Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 23/02/2012, 23 febbraio 2012
VALENTINO BOMPIANI IL FIUTO DEL SEGUGIO
«Uno scrive "Caro Alvaro", ma vorrebbe scrivere "amatissimo"». Per Valentino Bompiani, che non doveva essere un tipo dal sentimentalismo facile (era stato educato in una famiglia di militari), il rapporto con uno scrittore era un rapporto di amicizia, di amore. Per questo, l’editore gentiluomo che fondò la sua casa editrice nel ’29 dopo essere stato assistente di Arnoldo Mondadori e dopo essere stato cacciato dalla Unitas per il rifiuto di pubblicare i Promessi sposi riscritti da Guido da Verona, soffriva quando si imbatteva nell’aggettivo sbagliato. Soffriva come se quell’aggettivo fosse suo. Addirittura, diceva che un editore non fa altro che pubblicare i libri che avrebbe voluto scrivere lui. Alzi la mano l’editore che oggi sottoscriverebbe queste parole e questi sentimenti. C’era una totale identificazione tra Bompiani e i «suoi» libri. Sono passati vent’anni dalla sua morte, ma quel ventennio equivale a un paio di secoli, forse di più. Non serve avere troppa nostalgia per sapere che è cambiato tutto.
Il tutto che è cambiato si può riassumere in un’osservazione dello stesso Bompiani datata 1976: «Ci sono, all’ingrosso, due modi editoriali: nel primo, qualche dimensione ideale precede la cosa (il libro); il secondo modo cerca il profitto che segua la cosa». Mentre ai suoi tempi i due modi si equivalevano, oggi l’editoria, in genere, segue la cosa. Il «conte» Bompiani ha passato quasi settant’anni della sua lunga vita a cercare una parentela segreta tra il destino dei libri e il destino di generazioni di italiani. L’ha detto meglio di tutti Raffaele La Capria quando, a proposito di quell’«eroe di buone maniere», ricordava che i suoi coetanei leggevano un libro sapendo che gli altri nello stesso momento avevano tra le mani lo stesso volume: Gli indifferenti di Moravia, Lettere a una novizia di Piovene, Conversazione in Sicilia di Vittorini, l’Americana, e poi Lo straniero di Camus e La nausea di Sartre. E ancora, gli americani, Steinbeck e Caldwell... e lo stesso La Capria e Ottieri e Malerba e... e... Il fatto che molti di quei «libri fatali» erano editi da Bompiani dice che il conte aveva fiuto, intelligenza, sensibilità.
Insomma, aveva fatto bene il suo mestiere. Che sentiva in primo luogo come un atto d’amore. L’«editore protagonista» (definizione sua) aveva queste caratteristiche, che lo distinguevano dall’editore ideologico, dall’editore barnum a cui occorrono solo i bestseller, dall’editore enciclopedico o popolare o di pronto intervento: era animato da un «eccesso di valutazione dovuto all’entusiasmo», da una «fiducia che precede il libro», da un’ambizione che si nutre delle ambizioni altrui, ben sapendo che l’errore è dietro l’angolo. Per evitare al massimo l’errore e mettere a frutto anche le ambizioni altrui, l’editore protagonista cercava di temperare il suo (pericoloso ma indispensabile) istinto di protagonismo esercitando il fiuto non solo sui libri ma anche sull’umanità, e affidandosi al parere di amici-consulenti. E Bompiani si circondò via via dei migliori: Vittorini, Antonio Banfi, Celestino Capasso, Paolo De Benedetti, Fabio Mauri, Mario Spagnol, Enrico Filippini, Antonio Porta, Umberto Eco. Ascoltandoli, ma sempre alla fine accogliendo l’ultima parola solo da se stesso. Talvolta diede retta, oltre che al suo coraggio, alla sua invincibile prudenza: per esempio, quando nel ’59 ritirò il finanziamento alla rivista «Officina» in seguito al clamoroso poemetto di Pasolini contro Pio XII o quando nel ’62 fece gettare al macero Il tamburo di latta, pronto per andare in libreria, in seguito a tardivi scrupoli morali. «L’alter ego di Bompiani era Bompiani stesso», ha scritto De Benedetti, il quale aggiungeva che da lui aveva imparato due cose che l’avrebbero rovinato: «Rispondere a tutte le lettere e dar retta a tutti i propri dubbi».
I dubbi spesso l’editore protagonista li risolveva a suo modo. Il nipote Stefano Mauri ricorda che una volta alla Scuola dei Librai di Venezia zio Val confessò di conoscere un metodo infallibile per valutare il successo di un libro. Prese una margherita che stava sul tavolo e cominciò a staccare i petali: «Vende, non vende, vende, non vende…».
Paolo Di Stefano