Lauretta Colonnelli, Corriere della Sera 31/01/2012, 31 gennaio 2012
L’arte di ricevere al Quirinale
C’è stato un tempo in cui nei giardini del Quirinale crescevano piante di ananas. Lo racconta il cuoco Francesco Leonardi nel suo libro «L’ Apicio moderno, ossia l’ arte del credenziere», pubblicato nel 1807. Fin dal secolo precedente, le primizie e le specialità esotiche erano diventate di moda sulle tavole dell’ alta aristocrazia. Punte di asparagi e piselli freschi venivano infatti serviti anche a dicembre e l’ ananas era particolarmente apprezzato per il profumo e il sapore. Ma i frutti che arrivavano dai paesi tropicali, giungevano quasi tutti marci a causa della lentezza delle navi. Per questo, finché i trasporti non vennero accelerati, ovvero fino ai primi del ’ 900, si diffuse nelle capitali europee, da Parigi a Berlino, il sistema della coltivazione in «stufe», serre riscaldate. A Roma, come racconta Leonardi, «le abbiamo nel Giardino del Quirinale, nell’ Orto Vaticano Indico e nella deliziosa Villa Pinciana; onde si può dire che questo piacevolissimo frutto non sia più tanto raro». Veniva servito regolarmente anche alla tavola dei Savoia, quando presero possesso della residenza papale di Montecavallo e la trasformarono in reggia del nuovo Stato italiano. Il merito della metamorfosi va soprattutto a Margherita di Savoia, moglie di Umberto I, come si può vedere nella mostra allestita al Quirinale in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’ Unità e aperta fino al 17 marzo. Curata da Paola Carucci e Louis Godart, ripercorre la storia del palazzo dal 1870 ai giorni nostri, sottolineando i periodi cruciali del ruolo svolto dai re e poi dai presidenti della Repubblica nel rappresentare l’ unità nazionale e nella politica di acquisizione e conservazione di un patrimonio artistico che ha reso l’ edificio uno dei più belli del mondo. Attraversando i sontuosi saloni restaurati di fresco che si incontrano nel percorso della mostra, risulta difficile immaginarli come apparvero a Vittorio Emanuele II, quando vi dormì per la prima volta, la notte del 30 dicembre 1870. Il re arrivò a Roma che era già buio, per visitare le vittime della terribile inondazione che cinque giorni prima aveva colpito la città. Entrò in un edificio completamente vuoto, a parte qualche cassapanca con lo stemma papale e poche suppellettili. Le stanze si susseguivano tetre. Per conquistare il palazzo, il 7 novembre si era dovuto ripetere il gesto di Porta Pia: forzarne l’ entrata con un grimaldello, dato che Pio IX si era rifiutato di consegnare le chiavi al generale Alfonso La Marmora, luogotenente del re. Il giorno seguente però fu chiamato un notaio per compilare l’ inventario dei beni lasciati all’ interno dal pontefice in fuga e organizzarne la restituzione. Margherita, all’ inizio come principessa e dopo la morte di Vittorio Emanuele, nel 1878, come prima regina d’ Italia, si assunse il compito di restaurare e arredare nuovamente l’ imponente residenza. Considerato lo stato precario delle finanze italiane, venne adottato il criterio di prelevare suppellettili, parati e ogni genere di arredi, dalle altre residenze sabaude e dalle regge preunitarie, in particolare quelle di Parma e Colorno. Arrivarono arazzi, bronzi, mobili francesi, preziosi servizi di porcellane di Meissen, Sèvres e Ginori. Comparvero gli scintillanti lampadari di Murano e ovunque stucchi dorati per soddisfare il gusto rococò della regina. Oggi le tappezzerie ridondanti di quell’ epoca sono state rimosse e molti ambienti, come la magnifica galleria di Alessandro VII, sono state riportate dai recenti restauri alla magnificenza originaria, creata nel Seicento da uno stuolo di artisti diretto da Pietro da Cortona. Le ricerche condotte nel palazzo e nei giardini hanno inoltre riportato alla luce affascinanti pagine di storia dell’ edificio costruito dai papi tra il 1583 e il 1615. Restano - sistemati definitivamente negli ambienti seicenteschi dell’ edificio realizzato da Carlo Maderno per Paolo V Borghese - i trentottomila pezzi occidentali della collezione di porcellane destinate all’ apparecchiatura e al servizio, la cosiddetta «vasella», insieme a un importante nucleo di pezzo orientali. Tutti collocati in vetrine e offerti all’ ammirazione del pubblico. Ai loro decori si ispiravano anche i fregi dei menu nei pranzi di gala, fino alla presidenza di Francesco Cossiga, il quale introduce l’ uso di due piccoli fogli bianchi e piegati a libro, tenuti insieme da un cordoncino di seta tricolore. Cambiano anche le portate. Alla fine dell’ Ottocento si arrivava a quindici piatti diversi, in convivi che duravano un’ eternità. Oggi vengono servite non più di tre o quattro portate e la durata dei pranzi non va oltre un’ ora. È diventato più efficiente il servizio e si riesce a far mangiare in sincronia gli oltre centocinquanta invitati nelle visite di Stato, mentre fino a poche decine anni fa succedeva che il presidente e gli ospiti d’ onore si alzassero da tavola quando i commensali ai lati estremi della tavola dovevano ancora iniziare a toccar cibo, come racconta la studiosa Mina Novello in «Pranzo al Quirinale». L’ ordine delle precedenze alla tavola presidenziale si basa ancora oggi su un testo scritto nel 1950 da Giulio Andreotti su richiesta di Alcide De Gasperi. Un cardinale vale quanto il presidente del Consiglio, un senatore a vita come un principe ereditario, un ministro quanto un giudice costituzionale o un ambasciatore straniero.
Lauretta Colonnelli