Diego Gabutti, ItaliaOggi 23/2/2012, 23 febbraio 2012
Chodorkovskij dal carcere fa le scarpe a Putin e a Medvedev – Giovane comunista negli anni Settanta e Ottanta, oligarca e uomo più ricco di tutte le Russie (secondo Forbes) negli anni Novanta, espropriato del colosso petrolifero Yukos che nel 2003 valeva quindici miliardi di dollari e da allora trasformato dai tribunali fascioleninisti devoti a Vladimir Vladimirovich Putin in un «semplice detenuto postsovietico», Michail Borisovic Chodorkovskij ha vissuto (e continua a vivere) la più intensa e spericolata delle vite
Chodorkovskij dal carcere fa le scarpe a Putin e a Medvedev – Giovane comunista negli anni Settanta e Ottanta, oligarca e uomo più ricco di tutte le Russie (secondo Forbes) negli anni Novanta, espropriato del colosso petrolifero Yukos che nel 2003 valeva quindici miliardi di dollari e da allora trasformato dai tribunali fascioleninisti devoti a Vladimir Vladimirovich Putin in un «semplice detenuto postsovietico», Michail Borisovic Chodorkovskij ha vissuto (e continua a vivere) la più intensa e spericolata delle vite. Ne rende conto in un libro che raccoglie i suoi scritti e le sue testimonianze di prigioniero politico: La mia lotta per la libertà. Un uomo solo contro il regime di Putin. Articoli, dialoghi, interviste, Marsilio, pp. 242, euro 19,00. Definito dalla stampa internazionale, con un po’ d’esagerazione, «il Solenicyn del nuovo millennio», anche Chodorkovskij è contemporaneamente, come l’autore d’Arcipelago Gulag, un nemico dello stato totalitario e un tifoso dello «stato forte», il solo adatto (o così si dice) a «governare l’anima russa». Ma soprattutto Chodorkovskij è «grato a Dio» d’essere finito in un campo di lavoro, come lo era anche Solenicyn, perché qui, «a differenza dei miei persecutori, ho capito che fare soldi a palate non è di certo l’unico senso delle fatiche umane. Per quanto mi riguarda, l’ossessione per la “grana” è un capitolo chiuso». La mia lotta per la libertà è dunque un’autoanalisi. Ma è anche un tentativo d’indovinare (e preparare) il futuro della Federazione russa. «Io sono uno “statalista” per davvero», scrive e dichiara ai suoi interlocutori, tra cui lo scrittore di fantascienza Boris Strugatskij, autore col fratello Arkadij di classici come È difficile essere un dio e Picnic sul ciglio della strada. «Vale a dire che secondo me nei prossimi venti o quarant’anni (oltre non posso predire) il ruolo dello stato nella vita della Russia (della società russa) dovrà essere maggiore di oggi. Tuttavia, non sono affatto un sostenitore del “pugno duro”». Quel «ruolo dello stato maggiore di oggi nella vita della Russia» non sembra promettere niente di buono (come gli fa notare un altro suo corrispondente, lo scrittore russo Grigorij alvovic Chkhartivili, nom de plume «B.Akunin» in omaggio al grande anarchico russo Mikhail Alexandrovich Bakunin). Ma a Chodorkovskij piace troppo indovinare il futuro e così insiste con le sue previsioni (gli scrittori che ammira sono per lo più, come Boris e Arkadij Strugatskij, scrittori di fantascienza, «Robert Sheckley, Simak, Isaac Asimov»). Finora, passati cinque o sei anni, non si sono avverate. «Oggi», scrive Chodorkovskij in uno degli articoli che sarebbero poi stati molto discussi dall’intellighenzia democratica russa, «le risorse d’un progetto autoritario postsovietico in Russia sono esaurite. Innanzitutto perché a esso si contrappone il popolo, che non ha paura del blocco dei conti perché non ne possiede, e le sue scelte è oramai pronto a farle non sulla base delle raccomandazioni dei mezzi d’informazione ufficiali, ma della chiamata da parte dell’istinto. In secondo luogo, per andare fino in fondo a un progetto del genere sono necessari Lenin e Stalin, mal che vada Trockij: uomini assolutamente convinti d’avere ragione, motivati solo dalla loro ideologia e dal potere da essa legittimato, pronti a morire e a uccidere in nome di questo potere. Al Cremlino oggi non ci sono uomini del genere e non possono esserci: gl’interessi e le aspirazioni di vita degli attuali dirigenti russi, per loro fortuna e per fortuna del resto della Russia, sono troppo mercantilistici e borghesi perché sia possibile immaginarseli nel ruolo di sanguinari carnefici e boia. Lo dico come uomo che ha appena ricevuto da queste persone nove anni di galera». Non di meno, aggiunge poi con la soddisfazione di chi ormai un po’ diffida del liberismo detto selvaggio, benchè lui e gli altri oligarchi postsovietici siano stati fino a pochi anni i grandi favoriti, se non proprio i cocchi, della mano invisibile del mercato, «agli sgoccioli del primo decennio del XXI secolo, vincerà il neosocialismo. Ma non si tratterà d’un socialismo totalitario come quello seguito alla Conferenza di Yalta; molto lo dovrà allo stesso neoliberilismo di Reagan e della Thatcher. La futura globalizzazione subirà un rallentamento, ma non s’arresterà. Al golden billion [cioè al miliardo di persone che popolano l’Occidente avanzato e che da solo consuma praticamente tutte le risorse del pianeta] tocca rinunciare alle speranze d’un ulteriore miglioramento del suo status dei consumi, ma gli standard elevati che si sono affermati nel secolo scorso rimarranno nel complesso di norma. L’inclinazione alla libertà politica e alla concorrenza aperta d’idee e personalità non scomparirà. La profezia di Fukuyama da un punto di vista formale non si è avverata, ma i suoi giudizi in tanta parte sono risultati veritieri e non lo si può ignorare alla vigilia dell’ingresso nel periodo della svolta mondiale a sinistra». Vedremo.