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 2012  febbraio 23 Giovedì calendario

NOME IN CODICE QUO: «ARMIAMOCI» —

Ne parlano ripetutamente, lo mettono nel conto. E se nelle parole scritte o intercettate non compaiono riferimenti ad azioni specifiche (o se ci sono si tratta di indagini ancora segretissime), si può però dire che la categoria dell’omicidio politico è entrata nell’orizzonte dei cosiddetti anarco-insurrezionalisti. In uno dei più recenti documenti firmato da un gruppo di sigle che si rifanno alla Federazione anarchica informale, intitolato «Non dite che siamo pochi», viene ribadita l’importanza della «azione distruttiva come elemento indispensabile e imprenscindibile. Azione che può andare dal lancio di una molotov all’assassinio, senza alcuna gerarchia di importanza, ogni gruppo o individuo deciderà come meglio vorrà, nel rispetto della propria etica rivoluzionaria che sicuramente mai dovrà acconsentire a colpire nel mucchio». Azione selettive, dunque, oltre che distruttive. All’interno delle quali non è escluso che qualcuno abbia voglia di programmare il salto di qualità. O che provi a realizzarlo sul momento, magari durante una manifestazione di piazza. L’hanno scritto, ed è per questo che il capo della polizia fa riferimento proprio al termine «assassinio», lo stesso usato nel documento della Fai. Ma di armi da fuoco che possono uccidere, le pistole, si parla pure in un altro elaborato degli anarchici che fanno riferimento alla Federazione informale, risalente a qualche anno fa e diffuso insieme alla rivendicazione di un attentato a Torino. È la trascrizione di una discussione tra militanti che — un po’ per ironizzare e un po’ per nascondere identità e luoghi — si sono assegnati i nomi dei personaggi di Walt Disney, in una riunione svoltasi a «Paperopoli» nel 2006. Nonostante lo scherzoso escamotage, il documento è considerato dagli investigatori autentico e degno di attenzione per comprendere il dibattito interno ai gruppi anarchici.
«Bisogna essere più efficaci, non lesinare con gli esplosivi e non aver paura di rischiare di far male ad una segretaria se l’obbiettivo è uccidere il padrone», dice Archimede Pitagorico. E Quo rilancia: «È una questione di mezzi, bisogna usarne di più selettivi: pistole non esplosivo. Chiunque riesce a procurarsele, noi invece andiamo avanti a dinamite, diserbante e qualche manciata di polvere nera. Io parlo per il nostro gruppo, ne abbiamo già discusso, abbiamo deciso di procurarcele e iniziare ad usarle». Ma Archimede Pitagorico risponde: «Non è questo il problema, io so come fare a farvele avere. Da parte mia mi sembra di essere l’unico qui ad agire anche individualmente, per quanto ne so è meglio la buona vecchia dinamite: riesco a gestire tranquillamente l’azione e i tempi di fuga e soprattutto ha un maggiore effetto. Spaventa di più, insomma».
A questo punto s’inserisce Paperina: «Noi non siamo degli esperti... Pur usando tutte le precauzioni del caso, una volta per colpa di un circuito elettrico isolato male stavamo per saltare in aria... Io già quella volta mi ero ripromessa di mollare con le bombe e usare le pistole. Non per uccidere però!». Archimede, che sembra il più deciso, contesta: «Come cazzo le vuoi usare, come fionde?». Paperina ribatte: «Colpire senza uccidere è chiaro! Non perché non mi farebbe piacere uccidere qualche porco, ma per il solito, vecchio discorso... La repressione si scatenerebbe in maniera indiscriminata».
Il dibattito prosegue sul rischio di incrementare la reazione di forze dell’ordine e magistratura, e Paperino sostiene: «Non capisco perché un morto saltato in aria sia meno portatore di repressione di un morto sparato... Condivido e metteremo in pratica la scelta di ampliare e diversificare le azioni». Quo si rammarica: «Con tutte ste bombe e bombette in questi anni siamo riusciti a fare solo un paio di sbirri feriti! Fanno di più allo stadio la domenica!». E Archimede insiste: «Se al posto della polvere pirica, nel pacco aperto dal carabiniere di San Fruttuoso ci fosse stata dinamite, le cose sarebbero andate meglio».
Tra gli attentati citati nella discussione c’è quello alla questura di Genova del dicembre 2002, con due bombe esplose a pochi minuti l’una dall’altra: la prima per attirare i poliziotti e la seconda per colpirne qualcuno. E rispetto a questa tecnica Qua commenta: «Se si nascondono due ordigni nei cassonetti dell’immondizia fuori da un carcere o una caserma e li si fanno esplodere a diversi minuti di distanza non è per fare dispetto alla nettezza urbana, ma per stanare e colpire qualche servo dello stato. Se tali azioni sono fallite è da imputare solamente agli scrupoli eccessivi per non rischiare di coinvolgere passanti».
Anche per questo, parlando del pericolo di «salto di qualità», il capo della polizia spiega: «Dobbiamo capire che se fino ad oggi non è accaduto è perché siamo stati fortunati».
Giovanni Bianconi