difficoltà e il deficit infrastrutturale. Ma voi avete una giustizia che non dà garanzie. Per un decreto ingiuntivo ci vuole un tempo quattro volte superiore alla Germania". La vera sfida oggi è accelerare il processo telematico, semplificare, stringere i tempi. Il processo breve deve essere una priorità per tutti. Questo mi interessa da italiano».
A destra si continua a pensare che ci siano «cinghie di trasmissione» tra il suo partito e una parte della magistratura. È qualcosa che non esiste?
«Francamente, le cinghie di trasmissione io le vedo altrove. Se poi la politica vuole parlare dei vent’anni di Mani Pulite, penso che il problema sia un altro, e perdurante: la corruzione che continua. L’assessore che chiede i 10 mila euro, il manager pubblico che si fa fare il regalino per il figlio... La politica a questo dovrebbe pensare».
Senza dubbio. Eppure, di riforme della giustizia si dovrà parlare. Lei pensa che il Pd sia pronto a farlo in maniera non «antiberlusconiana»?
«Chiariamo. Il giudizio politico severo sugli anni delle leggi ad personam rimane lì, grosso come una casa. In Parlamento, avrei votato contro quelle leggi. Ma oggi il punto è un altro. Non si fanno riforme della giustizia contro i giudici, ma neanche per i giudici. Si fanno per i cittadini».
Cosa si aspetta dal Pd?
«Che sappia cogliere le occasioni offerte da questo momento. Le riforme di Monti creano una condizione molto interessante. Da un lato provano a liberalizzare il Paese, ma dall’altro pongono più forte di prima il tema della giustizia e della redistribuzione. I tecnici possono fare i supplenti, ma non riaccendere la speranza. E quindi, spero che il centrosinistra non continui nell’eterno ping pong: Berlusconi sì, Berlusconi no. Altrimenti, si perde un’occasione per parlare al Paese».
Marco Cremonesi