il Fatto Quotidiano 23/2/2012, 23 febbraio 2012
MANOVRE PER DELL’UTRI
Marcello Dell’Utri non poteva trovare giudice migliore. Sarà la quinta sezione penale a dover decidere il 9 marzo prossimo il destino del senatore del Pdl, condannato in Appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Il collegio che potrebbe salvarlo dalla galera è presieduto da Aldo Grassi un giudice finito sui giornali negli anni Novanta per le sue conversazioni con il collega Corrado Carnevale, meglio noto come l’“Ammazzasentenze”. Già negli anni Ottanta, quando era sostituto procuratore di Catania, Grassi finì al centro di un’ispezione ministeriale per le sue scelte investigative timide nei confronti dei Cavalieri di Catania, i costruttori Costanzo e Rendo, anche loro processati e assolti dalle accuse di contiguità con la mafia perché avrebbero pagato per la protezione dei boss ma in uno stato di necessità.
STORIE vecchie, ma che tornano di attualità ora che il fascicolo giudiziario più delicato del momento è arrivato alla quinta sezione della Suprema Corte, proprio quella presieduta da Grassi. Un magistrato che non fa mistero delle sue idee sulla riforma della giustizia: separazione delle carriere e fine dell’obbligatorietà dell’azione penale. La tempistica dell’assegnazione è stata particolarmente lenta e tortuosa. Un dato non secondario visto che il processo potrebbe finire con la prescrizione nel giugno 2015 se la Cassazione decidesse, per esempio, un annullamento della sentenza di secondo grado con rinvio alla Corte di appello.
Venerdì 9 marzo il collegio presieduto da Aldo Grassi però potrebbe anche mettere la parola fine sulle speranze di Dell’Utri decretando il rigetto del ricorso presentato dagli avvocati Massimo Krog, Giuseppe Di Peri e Pietro Federico o potrebbe addirittura accogliere il ricorso presentato dal procuratore generale di Palermo Antonino Gatto che, al contrario, critica la parte della sentenza che assolve Dell’Utri per il periodo successivo al 1992.
L’11 dicembre del 2004 Marcello Dell’Utri era stato condannato dal Tribunale di Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa proprio perché l’accordo con la mafia e in particolare con i fratelli Graviano era stato ritenuto provato anche dopo il 1993. Mentre il 29 giugno 2010 la Corte di appello di Palermo ha ridotto la pena a 7 anni proprio perché – nonostante l’apporto del nuovo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza – non ha ritenuto provata con certezza l’esistenza di questo patto nella fase politica dell’impegno di Dell’Utri.
Le motivazioni della Corte di appello sono state depositate nel novembre 2010. Nel gennaio 2011 il procuratore generale di Palermo Nino Gatto presenta il suo ricorso in Cassazione. A fine febbraio il fascicolo arriva all’ufficio per l’attribuzione dei ricorsi della Cassazione. A marzo la causa viene assegnata alla sezione quinta. Dall’estate è al lavoro il relatore, Maria Vessichelli, e il collegio sarà presieduto da Aldo Grassi.
CERTO ne ha fatta di strada questo magistrato da quando nel 1984 gli ispettori ministeriali erano scesi a Catania per accertare cosa c’era di vero negli esposti presentati contro di lui e contro un altro magistrato della Procura etnea. Al termine dell’ispezione i magistrati inviati dal ministro di allora, Mino Martinazzoli, chiesero il trasferimento per incompatibilità ambientale per Grassi, ma il ministro e il Csm furono di diverso avviso. Così l’attuale presidente di sezione della Corte di Cassazione restò al suo posto e proseguì la sua carriera. Le pagine della relazione degli ispettori dedicate a Grassi sono quindi irrilevanti per la giustizia interna della magistratura ma restano ancora interessanti: “Il comportamento del dr. Grassi, analizzato con riferimento al periodo temporale intercorso tra la fine del 1981 e la metà del 1982, evidenzia anch’esso una linea direttiva preordinata ad accantonare le denunzie contro i grandi costruttori per fatturazioni per operazioni inesistenti. Quanto precede viene compiuto attraverso lo strumento di mantenere, o di passare, nel registro atti relativi i suddetti incarti al trasparente fine di evitare l’indicazione di precedenti sui certificati di carichi pendenti, richiesti per la partecipazione alle gare di appalto”.
Nell’ispezione si racconta anche che Grassi aveva affittato una casa di proprietà di una società del gruppo Costanzo e, sempre secondo le accuse degli ispettori ministeriali, il magistrato avrebbe anche chiesto al costruttore Rendo un contributo per una fondazione. Accuse che però sono state considerate insignificanti dal Csm e dal ministro della Giustizia. Marco Lillo • L’AMMAZZASENTENZE INSULTAVA FALCONE E GRASSI NON FIATAVA - Il 5 marzo 1994 il presidente della prima sezione della Cassazione, Corrado Carnevale, detto l’“Ammazzasentenze” per le tante condanne di mafia annullate, parla con uno dei giudici suoi fedelissimi, Aldo Grassi, senza sapere di essere intercettato. E lo informa di sospettare di essere oggetto di indagini per mafia alla Procura di Palermo, in connessione con Giulio Andreotti. Mesi prima è stato arrestato il segretario di cancelleria della prima sezione, Giuseppe Schiavone (accusato di essere corrotto della mafia e in seguito assolto), e da quell’inchiesta potrebbe emergere qualcosa contro di lui. Ma lui è tranquillo, perché gli avvocati di Schiavone gli hanno garantito: “Stia tranquillo che noi dalle carte il suo nome lo vediamo”. Insomma “avrebbero dovuto avvisarmi” se fosse emerso qualcosa a suo carico. Però – aggiunge – può darsi che i pm “ficero ‘stu scherzetto, cioè a dire che fanno le indagini” su di lui. Grassi non trova nulla da obiettare su un presidente di Cassazione che, invece di correre dai magistrati per chiarire la sua posizione, confessa di avere delle talpe fra gli avvocati di un arrestato.
IL 9 MARZO 1994, sempre parlando con Grassi, Carnevale si scatena contro un altro giudice della sua sezione, Vitaliano Esposito (oggi pg della Cassazione): “Questo è un servo sciocco di Quatrano (Nicola Quatrano, all’epoca pm della Tangentopoli napoletana, ndr), il quale è un delinquente come quasi tutti i magistrati di Napoli... chilli chi arrestaru... chilli chi arrestaru forse erano i più signori, ma insomma... alcuni... tu conosci d’altra parte i nostri colleghi di Napoli, no... anche quelli della prima penale non è che siano... gente di spiccata moralità...”. Dall’altro capo del filo, non una parola in difesa del collega. Il 14 marzo 1994 Carnevale torna a parlare con Grassi e getta una palata di fango su un martire dell’Antimafia : il pg della Cassazione Antonino Scopelliti, assassinato dalle cosche prima che sostenesse l’accusa in Cassazione al maxi-processo alla cupola di Cosa Nostra. Carnevale lo dipinge come un giudice ‘avvicinabile’: “È una persona con la quale si poteva parlare (...) il povero Nino Scopelliti... Ora perché poi deve diventare l’eroe della seconda resistenza?!”. Da Grassi, non una sillaba in difesa del collega assassinato.
Il 18 marzo 1994, ancora a colloquio con Grassi, Carnevale sostiene che le dichiarazioni di Falcone sulla pista mafiosa del delitto Scopelliti si fondano sull’ennesimo “teorema Falcone”, il quale “non capisce niente”. Poi l’Ammazzasentenze infanga anche la memoria di Francesca Morvillo, compagna di Falcone, uccisa con lui a Capaci: Falcone l’avrebbe fatta inserire in collegi della Corte d’Appello di Palermo per pilotare i processi e “per fregare qualche mafioso”; e per questa scorrettezza la mafia ha assassinato anche lei. Carnevale dice di averlo saputo dall’amico avvocato Giovanni Aricò:
Carnevale: Ma comunque guarda che... giustamente dice... dice... Aricò, io sono convinto che la mafia abbia voluto uccidere anche la moglie di Falcone, non fu un caso, dice, perché io le posso citare almeno due episodi... nel corso dell’attività professionale. Falcone (...) la moglie che stava alla prima sezione penale della Corte d’Appello di Palermo... per farle fare certi processi... che gli interessavano, processi per fregare qualche mafioso... Perché lui citò... mi citò... eh... come si chiama Aricò quel caso di quel... ti rico... lo facesti tu, Martello... la revisione... no... insomma...
Grassi: Era Martello... l’ho fatto... adesso non mi ricordo...
Carnevale: ... no una revisione ... in cui c’era stata una prima assoluzione per insufficienza di prove dalla Corte d’Appello di Palermo sotto il vincolo del vecchio codice... eh... assoluzione annullata perché non pareva ammissibile... come non è ammissibile neanche ora una revisione per insufficienza di prove... annullata dalla... Cassazione, poi la I sezione penale... dice questa gentil donna, affermò che non si poteva tener conto delle prove addotte... Questo: e fui io che ci fici mittiri a so mugghiera... Fu la mafia che lo volle, non fu un caso... non fu un caso... perché potevano ucciderlo separatamente... u ficeru apposta
Nemmeno stavolta il giudice Grassi dice una parola per difendere la memoria di Falcone e di Francesca Morvillo. Per quelle telefonate, e soprattutto delle accuse di alcuni pentiti, anche Grassi viene indagato a Roma, con Carnevale e un altro giudice fedelissimo, Paolino Dell’Anno, per abuso d’ufficio e corruzione giudiziaria finalizzata a favorire la mafia. Salvatore Cancemi sostiene di aver pagato l’avvocato Aricò tramite Vittorio Mangano (l’ex “fattore” di Arcore), per ottenere da Carnevale l’annullamento del maxiprocesso-ter a Cosa Nostra: sentenza che fu effettivamente annullata da un collegio presieduto da Carnevale e composto anche da Grassi e Dell’Anno. Sempre secondo Cancemi, Aricò gli garantì il buon esito del processo perché diceva di aver parlato con tutti e tre i giudici, ricevendone ampie rassicurazioni: “È tutto a posto”, “ho sistemato la situazione”, con quei giudici “ci sto molto bene” perché sono “molto vicini a Carnevale”.
Un’altra volta un altro avvocato di mafiosi anticipò al boss Francesco Di Carlo (poi pentito) che una sua condanna in Appello sarebbe stata annullata in Cassazione: e anche quella previsione si avverò, grazie a una sentenza firmata da Grassi. Secondo il legale, l’Ammazzasentenze gli aveva anticipato il verdetto: “Era stato gentile... Mi disse: ‘Allora, avvocato, la metto al 1° giugno e le dico che come presidente metto il consigliere Grassi, arrivato di recente’. Era un giovane consigliere però molto apprezzato (...). Io naturalmente lo ringraziai e me ne andai”. Una mossa che l’avvocato, intercettato, definì “un colpo gobbo”, “un colpo fantastico”.
Il procedimento romano a carico di Carnevale, Grassi e Dell’Anno viene poi archiviato nel 1997 (e dieci anni dopo, anche la condanna in Appello di Carnevale per mafia a Palermo verrà annullata senza rinvio dai suoi ex colleghi di Cassazione). Dunque nulla di penalmente rilevante può essere contestato al giudice Grassi che – come spieghiamo qui sopra – presiede la sezione della Cassazione chiamata fra qualche giorno a occuparsi della condanna di Marcello Dell’Utri per mafia. E che, professionalmente parlando, è descritto da tutti come un ottimo giudice. Ma i fatti che abbiamo raccontato, traendoli dagli atti del processo Carnevale, pongono una questione di opportunità.
IL PROCESSO Dell’Utri nasce dalla stessa Procura di Palermo che portò a giudizio Carnevale, amico e maestro di Grassi. E qualcuno potrebbe dubitare che Grassi, se fosse proprio lui a presiedere il collegio su Dell’Utri, sia in grado di giudicare con la necessaria serenità e il necessario distacco, visto anche il tortuoso iter che ha portato quel processo proprio alla sua sezione. Qualunque sia l’esito del processo, sarebbe difficile dimenticare che, mentre Carnevale calunniava la memoria di Giovanni Falcone, Antonino Scopelliti e Francesca Morvillo, Grassi tristemente taceva.