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 2012  febbraio 21 Martedì calendario

FRAGILI, PREZIOSI, COLORATI: I VETRI DELL’ANTICA ROMA

Fragili e diafani, limpidi come l’ acqua o attraversati da infinite sfumature di colore, sono una vera gioia per gli occhi i circa trecento oggetti in vetro esposti da oggi al 16 settembre alla Curia Iulia, nella mostra curata da Maddalena Cima e Maria Antonietta Tomei (catalogo Electa). Intitolata «Vetri a Roma», è articolata in un percorso cronologico che racconta il periodo di massimo fulgore della lavorazione del vetro nel mondo romano a partire dal II secolo avanti Cristo. Si inizia con dei piccoli contenitori per il balsamo ancora più antichi, VI e V secolo a. C., provenienti da centri di produzione dislocati nel bacino del mediterraneo. Si passa quindi al periodo ellenistico, con le magnifiche coppe ritrovate nella Tomba degli Ori a Canosa in Puglia, tutte lavorate a stampo ma con tecniche decorative diverse che testimoniano la grande stagione dell’ arte del vetro fiorita tra il III e il II secolo a. C. In questo gruppo si ammirano vasi da mensa di vetro monocromo traslucido in tonalità che trapassano dal verde al giallo e coppe incolori che venivano rifinite a freddo con motivi decorativi eseguiti ad incisione. O quelle chiamate «millefiori», che rivaleggiano con le venature e le colorazioni delle più preziose e rare pietre dure. In mezzo, il piatto in vetro dorato proveniente da Tresilico (Reggio Calabria), dove le raffinate scene di caccia sono dipinte in foglia d’ oro e incastonate tra due strati di vetro. Plinio l’ aveva raccontato nella sua Storia naturale : «Si possono fare inoltre un vetro bianco e altri vetri che imitano i vasi di murra o il giacinto e gli zaffiri, nonché pietre di tutti gli altri colori: perché non c’ è materiale più duttile o adatto a esser colorato. Intanto sulla costa siro-palestinese era avvenuta una scoperta straordinaria: la possibilità di soffiare il vetro, che rivoluziona le tecniche di lavorazione, rendendole più semplici e veloci. Nascono fittissime le officine in tutto il bacino del mediterraneo. I servizi da tavola in vetro sono preferiti a quelli in metallo o ceramica. E quando un piatto o un bicchiere si rompono non c’ è problema: i cocci si possono fondere ricavandone nuovi vasi. Cicerone riporta la notizia che da Alessandria d’ Egitto partivano navi cariche di pezzi di vetro dirette a Pozzuoli, dove venivano riciclati. In età imperiale, come dimostra il nucleo più consistente della mostra, il vetro si diffonde anche tra le classi sociali meno abbienti, grazie alla vasta produzione e al conseguente abbattimento dei prezzi. E le leggi suntuarie, che nella Roma imperiale tentarono di porre un freno all’ amore per lusso e gioielli, favorirono la sostituzione delle pietre preziose con perline di pasta vitrea, come testimoniano collane e bracciali esposti. Anche se Plinio parla di cifre folli: seimila sesterzi pagati per due coppe in vetro lavorate con tecniche raffinate. Dovevano somigliare allo splendido piatto in vetro blu che chiude la mostra, con incisa sul fondo una coppia di putti danzanti, la cui visione è data dalla trasparenza del materiale.
Lauretta Colonnelli