Il Sole 24 Ore 23/2/2012, 23 febbraio 2012
FALLITO NONOSTANTE GUADAGNI E ORDINI
Continuiamo la pubblicazione delle lettere sul credito negato giunte in redazione. Il fenomeno coinvolge non solo imprese, ma anche professionisti
Ero titolare, dal 1990, di una Srl famigliare operante nel campo dei serramenti e infissi (fatturato 1,5-2 milioni di euro). Con l’aumento dei fatturati, degli investimenti e delle commesse, dal 2006 ho cominciato ad avere difficoltà nell’ottenere più credito. A seguito violenta litigata con un direttorino di banca che prima aveva promesso un extra sbf (salvo buon fine) di 40mila euro e poi a fine mese ha ritrattato, hanno messo la mia ditta a sofferenza presso Banca d’Italia per la grande cifra di 16mila euro. Con la stessa banca, avevo il mutuo della mia abitazione (40% del valore). Risultato della sofferenza: incaglio delle altre banche con cui lavoravo per un totale di circa 400mila euro di rientri da fare. Visto che ogni incasso, sia assegno, sbf, anticipo fattura e altro veniva usato per i rientri, sono stato costretto ad usare i conti correnti famigliari. Pur di sostenere la ditta che aveva quasi un milione di euro di ordinativi (con acconti già avuti dai clienti) ho usato miei assegni personali post-datati per avere del materiale da lavorare. Due di questi purtroppo andarono in protesto. Nel 2010 la mia ditta ha "finalmente" fallito. Attualmente non posso aprire un conto corrente bancario, non ho bancomat. Mi è stata pignorata la casa e non posso affittarmi niente con regolare contratto. Ora, a 42 anni e due figli di 9 e 6 anni, sono disoccupato e vivo di espedienti.
Mauro Moschetta
Castelfranco Veneto (TV)
C’è qualcosa che non funziona anche nella legislazione. Un fallimento non può essere una strada senza ritorno.