Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 22/02/2012, 22 febbraio 2012
COME INVESTIRE E GUADAGNARE RISPETTANDO LA LEGGE CORANICA
Assistendo ogni giorno alle storture del sistema finanziario del nostro mondo occidentale mi è venuto in mente che il mondo islamico ha in questo campo delle particolarità che, chissà, forse potrebbero dare qualche spunto nell’eliminazione degli aspetti più crudi del nostro liberismo... Ma di fatto non ne so molto e del resto se ne parla pochissimo. C’è qualche possibilità di armonizzazione dei diversi (se sono veramente diversi) sistemi?
Roberta Canziani
rocanan_@hotmail.it
Cara Signora, come il cristianesimo delle origini e l’Europa dell’Alto Medioevo, l’Islam ritiene che gli interessi sul denaro prestato (in arabo riba) siano contrari alla legge divina. Anche il Concilio di Trento, dopo la riforma luterana, stabilì che «pecunia non paret pecuniam», che il denaro non genera denaro. Ma i mercanti fiorentini e genovesi del Trecento riuscirono a convincere il mondo ecclesiastico che non tutti i prestiti erano usura e che gli interessi avevano il grande merito di attrarre denaro, allargare la base finanziaria delle operazioni commerciali, favorire nuove iniziative e mobilitare nuove energie.
Nell’Islam, invece, questa svolta storica del capitalismo europeo non ha avuto luogo. Ma questo non ha impedito al mercante arabo di essere intraprendente, coraggioso, attento alle leggi fondamentali del mercato e, paradossalmente, il maggior propagatore della fede musulmana nel continente africano e in vaste regioni dell’Asia. Insieme alle sue merci, il mercante portava con sé il Corano e le regole della solidarietà caritatevole che Maometto (anch’egli mercante) aveva prescritto ai popoli della penisola araba.
Nuovi problemi sorgono quando i Paesi musulmani, nel corso del Novecento, affrontano i problemi della modernizzazione, e quando i giacimenti petroliferi cominciano a riversare colossali ricchezze nelle casse di alcuni Stati. Per fare buon uso di tanto denaro occorrono nuove regole, capaci di conciliare la tradizione coranica con il sistema finanziario costruito dall’Europa e dagli Stati Uniti. In uno studio ancora inedito ma ricco di notizie utili e interessanti, Fabrizio Martalò (un funzionario di banca che ha seguito attentamente l’evoluzione della finanza islamica) ricorda che lo scoglio degli interessi viene generalmente aggirato facendo del prestatore un comproprietario. Il caso più semplice è quello dei mutui per la costruzione di una casa. Anziché prestare denaro al cliente, la banca diventa il suo partner finanziatore in una impresa comune e gli venderà la propria quota di partecipazione alla fine dell’opera. Martalò ricorda che esistono operazioni e prodotti proibiti — i derivati, i «future», le opzioni — ma descrive nuove formule che vengono utilizzate, quando i clienti sono musulmani, anche da banche europee. Un esempio interessante, descritto da Martalò, è quello di un’operazione realizzata nel 2004 dal Land della Sassonia-Anhalt. Il Land «ha ceduto degli immobili per un valore di 100 milioni di euro a una società olandese che ha reperito i fondi necessari per acquistarli attraverso l’emissione di certificati. Il Land ha chiesto di prendere in affitto i terreni venduti dietro pagamento di un canone. A questo punto i sottoscrittori dei certificati ricevono un rendimento periodico rappresentato dalle rate pagate dalla regione tedesca. Questo titolo risponde alle esigenze di un investitore islamico (…) perché il rendimento periodico è costituito dal pagamento dell’affitto dei terreni e non dal pagamento di un interesse. Alla scadenza del contratto, il Land tedesco può decidere di riacquistare i terreni o prorogare il contratto di affitto per un ulteriore periodo di tempo».
Sergio Romano