Martina Rosato, il Fatto Quotidiano 23/2/2012, 23 febbraio 2012
CEDO IL MIO POSTO FISSO PER UN’OCCASIONE
Giovane donna ambiziosa poco più che trentenne, voce fuori dal coro nell’attacco scandalizzato all’affermazione del premier Monti che, inaspettatamente e tra lo sdegno generale, si permette di definire “monotono” il posto fisso. L’agognato e vituperato, per me, posto fisso. Coltivo da sempre il sogno della magistratura, studio e lavoro dal giorno successivo alla mia laurea, mi abilito all’esercizio della professione forense e partecipo a qualche concorso pubblico. Ma sono precaria. Precaria collaboratrice di una società che fa consulenza per la Pubblica Amministrazione, a cui si assegnano, in pochi anni, posti di responsabilità e a cui si consente di imparare non uno, ma tanti “mestieri”, pur lavorando fino anche a tredici ore al giorno. Vinco un concorso da funzionario in un ente pubblico, dopo quasi quattro anni di prove e selezioni estenuanti. In pochi mesi scopro con orrore che nella PA non esiste meritocrazia. I giovani selezionatissimi restano ben lontani dai posti strategici. Il cervello, in poco più di un anno, sembra essersi ridotto in poltiglia. Ma che importa, in fondo il 27 del mese quei due soldi di stipendio “fisso” non te li leva nessuno. E poi c’è l’incentivo, quell’incentivo che, come un ossimoro, va a beneficiare tutti indistintamente, in spregio a qualsiasi valutazione voluta dal memorabile Brunetta, ennesimo torto alla meritocrazia. Io non lo voglio più, questo mio posto fisso. Sono pronta a cederlo ad un altro giovane di belle speranze che ora sta leggendo indignato. Rivoglio il mio precariato. O voglio che qualcuno mi spieghi se esiste almeno una via di mezzo tra “il posto fisso che non degeneri in lavoro” e l’occasione della vita, che permetta a quelli come me di sentirsi ripagati degli innumerevoli sacrifici. Perchè, al di là di ogni retorica, solo così il Paese si potrà salvare.