Lauretta Colonnelli, Corriere della Sera 05/02/2012, 5 febbraio 2012
ARTE AL LUNA PARK
«Più divertente del luna park». Il commento arriva da una coppia di mezza età. Alle undici di una mattina qualsiasi sono quasi tutti pensionati quelli che si aggirano per i meandri ondulati del Maxxi. Nella galleria 4, dove è stato inaugurato un nuovo allestimento dedicato alla collezione di Marisa Merz, ho visto una coppia molto anziana, seduta per ore in silenzio su un divano di Franz West, lo sguardo puntato sui quadrati di ferro e carta velina di Alighiero Boetti. Il «Luna Park» invece si trova nella galleria 5. Qui sono raccolte le installazioni, pensate per lo spazio del museo, dei quattro finalisti del premio Italia 2012. Resteranno esposte fino al 20 maggio e meritano una passeggiata. Intanto perché sono allegre, ironiche, stupefacenti. Il breve percorso si snoda in un crescendo di sorprese. Inizia sobriamente dalla rampa di accesso alla galleria, con il video The Visitors di Adrian Paci, artista italo albanese, che proietta sopra quattro schermi sospesi nel vuoto i momenti di una festa di nozze. Le riprese amatoriali sono state girate nei primi anni Novanta in occasione di alcuni matrimoni nell’ Albania del Nord. All’ inaugurazione l’ artista ha specificato che il suo scopo non ha funzioni antropologiche o sociali. Vuole soltanto raccontare gesti, come la stretta di mano con cui i parenti degli sposi ricevono gli invitati all’ ingresso della chiesa di campagna dove si svolge la cerimonia. «Gesti rituali che evocano memorie ancestrali», dice. «Le figure del video sono come quelle di Masaccio. Parlano da sole. Appartengono a ognuno di noi». Si prosegue verso l’ installazione di Luca Trevisani, classe 1979, di Verona. «Il dentro del fuori del dentro» è un lavoro collocato all’ interno di una stanza chiusa da tende. Dal soffitto pendono uova colorate legate l’ una all’ altra da nastri e sulla parete di fondo scorre un video dove macchine metalliche costruite dall’ artista agitano braccini di ferro rompendo altre uova - vere - col guscio colorato. I tuorli e le chiare si spappolano contro la parete di una cava di marmo, nel cuore di una montagna. L’ audio rimanda lo splash, la danza dei colori brillanti dentro e fuori lo schermo segue una coreografia non priva d’ eleganza. Più avanti la tensione aumenta. Nell’ opera «Prima che sia notte», di Giorgio Andreotta Calò, è vietato entrare se si soffre di claustrofobia. Ve lo domanda la custode del Maxxi ferma all’ ingresso. Se vi assumete la responsabilità di proseguire dovrete affrontare il buio assoluto e per non perdervi dovrete avanzare con la mano appoggiata alla vostra parete destra. A un certo punto vi schiaccerete il più possibile contro la parete, perché nel lucore che inizia a baluginare avrete l’ impressione che alla vostra sinistra, a pochi centimetri dai vostri piedi, si apra un abisso senza fondo. Arrivati nel cuore dell’ opera si scopre che l’ abisso è in realtà uno specchio d’ acqua dove si riflette il paesaggio di palazzoni del quartiere intorno al Maxxi, proiettati a testa in giù sulla parete di fronte dalla luce naturale che entra da un foro aperto sopra la vostra testa. Insomma siete nel ventre di una camera oscura, e assistete in diretta al procedimento della riproduzione delle immagini, tanto che riconoscete il tram che passa a intervalli regolari, un camion, le auto allo scattare del semaforo. Come in un vecchio luna park che si rispetti, alla fine non poteva mancare il teatrino. Lo ha costruito Patrizio Di Massimo, nato nel 1983 a Jesi, il più giovane dei finalisti. È grande come un salotto. All’ esterno tutto in legno, compreso il timpano sulla facciata. All’ interno tre file di quinte sottolineate dalle tende di velluto rosso, lo stesso che ricopre le poltroncine per il pubblico. Sul fondo del palcoscenico si proietta «Una Turandiade Buzziana». Di Massimo dice di aver voluto unire due capolavori incompiuti, la Turandot di Puccini e la visionaria e surrealista città di tufo costruita dall’ architetto Tommaso Buzzi a Montegiove in Umbria. La prima portata poi a termine dal musicista Franco Alfano e la seconda dal nipote di Buzzi, Marco Solari, il quale recita nel filmato insieme alle figurine del teatro tradizionale cinese, che volano da un torrione all’ altro cantando arie della Turandot. Un mix irresistibile. Durata, quaranta minuti.
Lauretta Colonnelli