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 2012  febbraio 15 Mercoledì calendario

MATTA, GLI INEDITI

Uno dei quadri più luminosi e teneri di Roberto Sebastian Matta Echaurren rappresenta tre enormi gatti romani che, con i baffi dritti e le bocche piene di denti, danzano intorno a un pallido coniglietto in mezzo a un prato. I gatti potrebbero essere i predatori e il coniglietto la loro vittima. Ma il vasto cielo di perla che li sovrasta, solcato da ghirigori fiabeschi, rende l’ immagine tranquillizzante, perfino gioiosa. E la conferma che sia tutto uno scherzo arriva dal titolo, «Cold cats», Gatti freddi , un gioco di parole che rovescia il termine Hot Dogs , Cani caldi, usato dagli americani per indicare i panini farciti di würstel. Il dipinto, realizzato da Matta nel gennaio del 1951 per festeggiare la nascita del figlio Pablo, è rimasto chiuso fino a oggi negli armadi di Angela Faranda, all’ epoca moglie dell’ artista cileno. Per oltre mezzo secolo Faranda ha conservato segretamente fasci di lettere, piccoli disegni e tele monumentali, grandi come schermi del cinema (arrotolate e riposte in un magazzino) che Matta aveva realizzato tra il 1949 e il 1954, nel periodo che trascorse a Roma. Ora la studiosa Claudia Salaris, moglie di Pablo Echaurren, ha recuperato opere e documenti, colmando una lacuna nella biografia del pittore. «Del suo percorso si sapeva praticamente tutto, ma il periodo romano rappresentava un vuoto. Eppure quegli anni furono fondamentali per lo sviluppo del suo lavoro. Matta raggiunse proprio a Roma la maturità artistica», sostiene Salaris. «Quando sbarca nella Città Eterna, è un astro caduto in disgrazia, ma qui recupera l’ ispirazione e la speranza. Si lascia andare alla dolcezza del vivere e alla bellezza della natura, dando l’ avvio a una nuova fase del suo linguaggio creativo, connotato da un effervescente immaginario botanico e naturalistico». Arrivava da New York e da una serie di opere contrassegnate da una visione angosciosa dello scenario metropolitano. A 38 anni aveva già vissuto mille vite. Seguendo le principali rotte dell’ arte, con una laurea in architettura era trasmigrato dal Cile a Parigi, dove aveva trovato lavoro nello studio di Le Corbusier. A Madrid conobbe García Lorca, a Helsinki incontrò Alvar Aalto, a Londra trascorse una stagione con Walter Gropius, René Magritte, Henry Moore. Vide Picasso che stava lavorando a Guernica e ne rimase folgorato. Andò a trovare Salvador Dalí e André Breton, che lo arruolò nel gruppo dei surrealisti. «Ero come Gesù al Tempio con i dottori della legge, un fanciullo. Mi diedero un credo dell’ affetto e un’ iniziazione al verbo essere», ricorderà poi. Fu allora che mise a punto le sue «morfologie psicologiche»: stati di coscienza portati alla luce da macchie di colore stese sulla tela con pennellate che seguivano la tecnica dell’ automatismo. Nel 1939 si ritrovarono tutti a New York, inseguiti dall’ Europa in fiamme. Nel 1948 Matta fu espulso dal gruppo, accusato di responsabilità morale nel suicidio di Arshile Gorky per averne coinvolto la moglie in una liaison dangereuse . Si era anche separato dalla prima moglie, l’ americana Anne Clark. E le gallerie non volevano più esporre le sue opere. «Quando nel 1949 arrivò a Roma - dice Salaris - il suo stato d’ animo era quello di chi cerca un approdo». Affitta due stanze in via Sistina con due amiche americane, viene avvistato alla memorabile festa anticlericale di Consagra e ai tavoli di Cesaretto, dove una sera incontra Angela Faranda. Bellissima, di origine siciliana, la ragazza frequenta l’ ultimo anni dell’ Accademia di Belle Arti a via di Ripetta. Colpo di fulmine. Dopo un anno passato insieme a viaggiare, Angela riceve dall’ artista una lettera con il disegno di una mano femminile e una frase in inglese: «Suppongo che tuo padre vorrebbe che io chiedessi la tua mano con l’ orologio. Io ti chiedo: posso avere il tuo cuore in matrimonio?». Prendono casa in via Trasone, un attico piccolo ma luminoso. Passano le serate sulla terrazza con Alberto Burri e Luchino Visconti, Turcato e Capogrossi, Cagli e Pietro Cascella, Guttuso e Carlo Levi, Moravia e Pablo Neruda che giunge a Roma esule dal Cile, Peggy Guggenheim e Curzio Malaparte, Fellini e Anita Loos, che ha appena scritto il romanzo «Gli uomini preferiscono le bionde». Il critico Alain Jouffroy ricorda la stanza di Matta, «in cui sulle pareti blu notte brillavano tanti piccoli oggetti d’ oro. Mi sembrava l’ osservatorio segreto di un individuo che, qualunque cosa accada, sa trasformare la sua vita in opera d’ arte». La vena creativa è tornata. Dopo il periodo di crisi in cui aveva quasi smesso di lavorare, l’ arista ora è in pieno fermento. Dipinge una serie di variazioni sul paesaggio all’ alba, fantasie botaniche con pistilli che esplodono lanciando semi, radici che si avviluppano golose nella terra. Coltiva lui stesso in terrazza specie diverse di piante e le osserva per riprodurre forme che abbiano la stessa precisione di quelle del mondo vegetale. Entra nella polemica allora in corso tra figurativi e astrattisti e sceglie una terza via: quella del «realismo altro». Perfeziona una tecnica basata sulla materia fluida, brillante e trasparente, l’ esatto contrario dell’ uso massiccio del colore invalso tra molti pittori astratti. Osserva: «L’ arte consiste nel dare il sentimento di una grande profondità spaziale, con quasi niente. La vivacità più sfolgorante di colori è data dalla polvere delle ali delle farfalle». Queste opere dipinte a Roma, recuperate dall’ oblio, saranno esposte in una mostra che si inaugura il 15 marzo all’ Auditorium Parco della musica.
Lauretta Colonnelli