Maximilian Cellino, Il Sole 24 Ore 23/2/2012, 23 febbraio 2012
INVESTIRE CON WALL STREET AI MASSIMI
Per Wall Street è come se il tempo fosse tornato indietro alla primavera del 2008: niente crisi subprime, nessun crack Lehman, niente recessione globale e nessuna preoccupazione sul debito pubblico europeo. Il linguaggio parlato dagli indici azionari a stelle strisce in queste settimane - il Dow Jones, ai massimi da quasi 4 anni, ma anche il più rilevante S&P 500 e il Nasdaq dei tecnologici, che è addirittura tornato sui livelli di fine 2000 - è inequivocabile: fosse per la Borsa si direbbe che la crisi sia un ricordo assai distante.
Eppure sono passati soltanto pochi mesi da quando i pessimisti a oltranza erano vicini a profetizzare il collasso del sistema finanziario, a partire ovviamente dai mercati azionari. Da allora le «blue chip» made in Usa hanno recuperato oltre il 20% riempiendo del tutto il solco scavato nella calda estate 2011, e altrettanto hanno fatto (in termini di performance) i listini del Vecchio Continente. Solo che a loro manca ancora un bel po’ di strada per annullare del tutto l’annus horribilis: il 10% in generale per l’Europa e per l’indice leader, il Dax tedesco; addirittura il 40% per Piazza Affari, investita in pieno dalla tempesta sul credito.
Numeri come questi non passano inosservati, e possono orientare le scelte degli investitori. Certo, il gap europeo è in gran parte giustificato: su questa sponda dell’Altantico siamo ancora immersi nel pieno della recessione (e i deludenti indicatori dei direttori d’acquisto diffusi ieri, i Pmi, lo confermano), lo spettro della disgregazione dell’Eurozona non è ancora stato scacciato. Senza contare che l’inondazione di liquidità da parte della Bce è partita in un secondo momento rispetto alle operazione espansive della Federal Reserve americana e deve probabilmente ancora dispiegare i proprio effetti, almeno sul mercato azionario.
Ma è anche vero che le valutazioni dei titoli, per chi ricomincia a dargli un’occhiata dopo mesi in cui era soltanto il puro panico a muovere i mercati, sono attraenti in senso assoluto e relativo. Il rapporto fra prezzi delle azioni e utili societari attesi, uno degli indicatori più seguiti (anche se non l’unico), segna per l’Europa valori storicamente bassi, forse pure eccessivi se anche si dovesse tenere conto della recessione. Ma soprattutto indica una convenienza relativa dei listini del Vecchio Continente (11 in media) rispetto a quelli dell’S&P 500 (14,8), del Nasdaq e del Nikkei giapponese (17 entrambi).
Significativo, sotto questo aspetto, che proprio ieri Credit Suisse abbia ritirato il proprio «anatema» nei confronti delle azioni europee, che dopo quasi 2 anni non sono più da sottopesare in un’ideale portafoglio di investimento. Oltre a tenere conto delle valutazioni ridotte dei titoli, gli strategist della banca elvetica hanno sottolineato i benefici derivanti da una politica più espansiva da parte della Bce. L’immissione di ulteriore denaro nel sistema da parte dell’Eurotower tenderà da una parte ad allontanare definitivamente i timori di una crisi del credito, mentre dall’altra contribuirà a indebolire l’euro (che potrebbe scendere anche sotto 1,20 dollari) e quindi a rendere più competitive le economie dell’area.
Ciò che ai nostri occhi appare però ancora più interessante è che, a parte la solita Borsa tedesca (che resta la più conveniente, soprattutto se la si confronta con i rendimenti striminziti dei Bund), Credit Suisse individua le migliori occasioni sul listino milanese, che offre un ottimo compromesso fra rischio e rendimento potenziale. Piazza Affari, in fondo, ci spera.