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 2012  febbraio 22 Mercoledì calendario

MPS VOLA IN BORSA IN ATTESA DI NUOVI SOCI

Il rischio di un aumento di capitale si allontana. Sotto la spinta degli ordini di acquisto (in poche ora è passato di mano circa il 3% del capitale), il titolo di Banca Mps ha vissuto ieri un’altra giornata sugli scudi, guadagnando l’8,8% a quota 0,39 euro. Se il valore delle azioni dovesse tornare ai livelli dell’aumento di capitale dello scorso luglio (0,44 euro), la Fondazione Monte dei Paschi avrebbe la strada in discesa per rinegoziare il miliardo d’indebitamento nei confronti del sistema bancario. E a Siena sono in molti (non tutti) a sperarlo.
A far scattare la corsa all’acquisto dei titoli del gruppo guidato da Fabrizio Viola, in questi ultimi giorni, sono sostanzialmente tre fattori: l’aspettativa che il prossimo presidente della terza banca italiana, con la fine del mandato di Giuseppe Mussari, in aprile, sarà Alessandro Profumo; il calo dello spread tra Btp e Bund, che sta ridimensionando il "rischio Paese" evidenziato dall’Eba nei bilanci delle banche europee (nel portafoglio diel Montepaschi ci sono 25 miliardi di titoli di Stato italiani); e, infine, la notizia che la Fondazione si appresta a vendere un primo pacchetto dell’8% di Banca Mps, nel cui azionariato è pronta a scendere dal 49 al 33,5 per cento.
Profumo, al vertice di UniCredit fino al 2010, è un manager di grande prestigio e potrebbe contribuire in modo sostanziale a emancipare definitivamente la banca di Rocca Salimbeni dal rapporto troppo stretto con la città, un percorso già intrapreso con Mussari, che infatti è uno degli sponsor di questa soluzione. Il mercato apprezza l’idea che il Montepaschi navighi in acque nazionali, seguendo rotte e logiche sempre meno locali. «Quello di Profumo è un nome importante e per il Monte sarebbe una soluzione brillante», commenta Lorenzo Gorgoni, capofila di un gruppo di azionisti storici con circa il 2% della banca.
Gli investitori sono sensibili alla prospettiva di una società finalmente contendibile. Anche se la Fondazione manterrà almeno il 33,5% del capitale, sufficiente a condizionare le scelte straordinarie, infatti, è indubbio che il clima intorno a Rocca Salimbeni stia cambiando rispetto solo a pochi mesi fa, quando nessuno a Siena accettava una discesa della Fondazione sotto la soglia del 50,1% nella banca. E siccome da cosa nasce cosa, comprare a questi livelli di prezzo è anche un modo per prendere posizione, sperando che in prospettiva il titolo possa tornare guadagnare ancora terreno.
La rivalutazione di Borsa e il minor rischio rappresentato dai Btp in portafoglio, allontanano infine il pericolo di dover ricorrere a un nuovo aumento di capitale per soddisfare le richieste di rafforzamento patrimoniale (3,2 miliardi) dell’Autorità bancaria europea. La Fondazione ha chiesto un po’ più di tempo al fronte degli istituti creditori proprio per trovare la conferma (entro marzo) che il piano inviato all’Eba è ok, in modo da rinegoziare il debito da una posizione di maggiore tranquillità. Intanto, parallelamente, ha avviato la stagione delle dismissioni.
Alle partecipazioni in Cassa depositi e prestiti (2,5%), Mediobanca (1,9%), F2i (4,5%), Sator (1%), il cui valore complessivo supera i 200 milioni, si sta per aggiungere l’8% di Banca Mps (però manca ancora il via libera del ministero dell’Economia alla vendita) che a questi valori di Borsa potrebbe portare all’ente di Palazzo Sansedoni almeno altri 300 milioni. Con queste mosse, Siena punta a dimezzare la propria esposizione nel giro di un paio di settimane. Il resto, secondo le intenzioni del presidenente Gabriello Mancini e del direttore generale, Claudio Pieri, sarà ceduto in tempi più lunghi.
Fondi di private equity e singoli investitori hanno manifestato interesse a entrare nell’azionariato. La prima operazione dovrebbe riguardare questo secondo schieramento, con famiglie toscane e venete come protagoniste. E nella città del Palio, secondo quanto riportato da Radiocor, è nata anche un’associazione di piccoli azionisti decisa a scendere in campo per rilevare una partecipazione di rilievo da affiancare alla stessa Fondazione. Le acque, insomma, sono mosse e la soluzione del caso-Siena si sta avvicinando. Cesare Peruzzi - IL DOSSIER SUL TAVOLO DI MALACALZA - Il dossier Mps va sul tavolo di investitori e imprenditori del Nord Italia. Con risultati ancora da verificare. Ad avere ricevuto da qualche giorno il dossier è stata anche la famiglia Malacalza di Genova, una delle holding italiane più liquide, già soci di Marco Tronchetti Provera in Camfin e Gpi. La famiglia starebbe ancora studiando il dossier, ma non avrebbe ancora preso una decisione al riguardo. Gli advisor di Mps, Rothschild e Mediobanca, starebbero inoltre provando a trovare altri soggetti interessati ad entrare nella partita oltre a Equinox e Clessidra, che finora hanno mostrato disponibilità. L’obiettivo sarà spezzettare il pacchetto del 15% che la Fondazione sta vendendo.
I nodi sul fronte veneto
Ma chi potrebbe essere sulla partita sul fronte degli imprenditori? In Veneto la situazione pare ancora in evoluzione: la proposta di investire in Mps è arrivata a numerosi gruppi. In particolare ad alcuni soggetti in passato soci storici di Antonveneta, prima che finisse nell’orbita Monte dei Paschi.
Ma molti non avrebbero preso in considerazione il dossier: da Alessandro Benetton con la sua 21 Investimenti fino alla famiglia proprietaria delle Acciaierie Valbruna, gli Amenduni. Neppure Enrico Marchi e Andrea de Vido di Finint sarebbero attivi sul deal. In Toscana, invece, uno dei nuclei storici imprenditoriali, come i Ferragamo, avrebbe ritenuto al di fuori del proprio core business l’investimento in una banca. Il dossier sarebbe poi arrivato, senza successo, sul tavolo anche di altri investitori privati: da Vincenzo Manes a Francesco Micheli.
I piani di Equinox e Clessidra
I due candidati più accreditati per rilevare una quota di Mps restano per ora Equinox e Clessidra. Ma i due private equity stanno procedendo, al momento, in modo separato e con strategie diverse. L’investimento in minoranza, per come potrebbe essere costruito su Mps, sembra però rispondere di più alla filosofia di Equinox che non di Clessidra.
Il gruppo fondato da Claudio Sposito, Alessandro Grimaldi e Giuseppe Turri ha inoltre la banca senese tra i propri sottoscrittori del fondo. Clessidra ha comunque dato la propria disponibilità a valutare un investimento in Mps e avrebbe mostrato di apprezzare il nome di Alessandro Profumo come possibile presidente dell’istituto.
In casa Equinox il messaggio del fondatore della società, Salvatore Mancuso, letto tra le righe, sembra chiaro: quella di Equinox sarebbe un’operazione industriale di minoranza per condividere con la Fondazione le linee guida con una governance funzionale alla realizzazione degli obiettivi. Mancuso potrebbe catalizzare i capitali dei sottoscrittori della sua società lussemburghese, fra i quali c’è anche Intesa Sanpaolo. Resta da capire se la candidatura di Profumo a presidente possa essere gradita anche al fondatore di Equinox. Sul tema il manager siciliano non avrebbe espresso al momento opinione, ma in ambienti finanziari c’è chi ricorda la sfida con l’ex-ad di UniCredit sul Banco di Sicilia. Di sicuro, alle attuali quotazioni, raggruppare un pacchetto di Mps, pagando un premio, non costerebbe tanto. Ma il nodo resta la governance sulla quale un eventuale socio forte vorrebbe avere voce in capitolo. Carlo Festa