Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera 23/02/2012, 23 febbraio 2012
LA BENDA NERA DI MARIE E QUEL BISOGNO DI CORRERE DOVE GLI ALTRI FUGGONO
Quando una granata le aveva strappato via l’occhio sinistro in Sri Lanka, furono in tanti tra i suoi amici e colleghi inviati di guerra a sostenere che «non sarebbe stata più la stessa». Nel 2001 Marie Colvin era già una leggenda. Coraggiosa, instancabile, dalla metà degli anni Ottanta sempre presente a coprire le storie più pericolose dalla Cecenia, alla Sierra Leone, dal Kosovo ai conflitti del Medio Oriente. Si sarebbe ritirata sul serio? È vero, in pubblico lei stessa aveva dichiarato che non avrebbe «appeso il giubbotto antiproiettile nell’armadio», che sarebbe tornata a raccontare, a testimoniare. Ma un conto è dirlo e un altro farlo come lei aveva fatto sino ad allora.
C’era quella benda nera sull’occhio sinistro. C’erano quelle cicatrici sul petto a ricordarlo. Perché tra i giornalisti che vanno nelle zone pericolose spesso cresce una sorta di autodifesa. Ci si illude, ci si vuole illudere, che il ruolo dello spettatore non sia per forza destinato a confondersi con quello delle vittime. Questa sorta di scudo psicologico in genere si infrange dopo la prima brutta avventura e allora si diventa più cauti, più circospetti, non brucia più quella specie di urgenza che spinge ad andare sul posto a tutti i costi, a correre verso quelle stesse zone da dove la gente normale in genere fugge il più lontano possibile. Si prende coscienza della propria fragilità. E Marie la brutta avventura l’aveva vissuta nella sua carne. In Sri Lanka era stata l’unica ad attraversare i cordoni militari, i posti di blocco, le pattuglie con il colpo in canna, e aveva raggiunto la zona del massacro dei guerriglieri Tamil con le loro famiglie. C’erano tanti civili morti, bambini, anziani. «Scoprii un disastro umanitario di cui non sapevamo nulla», racconterà poi. Un soldato l’aveva vista mentre stava cercando di riattraversare le linee. «Il militare ci ha tirato contro una granata, le cui schegge mi colpirono al viso e al petto. Non fu un errore. Sapeva bene cosa stava facendo», confidò più volte.
Ne raccontò a lungo anche durante alcune cene a Gerusalemme dove era tornata nel 2002 per seguire la seconda intifada. Era trascorso meno di un anno dal suo incidente. I colleghi di tanti reportage la avvicinavano con timidezza. C’era quel memento di sofferenza sul volto, impossibile da ignorare. Ma lei viaggiava ormai tra Gaza e la Cisgiordania come sempre aveva fatto. Fu evidente che Marie restava Marie: la voce ferma, la capacità di capire dove stava la storia e il modo per raccontarla, la sigaretta perennemente alle labbra. Soprattutto quell’unico occhio chiaro che ti scrutava in continuazione. Attenta, sensibile, reattiva. Come tanti corrispondenti di guerra era una pratica, amava la vita, aveva bisogno delle scarpe sporche di fango, di vedere le cose prima di cercare di capirle. Rimase un poco in disparte al momento dell’invasione dell’Afghanistan. Al momento dell’attacco americano sull’Iraq però era dove era sempre stata. Ci fu a Bagdad durante la guerra del 2003 e vi rimase negli anni seguenti, quelli ancora più pericolosi dei rapimenti, delle bombe e del terrorismo di massa.
In Libia l’anno scorso è stata sempre sul fronte, per settimane con le colonne dei ribelli che da Bengasi cercavano di raggiungere Sirte, e poi al momento della caduta di Tripoli e la morte di Gheddafi il 20 ottobre. Il suo lavoro per un settimanale come il Sunday Times la spingeva inevitabilmente a stare sul posto più degli altri giornalisti. Era fatta di una razza rara. Quella degli inviati che continuano a credere in quello che fanno. Per nulla cinica, per nulla indurita dagli orrori che per così tanto tempo aveva testimoniato. Non era una giornalista con una missione, non aveva messaggi o ideologie da propagare. Non pensava di dover cambiare il mondo. Però credeva che il suo lavoro, il suo sacrificio avessero un senso. Se non ci sono i giornalisti, se non c’è chi va e racconta anche nelle zone pericolose, come si può conoscere, giudicare, reagire?
Si spiega così la sua scelta di andare e restare a Homs senza il permesso del regime siriano. Marie sapeva ciò che faceva. La sua non è stata una follia e neppure la stupidaggine di un’ambiziosa. Tutt’altro. Marie non aveva nulla, assolutamente nulla da dimostrare. Non a se stessa e non al suo giornale. È stato un rischio calcolato, consapevole, ragionato. Nei suoi ultimi reportage racconta dei morti, delle cliniche bombardate, di un bambino di due anni che spira di fronte e lei, soffocato nel suo sangue. Ne parla via satellitare con voce calma, profonda, precisa. Solo come Marie sapeva fare.
Lorenzo Cremonesi